Le parole desuete dell'italiano invecchiano ma non perdono fascino

Le parole desuete dell'italiano invecchiano ma non perdono fascino

Ti abbiamo invitato a provare un divertentissimo (ma serio) test per scoprire quante parole italiane conosci. Se l’hai fatto, ricorderai che non sempre è semplice distinguere le parole inventate dalle parole desuete effettivamente esistenti in italiano.

L’italiano è una lingua viva. Accoglie parole nuove già diffuse da tempo nel parlato, e così il bacino lessicale cambia continuamente, inavvertitamente. Anche perché, col tempo, qualche parola deve farsi da parte. Esce dall’uso, diventa desueta. Passa di moda.

Molte parole che rischiano di sparire dal nostro vocabolario, però, hanno un certo fascino. Forse proprio perché recano in bella mostra la patina del tempo. Intanto ne abbiamo raccolte dieci, e aspettiamo tuoi suggerimenti e pareri.

Abbacinare

“Abbagliare”. Per traslato, più raramente, “trarre in errore”. Ma anche, nel senso proprio, “accecare”. Il termine infatti ha origini cruenteL’abbacinamento  è un antico metodo di tortura: rendere cieca la vittima. Tra i metodi, c’era quello di avvicinare un oggetto incandescente, una specie di spillone detto “bacino”, all’occhio aperto.

Frusto

Quando la trama di un film pare tutt’altro che originale, il recensore più esigente non dice che è banale, dice che è frusta. Forse per insufflare più cattiveria nel parere negativo, col pensiero alla parola omografa “frusta”: la corda che ferisce. Tuttavia l’aggettivo frusto— che significa “logoro”, e che noi intendiamo in senso figurato “banale”—e l’oggetto frusta hanno origini diverse. La frusta viene dal latino fustis, “bastone”, in cui fu introdotta nel tempo una “r” onomatopeica. D’altronde, insieme a “frustare” abbiamo anche “fustigare”. L’aggettivo frusto, invece, viene da un antico verbo latino a sua volta derivato da frustum, “frammento”, “pezzetto”. Un abito frusto, quindi, è a brandelli.

Gaglioffo

“Cialtrone”, “buono a niente”, “sciocco”, eccetera. In uso nell’italiano antico, si trova nel celebre capitolo sulla “perfetta letizia” dei Fioretti di San Francesco, ad esempio. Da dove viene? Bella domanda. Secondo alcuni dall’incrocio di gagliardo e goffo. Secondo altri risale, come altri termini dalla stessa struttura fonetica e semantica, allo spagnolo galofa: tozzo di pane offerto ai mendici che andavano a Compostela. In questo caso, gaglioffo può significare anche “pezzente”. Poi, c’è persino chi vi ha visto l’influsso del termine califfo.

Lapalissiano

“Ovvio”. Una “verità” lapalissiana è talmente banale e inequivocabile, che rende superflua e ridicola l’enunciazione stessa. Del tipo: la pioggia bagna. Il termine si deve all’incolpevole generale francese Jacques de Chabannes, signore de La Palice, che morì nel 1525 durante la battaglia di Pavia, combattuta dall’esercito francese di Francesco I e quello dell’imperatore Carlo V. Secondo quanto riportano il vocabolario Treccani e il dizionario etimologico Cortelazzo-Zolli, il defunto generale sarebbe divenuto “aggettivo” a causa di una canzone dedicatagli dai suoi soldati. Che terminava così: “un quarto d’ora prima di morire era ancora in vita“. La truppa voleva significare la sua presenza di combattente. È possibile, come riportano alcune fonti, che la ridicolaggine della chiusa sia dovuta a un errore nella trasmissione. E che l’epitaffio originale sia: “Se non fosse morto, farebbe ancora invidia” (il feroit encore envie). In francese, “invidia” (envie) e “in vita” (en vie)” sono omofoni.

