La teoria dell'attaccamento materno: John Bowlby e l'origine dei problemi relazionali

La teoria dell'attaccamento materno: John Bowlby e l'origine dei problemi relazionali

A partire dalla sistematizzazione della psicoterapia da parte di Freud, il mondo della psicologia ha seguito diverse scuole di pensiero. A volte anche in contrasto con il padre della psicoanalisi. Come ad esempio è accaduto allo psicologo John Bowlby, che nonostante si fosse formato come analista, e considerasse utilissima la terapia, riteneva che l’approccio teorico fosse errato in alcuni suoi punti.

Bowlby infatti riteneva che i freudiani si concentrassero troppo sulle fantasie, a discapito dell’analisi dell’ambiente in cui un individuo cresce. E infatti la sua teoria più conosciuta è un’analisi di tipo evolutivo e sistemico: quella dell’attaccamento materno. Per lo psicologo britannico, i primi anni di vita di un individuo e il legame che stringe con la madre e la famiglia indicano molti aspetti dello sviluppo della sua personalità. E possono spiegare l’insorgere di certi disturbi psichici.

John Bowlby

Bowlby nacque a Londra il 27 febbraio 1907. Proveniva da un’agiata famiglia dell’alta borghesia londinese, e la sua infanzia fu segnata dal continuo distacco dai genitori. Cresciuto da una bambinaia insieme ai fratelli fino all’età di 10 anni, fino al diploma venne iscritto ad un collegio. Questa separazione dai genitori prima, e dall’adorata bambinaia poi, sarà lo spunto personale da cui partiranno le sue teorie sull’attaccamento.

Il padre, una volta preso il diploma, lo spinse verso gli studi di medicina. Parallelamente al corso classico di medicina clinica, Bowlby decise di laurearsi anche in psicologia. Diventando un analista abilitato nel 1937. Durante il periodo dell’università, inoltre, aveva avuto modo di prestare servizio in una scuola attivista di Summerhill, dove aveva lavorato con bambini disagiati provenienti da famiglie dissestate, in cui i legami con le figure di riferimento erano sempre disfunzionali.

Questa esperienza fu molto importante: nonostante nel 1940 entrò effettivamente a far parte della Società Psicoanalitica Britannica, fin dall’inizio Bowlby si pose in antitesi a molte teorie psicanalitiche sull’infanzia e la nevrosi. Presentò un articolo intitolato “L’influenza dell’ambiente iniziale sullo sviluppo delle nevrosi”, in cui teorizzava che l’aspetto ambientale neonatale fosse totalmente trascurato dalle teorie psicoanalitiche.

All’epoca erano ancora molto forti le teorie di Freud riguardo alle fasi dello sviluppo psicosessuale (orale, anale, fallica, genitale) e alle fantasie. Mentre per Bowlby si doveva dare molta più importanza al legame fra madre (o una figura sostitutiva) e figlio nella prima parte della vita di un individuo.

L’inizio di una ricerca più approfondita

Le sue teorie scatenarono un confronto teorico molto acceso nell’ambiente culturale britannico. E Bowlby cominciò a strutturare più approfonditamente le sue supposizioni grazie anche al confronto-scontro con la psicologa britannica Melanie Klein. Che restava su posizioni più classiche.

Fu durante questo periodo che Bowlby decise di dedicare interamente la sua carriera allo studio dei legami affettivi sulla psiche dei bambini. Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo incaricò di condurre uno studio psicologico sui bambini rimasti orfani. Ne risultò uno studio, intitolato Accudimento materno e salute mentale, in cui si cominciavano a delineare sistematicamente i prodromi della futura Teoria dell’attaccamento.

Per Bowlby, infatti, all’origine dello sviluppo delle nevrosi e dei disturbi del comportamento c’era un legame fallito (o mancato) con la propria figura di riferimento durante l’infanzia.

Le influenze degli studi paralleli

Bowlby non era il solo a condurre studi mirati a comprendere l’effetto sulla psiche dei legami genitoriali. Nel dopoguerra, infatti, vennero condotti molti studi in questo senso. Sia a livello etologico che psicologico. E questi studi si influenzeranno a vicenda.

Gli studi sull’imprinting degli anatroccoli di Konrad Lorenz, ad esempio, furono fondamentali. Perché mostravano che determinati meccanismi di supporto durante la prima parte della vita erano innati anche negli animali. Studi che poi furono confermati anche dallo psicologo americano Harry Frederick Harlow.

Harlow condusse uno studio sui legami neonatali nelle scimmie rhesus. In una situazione di controllo, osservava il comportamento delle piccole scimmie verso due dispositivi. Uno era strutturato per fornire cibo, ma aveva un aspetto neutro. L’altro invece aveva la forma di una scimmia adulta, ma non forniva alcun nutrimento. Le piccole scimmie ignoravano il dispositivo che forniva cibo, e passavano quasi tutto il tempo aggrappati alla finta scimmia adulta.

