"Se incontri il Buddha per strada uccidilo": l'approccio alla terapia secondo Sheldon Kopp

Tutte le battaglie significative vengono combattute all’interno del sé.

Questa è una delle citazioni più famose dello psicologo americano Sheldon Kopp. Uno dei terapeuti umanisti che ebbe maggior successo negli anni Settanta. La sua opera più famosa infatti—Se incontri il Buddha per strada uccidilo—creò una prospettiva diversa sulla psicoterapia. In un periodo cruciale per lo sviluppo di questa branca della psicologia.

Durante il decennio precedente, infatti, la terapia era diventata quasi una “moda” nei ceti più alti della società americana. Si parlava della psicoterapia quasi come di una religione: una scoperta che ti poteva cambiare radicalmente la vita. Ma che appariva dogmatica, e soprattutto incarnata dal terapeuta. Una specie di guru, che aveva la chiave per aprire la mente umana. Con la sua opera, invece, Kopp intendeva mettere in chiaro un aspetto fondamentale della terapia: l’unico che può aiutare il paziente è il paziente stesso.

Sheldon Kopp

Nato a New York il 29 Marzo del 1929, Kopp si formò alla New School for Social Research. Trasferitosi a Washington, dove eserciterà per quasi tutta la vita, Kopp comincia a portare avanti gli insegnamenti della scuola umanistica di psicoterapia. Il suo è un percorso improntato sulla crescita potenziale dell’individuo. Come ogni psicologo umanista, infatti, rifiuta l’aspetto deterministico della psicoterapia tradizionale.

Per anni lavora sia privatamente che come terapeuta nelle carceri e negli ospedali. E queste ultime due esperienze lo inducono sempre di più a considerare la psicoterapia come uno strumento in grado di risvegliare la capacità dei pazienti di raggiungere in prima persona la guarigione e il miglioramento. La psicologia non è una religione: l’approccio fideistico che gran parte dei terapeuti tenta di instillare nei propri pazienti, è dannoso. Il paziente deve trovare il modo di vivere la terapia attivamente, e non passivamente.

Il paziente pellegrino

E fu proprio cercando di trasmettere questi concetti, che Kopp scrisse Se incontri il Buddha per strada uccidiloIl cui sottotitolo era Il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia. Per riuscire a combattere l’idea che il terapeuta fosse l’ennesima guida illuminata, l’ennesimo guru, a cui l’uomo si rivolge per risolvere i propri problemi.

Perché il lavoro di Kopp partiva appunto da una premessa storica e filosofica. Nel corso del tempo l’uomo, per riuscire a risolvere i propri dolori e combattere i dubbi sulla vita, si era sempre affidato a delle “guide“. Figure religiose, politiche, istituzionali, spirituali. Uomini che insegnavano ad altri uomini come dovevano vivere la propria vita.

Per Kopp questa percezione dell’esistenza è di tipo sistemico, e affonda le radici nell’infanzia e nella visione che abbiamo dei genitori e della famiglia.

L’infanzia è un incubo.

Per Kopp non c’è alcun lato positivo nel magnificare il periodo della nostra vita in cui abbiamo avuto meno controllo su noi stessi e sul mondo esterno. L’infanzia incarna la passività, e la sottomissione. Il bisogno di agenti esterni che facciano per noi quello di cui abbiamo bisogno, ma che non abbiamo il coraggio di fare da soli. Che trovino il significato della nostra vita, e ci dicano come perseguirlo.

E proprio perché alcuni individui non superano mai questa fase, tendono a ricercare continuamente nuove figure genitoriali. Nuovi maestri, nuove guide. Per riverberare quella “comfort zone” in cui tutto rimane statico. Come scrive l’autore nel suo libro “ci sono pazienti che vogliono semplicemente star bene. Non cambiare le dinamiche che provocano il male.” E questa dinamica comporta solo uno stato di dipendenza verso il terapeuta. Non guarigione e progresso.

Puoi fuggire, ma non puoi nasconderti.

Il terapeuta come anima affine

Per Kopp l’unica arma che il paziente ha per cambiare la sua condizione di disagio psichico ed esistenziale è il desiderio di crescita interiore e di emancipazione. Ha già in se tutte le risorse per comprendere se stesso e individuare la propria strada. La figura del terapeuta, quindi, nella visione di Kopp muta drasticamente.

Lo psicologo diventa semplicemente un compagno di viaggio. Un osservatore. In grado, grazie ai suoi studi, di aiutare il paziente a individuare le sue capacità di farcela da solo. Aiutare il paziente a uscire dal bisogno di rassicurazione, supporto incondizionato, e fame genitoriale. E lo fa non da un piedistallo, ma partendo dalla consapevolezza che siamo tutti sullo stesso piano, tutti pellegrini. Non c’è alcun maestro, per Kopp.

Il terapeuta è quindi un’anima affine al paziente. Deve riuscire a sbloccare in lui il senso di perdita per i falsi costrutti di controllo che ha su se stesso. Quelli che non gli permettono di sentirsi all’altezza delle proprie responsabilità. Perdere il senso di protezione da parte degli altri è il primo passo, quindi, per un approccio adulto alla terapia.

Il paziente deve rinunciare al controllo del cavallo, ma riconoscere di essere lui stesso un centauro.

Immagine: Copertina di Verne Ho