Come impariamo a mangiare?

Come impariamo a mangiare?

La risposta sembra ovvia, ma non lo è. Appena nati come impariamo a mangiare? È necessario l’insegnamento dei nostri genitori, degli adulti o nella nostra natura è scritto che possiamo fare da soli?

Ci sono due risposte a questa domanda ed entrambe valgono la pena di essere conosciute. A metà degli anni ’20, la dottoressa Clara Davis ha condotto un esperimento su un gruppo di quindici bambini, orfani e denutriti. I bambini avevano tutti un anno d’età.

Davis voleva sapere se questi bambini, ancora così piccoli, sapessero biologicamente quali cibi mangiare per migliorare la loro condizione di salute. Per questo, per alcuni mesi è stata data loro la possibilità di scegliere personalmente il cibo. Su una tavola imbandita c’erano frutta, verdura, cereali, carne, ogni tipo di alimento conservato in una scodella. Un’infermiera, assistente della Davis, aveva il compito di interpretare le richieste dei bambini e dare loro da mangiare i cibi verso i quali esprimevano maggior interesse. Il risultato? Incredibile. Dopo qualche mese i bambini, da emaciati e malnutriti, hanno iniziato a crescere più forti e robusti. Bilanciando da soli calorie e proteine, grassi e carboidrati, stavano riacquistando una corretta forma fisica.

Oggi però, con la tecnologia, i prodotti confezionati, la pubblicità, ci siamo sicuramente alienati dal nostro innato buon senso biologico. L’ipotesi che nasciamo sapendo cosa è giusto mangiare sta cedendo il passo a un’altra teoria, altrettanto interessante.

Bee Wilson, scrittrice e dietologa inglese, nel suo ultimo libro, “First Bite“, suggerisce che mangiare sia soprattutto un impulso sociale. Secondo Wilson sarebbe anche l’evoluzione degli utensili che usiamo per cucinare ad aver cambiato il modo in cui impariamo a mangiare.

Secondo Wilson, la biologia non spiega tutto. È con la comprensione, con le preferenze sviluppate attraverso la nostra esperienza che possiamo trovare i modi migliore di educare i palati dei nostri bambini.

Per Wilson, ad esempio, l’usanza di premiare il buon operato dei bambini con il cibo, una pratica educativa, è profondamente culturale e sociale. Si basa su atteggiamenti popolari che in Occidente non esistono più da decenni, ripresi da altre zone del mondo dove si soffre di più la fame.

Mangiare, secondo lei, è qualcosa che dobbiamo imparare a fare, ma non qualcosa che si impara una volta per tutte. L’errore più grande è quello di pensare che i nostri appetiti siano innati e indiscutibili e che le nostre abitudini immutabili.

Immagine via Flickr