Luculliano 

Riferito a Lucio Licinio Lucullo, uomo politico romano passato alla storia soprattutto per il suo fasto e la sua passione per il cibo. Significa sia raffinato che sontuoso.Oggi si usa soprattutto in riferimento alle mangiate: “pasto luculliano”. È luculliana l’ecatombe gastronomica in La grande abbuffata di Marco Ferreri? Forse, ma è anche (volutamente) volgare. Più raffinato il pranzo preparato dalla governante nel film Il pranzo di Babette (brodo di tartaruga, quaglie, vino Amontillado…) tratto da un racconto di Karen Blixen. Tra l’altro, è il primo film menzionato in un documento papale, perché è il film preferito di Papa Francesco.

Obnubilare

Come altre parole derivate dal latino in cui il prefisso rafforzativo ob- non sia stato assimilato (come in “osservare”), “obnubilare” suona un po’ macchinoso e pomposo. Significava “essere molto nuvoloso”. Ma aveva anche senso figurato, per cui obnubilo animam, “perdo conoscenza”. Oggi significa insomma un offuscamento della lucidità mentale. Era voce dotta già in latino: meglio evitare di usarlo per dire, scusandoti con qualcuno, che ti sei distratto un attimo.

Pieghevole

Un aggettivo che usi tuttora, pensando alle sedie Ikea o alle pubblicità stampate. Ma, in uno dei suoi significati figurati, è davvero una parola desueta. Già Boccaccio utilizzava “pieghevole” nel senso di “arrendevole“. Si diffuse nell’italiano letterario anche in senso fortemente negativo. In Tasso ad esempio è attestato come sinonimo di “opportunista“. Leggendo un po’ D’Annunzio, ci si accorge che era una delle parole preferite dal pescarese. Da gran “maschio italiano”, il poeta lo usava talvolta nel senso di “cedevole”, per riferirsi alla “volontà” delle donne. Così, ad esempio, nel “Trionfo della morte”: Ella così appariva nello splendore massimo della sua animalità: lieta, irrequieta, pieghevole, morbida, crudele…

Sciamannato

“Disordinato”, “trasandato”, “sciatto”. Contrariamente a quanto si vorrebbe intuire, non è participio passato di sciamannare (“trattare senza riguardo”, “scomporsi nelle vesti”): il verbo è stato derivato successivamente. E questa è l’unica cosa sicura circa l’origine della parola, che è incerta. Bruno Migliorini congetturò la provenienza dal latino parlato exadmanuare, “sciogliere i covoni”. Ma è improbabile. Lo studioso Marco Mancini ritiene che derivi da “sciamanno”, cencio o velo giallo che gli ebrei erano obbligati a portare nei paesi cristiani fino all’800. Sarebbe quindi una voce di origine giudaico-romanesca. “Si una vorta l’Ebbrei for de li ghetti / portaveno ar cappello lo ssciamanno, / nun era gusto loro, poveretti: / era per fforza der vigor d’un banno”: così un sonetto di Belli. Tuttavia, la prima attestazione scritta di “sciamannato” non è di area romana. Qui un riassunto della vicenda. Il dizionario De Mauro marca il termine come regionale toscano.

Stoltiloquio

È la traduzione del latino stultĭlŏquium, è un termine in completo disuso, e significa proprio ciò che credi. Un discorso stupido, dissennato: chiacchiere inutili. È un peccato che il termine sia così poco usato, tuttavia tra i suoi sinonimi c’è una parola più comune e anche più bella: vaniloquio.

Sacripante

Uomo forte e robusto per antonomasia. Sacripante infatti è un personaggio dell’Orlando innamorato di Boiardo e dell’Orlando Furioso di Ariosto. È il re “saraceno” dei Circassi. Valorosissimo, fiero, e innamorato di Angelica anche lui, con Orlando e Rinaldo. Nel poema “La secchia rapita” di Alessandro Tassoni, di genere eroicomico (parodia dell’epica) Sacripante è un vanitoso pieno di boria: e oggi sacripante significa anche spacconeGadda ha inventato il verbo “sacripantàre”: dare in escandescenze.

Immagini: Copertina