La storia indimenticabile e triste di Agostino Di Bartolomei

La storia indimenticabile e triste di Agostino Di Bartolomei

Apriamo il nostro notiziario con una notizia davvero triste. Un grave lutto ha colpito oggi il calcio italiano. Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma, campione d’Italia 1982-83, si è suicidato nella sua villa nel salernitano. Un colpo di pistola e il popolare Ago ha posto fine alla sua vita.

Serio, schivo, poche parole. Un romano atipico, anche se nessun giocatore ha amato la città e la maglia come ha fatto lui. Qualcuno ha detto che “Ago”, a differenza di tutti gli altri, “si impegnava per essere normale”. Simbolo, come lo sono stati Scirea Valentino Mazzola e il suo Grande Torino, di un calcio che purtroppo non tornerà più.

Il 30 maggio 1994 di Ago restano solo due foglietti strappati, sopra si leggono le sue ultime parole:

Non vedo l’uscita dal tunnel. Mi sento chiuso in un buco.

Come raccontare alle nuove generazioni Agostino di Bartolomei

In campo era uno dai “piedi buoni”, ma come ha detto Fernando Acitelli, Ago i piedi buoni “li aveva anche in testa”. Tira i primi calci a un pallone nel quartiere capitolino di Tor Marancia, ma è alla Garbatella che inizia la sua carriera. Nella prima parte (così speculare all’ultima) ha la fortuna di incontrare allenatori-guide che lo seguono bene. Di Nitto, Bravi. Brucia le tappe, e in Primavera ci arriva a sedici anni. Vince due titoli nazionali di categoria e fa il salto in prima squadra, con la Roma in Serie A. Il suo debutto è dell’aprile del ’73, a Milano, contro l’Inter. Agostino ha diciotto anni.

Durante le prime stagioni in giallorosso si divide tra la prima squadra e le giovanili. Va a farsi le ossa a Vicenza, in serie B, seguito da Manlio Scopigno. Un’avventura decisiva per la sua formazione. Quando torna a Roma lo fa da titolare e poi da capitano. Diventa presto un punto fermo della squadra. Con la casacca giallorossa disputerà 308 partite, di cui 146 da capitano. Segnando 66 gol.

Oltre a segnare Ago era di un’intelligenza tattica fuori dal comune per quegli anni. Sapeva mettere la palla dove il compagno doveva arrivare. Le sue punizioni erano formidabili. Con la Roma, Ago vincerà tre Coppe Italia. Nell’83, in una formazione che tutti i romanisti conoscono a memoria: lo scudetto con Liedholm in panchina. Tancredi, Nela, Maldera, Ancelotti, Falcao, Vierchowod, Conti Prohaska, Pruzzo, Di Bartolomei, Iorio.

Quella notte maledetta di Coppa Campioni

Lo scudetto permette alla Roma di gareggiare in Coppa Campioni. Dopo un inizio folgorante, la Roma è in finale, contro il Liverpool. È il 30 maggio 1984. La partita si decide ai rigori. Falcao non lo batte, qualcuno pensa “per la troppa pressione”. Ago sì, e segna. Ma non basta, ad alzare la coppa è il Liverpool. Da quella data la storia di Ago con la Roma arriva al capolinea.

Percepisce una mancanza di stima da parte della società. Con l’arrivo del nuovo allenatore Eriksson, Di Bartolomei viene messo nella lista dei partenti. “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva”, gli scrivono i tifosi della Roma su uno striscione durante una partita di Coppa Italia contro il Verona.

Ago segue Liedholm al Milan. Squadra che lo aveva cercato quando aveva 13 anni, ma allora rifiutata. Da lui che a Roma voleva starci e scrivere la storia. In Milan – Roma di quell’anno Ago segna ed esula. Un gesto che i tifosi e gli ex compagni di squadra non gli perdoneranno al ritorno. Durante il quale Graziani cercò addirittura di aggredirlo a fine incontro. A Roma cominciano a dimenticarsi di lui.

Dopo il Milan c’è l’ultima avventura in serie A con il Cesena e poi a Salerno, di nuovo da capitano, ma in serie C, con la Salernitana. Appesi gli scarpini al chiodo vive una breve parentesi come commentatore per i Mondiali del ’90 per la RAI. Si trasferisce a Castellabate, il paese d’origine della compagna, dove fonda una scuola calcio dedicata ai più piccoli.

A me piacerebbe che i ragazzi imparassero da piccoli ad amare il calcio, ma non prendendo a modello alcuni dei miei capricciosi colleghi.

Arrivederci Ago

Per tutti gli anni in cui è stato lontano dalla capitale Di Bartolomei ha atteso che la sua Roma lo richiamasse, provando a rientrare, come ha scritto Raffaele Nappi, “in quel mondo dal quale non era mai voluto uscire”. Non aveva mai smesso di crederci, fino al 1994.

Qualcuno dice sia stato per colpa di un investimento sbagliato, qualcun altro parla di debiti, di problemi in famiglia, di depressione. Nessuno conosce la verità e nessuno la saprà mai. Alle 8,45 del 30 maggio 1994, 10 anni dopo la maledetta finale di Coppa Campioni, sulla veranda di casa Agostino punta la pistola al cuore. Oggi quella data—il 30 maggio—ha un doppio significato: il sogno infranto di una finale persa per tutti i tifosi della Roma. L’altro, molto ma molto più grande, riguarda invece tutti gli appassionati di calcio che hanno perso Agostino.

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia.

Per approfondire

Ti consigliamo il documentario 11 metri, diretto da Francesco Del Grosso e il libro “L’ultima partita – Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei” di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno.

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