Questi studi, poi, furono seguiti dalle famose osservazioni sui disturbi infantili di René Spitz. Che lavorando per anni negli orfanotrofi aveva notato come la mancanza della madre (o di un caregiver sostitutivo) provocava spesso l’insorgere di vari disturbi. È in questo quadro, quindi, che si inserì la più articolata teoria sui legami figlio-caregiver: quella di Bowlby.

La teoria dell’attaccamento

Per Bowlby il meccanismo di attaccamento era legato innanzitutto a una funzione di rassicurazione e benessere psicofisico. I neonati e i bambini sono portati a voler stringere un legame con il proprio caregiver che prescinde dai semplici bisogni fisici, come il nutrimento. Il contatto fisico con una figura di attaccamento che il bambino considera rassicurante, ad esempio, è di vitale importanza per Bowlby.

Questo attaccamento, secondo lo psicologo britannico, si articola in quattro fasi:

  • Dalla nascita alle 12 settimane: il bambino non è in grado di riconoscere i volti e discriminare l’identità delle persone. La sua unica facoltà di riconoscimento è legata alla madre (o alla figura sostitutiva). Che riconosce attraverso l’odore e la voce. Successivamente, il bambino riuscirà a mettere in atto modi di relazionarsi sempre più selettivi, soprattutto con la figura materna.
  • Dal sesto mese al nono: il bambino riesce a discriminare più facilmente la figura della madre, e la privilegia in modo incondizionato rispetto alle altre figure soggettive che riesce a individuare.
  • Dal nono mese ai tre anni: il bambino mostra sempre più fiducia e conforto verso la propria figura di attaccamento. Impara a richiamare la sua attenzione in modo consapevole, ad affidarsi a lei in situazioni sconosciute, e la utilizza come base di riferimento per esplorare l’ambiente circostante.
  • Dai tre anni in poi: Sono gli anni in cui via via, fino all’adolescenza, il bambino comincia a fare affidamento anche su figure d’attaccamento secondarie. Anche per una prolungata assenza della figura primaria, confidando che questa tornerà. Così comincia a sviluppare l’autonomia.

Una volta sistematizzata la propria teoria in base alle sue osservazioni sul campo, Bowlby concentrò il suo lavoro sugli effetti che derivano dagli attaccamenti disfunzionali in giovane età. Dimostrando che spesso portano all’insorgere di nevrosi e psicosi negli adulti.

La Strange Situation

Bowlby avvalorò i suoi studi attraverso un esperimento denominato Strange Situation. Venti minuti di osservazione in cui si trovano in una stanza il bambino, la mamma e un estraneo. Poi la madre si allontanava, e il bambino rimaneva solo con l’estraneo per un tempo variabile. 

A seconda delle reazioni del bambino alla privazione della figura materna, Bowlby identificò diversi tipi di attaccamento.

  • Stile Sicuro: il bambino confida pienamente nell’aiuto e nel supporto della propria figura di riferimento. E dà per scontato che anche se lasciato solo per un po’ di tempo, verrà sicuramente raggiunto non appena ne ha bisogno. Non ha paura dell’abbandono, e non teme gli estranei. È sinonimo di una figura di attaccamento che risponde in modo positivo ai bisogni del bambino.
  • Stile Insicuro Evitante: il bambino in situazioni di difficoltà non ricerca la figura di attaccamento, e dà segnali di non confidare in un suo potenziale aiuto. Riguardo al mondo esterno si mostra timoroso: non esplora la nuova stanza, e si tiene alla larga dall’estraneo. Il bambino è silenzioso, triste, e non dimostra entusiasmo per il gioco. È sinonimo di una figura di attaccamento che evita il contatto con il figlio, e si dimostra evitante.
  • Stile Insicuro Ansioso Ambivalente: il bambino dimostra volontà di giocare a conoscere l’ambiente in cui è stato inserito, ma è anche molto ansioso nella nuova situazione. Torna continuamente dalla madre, perché dimostra di non essere confidente riguardo al suo appoggio in una situazione di bisogno. La richiama continuamente, per assicurarsi la sua attenzione. Se la madre esce dalla stanza, entra nel panico. È sinonimo di una figura di attaccamento che si dimostra sensibile e reattiva ai bisogni del figlio solo in parte. 

Gli effetti delle ricerche di Bowlby

Con il proseguire dell’età adulta, tutti questi stili di attaccamento per Bowlby sfociano in diverse personalità. Che possono comportare anche disturbi mentali più o meno gravi. Il lavoro dello psicologo britannico—insieme a quello di altri suoi colleghi, come abbiamo visto—gettò una luce più ampia sulla necessità di studiare a fondo l’età evolutiva.

Le sue teorie e i suoi studi sono stati di fondamentale importanza per riformare e migliorare le strutture di assistenza ai minori che avevano perso i genitori. E hanno ampliato considerevolmente le teorie psicoanalitiche sul rapporto madre-figlio.

Per ampliare l’argomento, ti consigliamo di leggere la trilogia di volumi attraverso cui Bowlby ha sistematizzato tutti i suoi studi sull’attaccamento e le sue conseguenze. Attaccamento (1969), Separazione (1973) e Perdita (1980).

Immagini: Copertina