Dire tutto in poche parole: perché ci piacciono tanto gli aforismi

Dire tutto in poche parole: perché ci piacciono tanto gli aforismi

Cosa unisce scrittori tanto diversi, di ambito così tanto diverso, e così distanti nel tempo, come Oscar Wilde, Charles Baudelaire, Virginia Woolf, Friedrich NietzscheRoland Barthes, Ennio Flaiano, Epicuro, Blaise Pascal, Orazio, Carl Gustav Jung, Kierkegaard, Epitteto, Woody Allen? Una sola cosa: la scrittura di aforismi.

La brevità è una virtù ma è anche un dono, tanto prezioso quanto raro: i pochi che lo posseggono davvero, sanno condensare nel breve giro di una frase, spesso simile a un paradosso, un intero sistema di pensiero, una visione complessa della vita, una riflessione ironica, una “pillola” di saggezza universale sulla società, sulla natura umana, sull’amore. Come Giacomo Leopardi, che, benché grafomane, possedeva questo dono.

Nessuna qualità umana è più intollerabile nella vita ordinaria, né in fatti tollerata meno, che l’intolleranza.

Se non è breve, non è un aforisma

Poche cose sono definibili meno facilmente che l’aforisma. La parola greca aphorismós (ἀϕορισμός), insieme al primo significato di “separazione, distinzione”, aveva assunto nel corso tempo anche quello di “definizione concisa”, sull’esempio degli Aforismi di Ippocrate, quando nel Medioevo, proprio grazie al titolo della raccolta di precetti medici di Ippocrate, “aforisma” divenne sinonimo di “scienza medica”—in questa accezione Dante usava il termine nel Paradiso. Un significato obsolescente nell’epoca moderna, attraversata dagli aforismi sotto il nome di “pensieri”, “ricordi”, “sentenze”, con due grandi momenti di splendore. Uno nella Francia del XVII secolo grazie a Blaise Pascal (Pensieri) e a François de La Rochefoucauld (Massime). L’altro, a fine XIX, grazie alla filosofia col martello di Nietzsche (ed epigoni), che scriveva:

La mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, quello che chiunque altro non dice in un libro.

Dopo un ‘900 ricco di aforismi definiti con le più diverse etichette—Flaiano li chiamava anche “errori”, come indica il Diario dei medesimi—oggi li identifichiamo con le massime più lampeggianti, paradossali e sagge dei grandi autori. Sono “bolle di sapone”, come li definiva Mario Praz, la cui “concettosità ci fa sorridere di piacere” secondo Cesare Segre.

E sono soprattutto brevi. Ancora Nietzsche disse: “chi scrive aforismi non vuole essere letto ma imparato a memoria”. E appunto la differenza tra la massima e l’aforisma è segnalata dalla lunghezza, anche solo “percepita”, di una frase. Ecco una massima di Oscar Wilde, dal Ritratto di Dorian Gray, che è anche un aforisma:

Una convinzione etica in un artista è un imperdonabile manierismo dello stile.

Quest’altro periodo dai Ricordi di Guicciardini invece, è già troppo articolato e sentenzioso per essere anche un aforisma.

Non ha maggiore inimico l’uomo che sé medesimo. Perché quasi tutti e’ mali, pericoli e travagli superflui che ha, non procedono da altro che dalla sua troppa cupidità.

Se non è arguto, non è un aforisma

Come si legge nell’introduzione a questa edizione degli Aforismi di Wilde, l’aforisma non ha solo il carattere della brevità ma anche quello dell’arguzia. Proprio per questo, secondo il grande scrittore e aforista austriaco Karl Kraus, esso “non coincide mai con la verità: o è una mezza verità o una verità e mezzo“. Ed è proprio quanto interessa a noi oggi: non che l’aforisma sia ragionevole, logicamente corretto, recante una verità dimostrabile. Ma che sia persuasivo, paradossale, acuto. Scriveva in un suo romanzo di Guido Morselli, uno degli scrittori italiani più sottovalutati del Novecento, riguardo alla vanità umana:

Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi.

Ecco come l’aforista polacco Stanisław Jerzy Lec, di cui consigliamo la deliziosa antologia Pensieri spettinati, diceva metaforicamente quasi la stessa cosa. 

C’è un’altra cosa nell’uomo che lo rende superiore alla macchina: sa vendersi da solo.

Di seguito, una manciata di aforismi fondati su una qualche forma di arguzia.

I popoli sarebbero felici se i re filosofassero e se i filosofi regnassero (Plutarco).

“Se non avessimo difetti non avremmo tanto piacere a notare quelli degli altri” (La Rochefoucauld).

