I 50 ristoranti migliori del mondo

I 50 ristoranti migliori del mondo

Dovendo pensare al Paese che per antonomasia rappresenta la miglior cucina al mondo probabilmente molti immaginerebbero la Francia.

Ma le cose stanno diversamente.

La classifica dei 50 ristoranti migliori del mondo del 2015, stilata da William Reed Media con il parere insindacabile di mille esperti del settore, è stata spietata: il centro del mondo gastronomico non è più lo stesso.

Nelle classifiche degli anni passati le top ten erano sempre spartite tra Francia e Gran Bretagna. Più della metà dei ristoranti in lista si trovavano in questi due Paesi.

Quest’anno la Francia ha soltanto 5 ristoranti d’eccezione e nessuno si trova nella top ten. La Gran Bretagna ne ha due, ma uno, il Dinner di Heston Blumenthal, occupa la settima posizione.

Il crollo di queste due superpotenze del cibo è da imputare, parzialmente, a un leggero calo di tutti i ristoranti europei.

Dai 35 ristoranti nel 2011, quest’anno i ristoranti europei sono soltanto 26.

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Mentre la Francia e la Gran Bretagna perdono posizioni, sempre in Europa è da registrare un’altra notizia.

La cucina spagnola, se fino a qualche anno fa non aveva nessun posto in classifica degno di rilievo, quest’anno ne ha ben sette, unico Paese al mondo. Proprio la Spagna con El Celler de Can Roca a Girona si aggiudica il primo posto.

Fuori dall’Europa da segnalare le importantissime new entries di Perù, Cile, Messico e Brasile, autentiche sorprese.

E per la prima volta nella top ten compaiono due ristoranti asiatici: Narisawa a Tokyo e Gaggan a Bangkok.

E l’Italia come se la passa?

Non benissimo, ne abbiamo infatti soltanto tre. Ma uno di questi, l’Osteria Francescana, è il secondo miglior ristorante del mondo.

Quello che mette in risalto questa classifica è che a essere penalizzati quest’anno sono stati soprattutto quei Paesi, Francia e Gran Bretagna, che per troppi anni si sono seduti sugli allori.

E il fatto che alcuni chef francesi si siano arrabbiati con chi ha stilato questa classifica decidendo di firmare una petizione online per invalidarla, dimostra che non si diventa migliori “per antonomasia”.

Immagine via Wikimedia Commons | William Reed Media