L'arte della gentilezza rivela la nostra intelligenza

L'arte della gentilezza rivela la nostra intelligenza

“Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso” è un iconico slogan scritto sui muri del quartiere Ballarò di Palermo, dove alcuni studenti universitari, con il nome di Propaganda Poetica, hanno iniziato a diffondere citazioni per le strade siciliane. Al di là degli aforismi sul tema, a cosa serve la gentilezza e perché può essere una forma d’arte che rivela la nostra intelligenza? Con il termine gentilezza si riuniscono una serie di sentimenti positivi descritti con parole diverse: compassione, solidarietà, generosità, altruismo, empatia. Per gli antichi greci questi sentimenti erano conosciuti con il nome di philantropia, ovvero quell’atteggiamento di benevolenza e altruismo volto a realizzare il benessere degli altri. Per gli antichi romani invece, il concetto di gentilezza era proposto nell’humanitas, ovvero quel valore etico che definiva le azioni rivolte all’attenzione e alla cura tra gli esseri umani.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto.
Sono un essere umano, niente di ciò che è umano mi è estraneo.
(Publio Terenzio Afro, 165 a.C.)

La gentilezza rivela intelligenza perché è uno dei modi migliori per essere felici, è un piacere fondamentale per il nostro benessere. Si fonda sull’empatia, sulla sensibilità nei confronti degli altri e sulla capacità di identificarsi con i loro piaceri e con le loro sofferenze: è una delle cose più appaganti che abbiamo perché se gli altri sono felici anche noi lo siamo. L’effetto domino è assicurato: se più persone sono felici, il riflesso sulla collettività è così ampio e partecipato che la sensazione di soddisfazione e benessere cresce in tutta la società.

Non è solo una credenza in ottica buonista. A livello biochimico si ritiene che la sensazione derivante da un atto di gentilezza ha il potere di influire direttamente sullo stato di salute perché alza i livelli di neurotrasmettitori del cervello. Grazie all’aumento dei livelli di dopamina, si ottiene un effetto definibile come una sensazione di profonda euforia seguita da piacevole calma, che se protratto nel tempo, ha la capacità di fortificare le difese immunitarie e il benessere psicofisico.

La gentilezza come protesta dell’epoca contemporanea

Come ha scritto Alberto Meschiari, ricercatore di Filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, nel suo libro Gentilezza, “l’esercizio della gentilezza rappresenta nel mondo contemporaneo un atto etico, un modo di andare contro corrente, in un certo senso un comportamento antisociale – non a-sociale, bada bene – nel momento in cui questa società mostra di fondarsi su valori opposti: sul rumore, la fretta, la distrazione, l’arroganza, la prepotenza, il disinteresse, il cinismo, l’aggressività. La gentilezza è azione, una presa di distanza critica da quei disvalori, l’esercizio consapevole di una protesta, è rifiuto della riduzione delle relazioni umane al modello delle relazioni con le cose.” La gentilezza può renderci quindi più forti. Può aiutarci a ottenere risultati migliori lavorando in un gruppo di lavoro o gestendo le relazioni umane. Ed è indispensabile per la vita in comunità. Perché, innanzitutto, un atto cortese fa bene a chi lo riceve e all’intera società. La rinuncia alla gentilezza priva gli esseri umani di un piacere fondamentale per il loro senso di benessere.

La gentilezza nella storia della filosofia

Anche nella storia della filosofia non mancano le riflessioni sul tema. Per esempio nel 1741 il filosofo scozzese David Hume, sosteneva che chi è così pazzo da negare l’esistenza della generosità, ha perso il contatto con la sua realtà emotiva. Per gran parte della storia occidentale la gentilezza è stata legata alla cristianità e al comandamento cristiano “ama il prossimo tuo come te stesso” che considera sacro questo concetto di altruismo. La pietas cristiana, la pietà, è un concetto teologico che descrive l’affetto e la gentilezza, il rispetto e l’obbedienza che il credente ha per Dio e per le cose sacre. Secondo la teologia cristiana questi sentimenti non sono dovuti alla paura del credente per la potenza della divinità, ma ad un’esigenza interiore di gratitudine per l’amore che il fedele sente di ricevere dal suo Dio.

Questa concezione cristiana del sentire comune è svanita dal ‘500 in poi, quando l’individualismo ha preso il sopravvento. Il Leviatano (1651) di Thomas Hobbes considera la generosità cristiana impraticabile. Secondo Hobbes, la natura umana è fondamentalmente egoistica (si ricorda l’espressione latina homo homini lupus, l’uomo è un lupo per l’uomo) e a determinare le azioni dell’uomo sono soltanto l’istinto di sopravvivenza e quello di sopraffazione. Egli nega che l’uomo voglia avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale. Se gli uomini si legano tra loro in amicizie o società, ciò è dovuto soltanto al timore reciproco. Alla fine del ‘700 queste teorie, nonostante gli sforzi di Hume, diventarono l’ortodossia e l’individualismo egoistico il fine ultimo della società.

Il tabù della gentilezza

In Elogio della gentilezza, Adam Phillips e Barbara Taylor si pongono una domanda fondamentale: perché la gentilezza è diventata nel corso dei secoli un tabù? Oggi molte persone trovano questo modo di rapportarsi agli altri “sospetto” perché la maggior parte di noi pensa che in fondo siamo tutti pericolosi e competitivi. Scritto da una storica e da uno psicanalista, con una dettagliata ricostruzione storica, mostra quando e perché tale fiducia si è dissolta. Secondo i due autori la gentilezza rende la vita degna di essere vissuta e ogni attacco rivolto contro di lei è un attacco contro le nostre speranze.

Talvolta il sospetto più radicato nei confronti della gentilezza è che sia solo una forma di narcisismo camuffato: siamo gentili perché ci gratifica, le persone gentili so­no drogate di autocompiacimento, amano sentirsi apprezzate per come si comportano. Non solo. Le persone tendono ad essere gentili per una forma di ipocrisia di circostanza perché la società impone una formalità opportunistica per relazionarsi tra individui: “sono gentile così anche tu sei gentile”. Ma anche nel mondo animale esistono comportamenti virtuosi per fini opportunistici. Per esempio degli studi scientifici hanno dimostrato come le formiche sacrificano se stesse per il bene delle loro colonie. Questo comportamento è motivato dall’obbligo di salvaguardare interessi di lungo termine, in particolare quelli della riproduzione della specie. Dal punto di vista della scienza naturale, alla fine la bontà è sempre egoista.

Ma allora come andare al di là di una gentilezza di facciata? Di solito sappiamo cosa fare per essere gentili e ci accorgiamo quando qualcuno è gentile con noi. Ma la gentilezza ci fa sentire profondamente a disagio. Eppure è la cosa che ci manca di più. È l’epoca in cui tutti si lamentano per la mancanza di gentilezza degli altri. Prendersi cura degli altri, come sosteneva Jean-Jacques Rousseau, ci rende pienamente umani. Dipendiamo gli uni dagli altri non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per la nostra esistenza perché un individuo senza legami affettivi e senza empatia non può essere felice ma solo pazzo.

Per approfondire: ti consigliamo i libri citati nell’articolo di Alberto Meschiari che ha scritto Gentilezza, e Elogio della gentilezza di Adam Phillips e Barbara Taylor. Per approfondire invece il tema nei secoli, i filosofi che si sono accostati a questo argomento in ambito politico e sociale, sono Jean-Jacques Rousseau con L’Emilio e Thomas Hobbes con il Leviatano che contiene le radici del moderno Stato di diritto.

Cover: Quartiere Ballarò, Palermo, foto di Anna Barison