Gli uomini, non avendo nessun rimedio contro la morte, la miseria e l’ignoranza, hanno stabilito, per essere felici, di non pensarci mai (Pascal).

Vivere è una caduta orizzontale (Jean Cocteau).

L’egoismo non consiste nel vivere come ci pare ma nell’esigere che gli altri vivano come pare a noi (Oscar Wilde).

All’interno di ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio. (Emil Cioran).

Arguzie che non significano nulla: un’intuizione di Umberto Eco

In un  articolo del 2011, Umberto Eco, distinguendo aforisma (“una massima che intende essere riconosciuta come vera, benché intenda apparire arguta”) e paradosso (“una massima prima facie falsa che, solo dopo matura riflessione, appare intesa a esprimere ciò che l’autore ritiene essere vero”), e sostenendo che l’arte dell’aforisma sarebbe facile mentre quella del paradosso, difficile, propone un singolare test per verificare la “tenuta” di un aforisma.

La prova consiste nel rovesciare l’aforisma, nell’invertirne i termini. Quando un aforisma è rovesciabile, secondo Eco:

è una malattia della tendenza al wit [motto di spirito], in altre parole una massima che, pur di apparire spiritosa, non si preoccupa del fatto che il suo opposto sia egualmente vero. Userei per questi aforismi rovesciabili il termine di aforisma cancrizzabile.

Questo è “portatore di una verità molto parziale e, sovente, dopo che lo si è cancrizzato, ci rivela che nessuna delle due prospettive che apre è vera: sembrava vero solo perché era spiritoso“. Praticamente tutti i celebri autori di aforismi, alla prova di Eco (meno di tutti il già citato Stanisław Jerzy Lec), cadono prima o poi in questi peccati di vanità.

Ecco due meravigliosi aforismi non cancrizzabili di Karl Kraus, segnalati da Eco,

I bambini giocano a fare i soldati. Ma perché i soldati giocano a fare i bambini?

I pazzi vengono definitivamente riconosciuti dagli psichiatri per il fatto che dopo l’internamento mostrano un comportamento agitato.

Eccone invece tre cancrizzabili. Rovesciati, hanno comunque senso: dunque, non hanno alcun senso. Sono “taroccati”. Il primo ancora di Karl Kraus.

Il superuomo è un ideale prematuro che presuppone l’uomo (L’uomo è un ideale prematuro che presuppone il superuomo).

Il secondo di Oscar Wilde.

Sono solo i moderni a diventare sorpassati (Sono solo i sorpassati a diventare moderni).

Il terzo di Hoffmansthal, dal Libro degli amici, scelto e rovesciato da noi.

La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie (La superficialità va nascosta. Dove? In profondità).

Ecco un lungo elenco di aforisti occidentali, che puoi divertirti a “rovesciare” come ci ha suggerito Umberto Eco. Due grandi volumi dei Meridiani Mondadori sono dedicati agli Scrittori italiani di aforsmi.

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Pues eso, qué decir de un sabio, de un SABIO con mayúsculas, con una calidad humana que a muchos nos gustaría alcanzar. Desde los curiosos ojos de Hipatia nos gustaría rendirle nuestro humilde homenaje a #UmbertoEco,#semiólogo que fue capaz de interesar al público con los variados temas de sus #ensayos, y nos enganchó a sus #novelas, entre ellas la más conocida #elnombredelarosa. Es difícil no utilizar un lenguaje grandilocuente con él, que precisamente eludía, el considerado padre de la #semiótica, #filósofo, #escritor, #crítico, profesor universitario, #periodista, además de experto en #librosantiguos, y en #cómics, era conocido y respetado internacionalmente. Umberto Eco decía que lo más apasionante era seguir aprendiendo, él fue capaz de trasmitir sus conocimientos siempre argumentados y con una buena dosis de humor. Como muchos de ustedes, empecé a leerle por su primera obra de ficción El nombre de la rosa de 1980, literalmente la devoré, me pareció apasionante, después de esta lectura esperaba con gran expectación cada una de sus novelas, pero mientras iba buscando más obras suyas y así me acerque a algunos de sus interesantes ensayos. Yo era una joven ávida de lecturas, de conocimientos… ahora ya una mujer de mediana edad, sigo buscando, no sé bien qué pero me enzarzo en la maravillosa a ventura que es #leer, y a veces en diferentes lecturas de diferentes autores, sin darme cuenta recuerdo algo de sus obras. Con esto lo que quiero decir es que Umberto Eco, ha influido nos ha influido con sus escritos, que son de los que perduran. Además de su capacidad para hacernos reflexionar. Para leer más en #losojosdehipatia

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Immagini: Copertina via WikimediaCommons