L’antidoto di Seneca all’ansia

L’antidoto di Seneca all’ansia

Esiste una tendenza che ci accompagna fin dalle origini a valutare in modo errato pericoli e preoccupazioni, prevalentemente sovrastimandoli. Certo, l’uomo è nato e si è evoluto dovendo difendersi e reagire all’influsso di fattori esterni indipendenti da lui, in primis quelli naturali: animali feroci, condizioni atmosferiche avverse e cibo difficile da reperire. Non possiamo ricostruire i pensieri di un uomo preistorico, ma possiamo essere abbastanza sicuri che pur non essendo stressato dal lavoro, dalle deadline in ufficio, dalle notifiche o dalle notizie negative diffuse da media e social network che oggi ci bombardano non dovesse comunque avere vita facile e serena. Grazie a migliaia di anni di evoluzione abbiamo sconfitto molti dei pericoli primordiali che ci minacciavano e ci siamo potuti dimenticare di alcune di quelle preoccupazioni, eppure siamo sempre stati in grado di generarne altre, legate sì alle concrete difficoltà del nostro tempo, ma molto spesso fittizie.

Tutto il processo della natura è un processo integrato di immensa complessità, ed è praticamente impossibile capire se qualunque cosa accada sia positiva o negativa”, spiega il filosofo Alan Watts negli anni ’60, mentre diffonde in occidente il suo approccio alle filosofie orientali. Allo stesso modo è praticamente impossibile per l’essere umano discernere tra preoccupazioni legittime e preoccupazioni fittizie. Secondo il pastore del Massachusetts James Gordon Gilkey esisterebbero cinque categorie di preoccupazioni, quattro delle quali immaginarie. La quinta, quella delle preoccupazioni con un fondamento, ricoprirebbe solo l’8% del totale, eppure siamo propensi a ragionare e a fare valutazioni secondo una proporzione contraria.

Tra i pensatori più autorevoli nella riflessione su questo meccanismo della mente umana, che porta a preoccuparsi molto più del dovuto e genera indiscutibilmente ansia, c’è il filosofo romano Lucio Anneo Seneca, che offre una ricetta sempre attuale per combattere ansia e paranoie. Questi “segreti”, figli di un approccio stoico all’esistenza, si trovano all’interno della sua corrispondenza con l’amico Lucilio, raccolta nei venti volumi delle “Lettere a Lucilio” (in originale “Epistulae morales ad Lucilium”). In ciascuna di queste 124 epistulae, strumenti attraverso i quali contribuire alla crescita morale e al perfezionamento interiore del discepolo, il filosofo affronta un tema diverso: spiega all’amico come vivere in modo indipendente e autosufficiente, lo invita a perseguire una vita raccolta, e a perfezionarsi attraverso lo studio delle proprie e delle altrui proprie debolezze.

Sono più le cose che ci spaventano di quelle che ci minacciano effettivamente, Lucilio mio, e spesso soffriamo più per le nostre paure che per la realtà. […] Non so perché le paure infondate turbino di più; quelle fondate hanno un loro limite: tutto ciò che è incerto è in balia delle congetture e dell’arbitrio di un animo terrorizzato. Perciò niente è così dannoso, così irrefrenabile come il panico; le altre forme di timore sono irrazionali, questa è dissennata

Così scrive Seneca nella lettera numero tredici, individuando appunto la tendenza dell’essere umano a sopravvalutare i pericoli, a temere senza motivo e a inventarsi paure inesistenti, auto-infliggendosi sofferenze inutili e ansia.

Certe cose ci tormentano più del dovuto, certe prima del dovuto, certe assolutamente senza motivo; quindi, o accresciamo la nostra pena o la anticipiamo o addirittura ce la creiamo. […] Ti raccomando solo di non essere infelice anzitempo: le disgrazie che hai temuto imminenti, forse non arriveranno mai, o almeno non sono ancora arrivate

I nostri peggiori nemici, insomma, siamo noi stessi. Seneca invita alla riflessione, prova a richiamare Lucilio e tutti noi alla realtà, anticipa i nostri dubbi e ci offre dei preziosi consigli per affrontare il presente e il futuro, come farebbe con noi un amico saggio che ci vuole bene.

Seneca, busto bi-fronte, Antikensammlung, Berlino. Fonte: Wikipedia

Seneca, busto bi-fronte, Antikensammlung, Berlino. Fonte: Wikipedia

Chiediti: ‘Forse mi cruccio e mi affliggo senza motivo e mi creo un male che non esiste?’. ‘In che modo,’ domandi, ‘posso capire se mi angustio a torto o a ragione?’ Eccoti una norma per stabilirlo: o ci tormentiamo per il presente o per il futuro o per entrambi. Del presente è facile giudicare: se sei libero, sano e non subisci dolorose violenze, guarderemo al futuro: oggi non c’è motivo di crucciarsi. ‘Ma ci sarà’. Innanzi tutto considera se ci sono sicuri indizi di un male prossimo: il più delle volte, infatti, stiamo in ansia solo per sospetti e ci facciamo gabbare da quelle dicerie che riescono a determinare la sorte di una guerra e che a maggior ragione determinano la sorte dei singoli. È così, mio caro: crediamo facilmente alle supposizioni; non mettiamo a fuoco le cause delle nostre paure e non ce le scuotiamo di dosso; ci agitiamo e voltiamo le spalle come soldati che abbandonano l’accampamento per il polverone sollevato da un branco di pecore in fuga o come quelle persone che si lasciano spaventare da racconti di cose prive di fondamento e di cui non è noto nemmeno l’autore. […] È verosimile che in futuro accada qualche male: ma non è proprio sicuro. Quanti eventi inaspettati sono accaduti! E quanti, attesi, non si sono mai verificati. E se anche capiterà, a che giova andare incontro al dolore? Ti dorrai a sufficienza quando il male arriverà: frattanto augurati il meglio. […] Anche se il timore avrà più argomenti, scegli la speranza e metti fine alla tua angoscia

Insomma, per dirla qualche secolo dopo con Lorenzo de’ Medici, del “doman non v’è certezza”, quindi tanto vale godersi la felicità. E se poi i problemi dovessero rivelarsi effettivi, tanto varrà prenderla secondo l’ancor più antica massima attribuita ad Aristotele: “Se esiste una soluzione, perché ti preoccupi? Se non esiste una soluzione, perché ti preoccupi?”.

Non ti senti già sollevato?

In copertina: La morte di Seneca, David. Fonte: Wikipedia.