Akira Kurosawa, guida a uno dei maestri del cinema giapponese

Akira Kurosawa, guida a uno dei maestri del cinema giapponese

Nell’ambito di una cinematografia vastissima, con i suoi temi nazionali, decine di grandi autori, una sua nouvelle vague e un sistema di generi codificati, si ritiene che il Giappone abbia offerto tre registi da non nominare mai senza l’epiteto “grande maestro”: Kenji Mizoguchi, Yasujirō Ozu e Akira Kurosawa.

Se Mizoguchi è stato amato soprattutto dai critici, e Ozu da alcuni particolari autori, Akira Kurosawa (1910-1998) ha davvero stregato il pubblico e i registi occidentali. Forse perché al cinema occidentale (americano) si è ispirato spesso e ha aperto all’occidente le porte del cinema giapponese, grazie all’imprevedibile conquista del Leone d’Oro nel 1951 per Rashōmon.

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Akira Kurosawa fra George Lucas e Francis Ford Coppola

Con Yojimbo, del 1960, Kurosawa pose le basi dello Spaghetti Western di Sergio Leone. E i suoi film sui Samurai—in particolare La Fortezza Nascosta—, mostrano che la saga di Guerre Stellari gli deve moltissimo.

Per George Lucas, Kurosawa era un “autentico genio”

Alcuni celebri “fan”: Ingmar Bergman sostenne di essersi “completamente arreso” al cinema giapponese grazie a Kurosawa. A Federico Fellini bastò I Sette Samurai per dichiarare che Kurosawa fosse “il più grande esempio vivente di ciò che un autore di cinema dovrebbe essere”. Tutti i registi della New Hollywood si confrontarono con lui: Steven Spielberg lo ritiene il regista da cui ha imparato di più, e Martin Scorsese lo ha sempre venerato: ha inserito ben 3 film di Kurosawa nella sua Foreign Film List , una lista di 39 film non americani a suo dire “imperdibili”.

Un cinema umanista

Di Martin Scorsese ci si può decisamente fidare. Vediamo quindi i tre capolavori di Kurosawa inseriti nella lista succitata: sono Vivere (1952), I Sette Samurai (1954) e Anatomia di un rapimento (1963).

Insieme, potrebbero costituire una sintesi delle ragioni—stilistiche, tematiche—della grandezza del regista giapponese: l’inclinazione alla satira, la prodigiosa scioltezza tecnica (Kurosawa usava molto il jump-cut), la disponibilità a esplorare i generi e un respiro umanista che ha permesso ai suoi film di “invecchiare” benissimo. Protagonisti delle opere di Kurosawa sono piuttosto uomini che donne: ma quelle opere sono, tutte, riflessioni sulla condizione umana che riguardano chiunque.

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Vivere (Ikiru) – 1952

Vivere (Ikiru) parla di un impiegato vedovo che, dopo aver scoperto di essere malato terminale, impegna gli ultimi mesi di vita in una testarda “odissea” burocratica allo scopo di trasformare un’area paludosa in un parco giochi per bambini. Riuscirà nel piccolo miracolo, dando un senso finale alla sua vita anche se nessuno si ricorderà di lui. È un film in cui alla satira della burocrazia si mescola un tono straziante, ma non banalmente sentimentale.

Tre ragioni per rivedere I Sette Samurai secondo la Criterion Collection: i suoi ottimi attori, la profondità umana della storia, e le grandissime scene d’azione.

I Sette Samurai, molto lungo nella sua versione originale, è uno dei film più amati e più studiati della storia del cinema. Nel 1587 un gruppo di Rōnin si fa convincere a difendere un piccolo villaggio di contadini minacciati da una banda di quaranta predoni. Al termine della lunga battaglia i briganti saranno tutti sconfitti, ma anche il gruppo di Samurai randagi avrà subito delle perdite dolorose.

I Sette Samurai è quel che si dice, nel gergo dei critici, un’opera “seminale”. Secondo alcuni è stato il primo film in cui viene formato un gruppo per “portare a casa” una missione. In questo caso, I Sette Samurai avrebbe innervato mezzo secolo di cinema, soprattutto statunitense.

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Anatomia di un rapimento invece è un grande thriller, che innesca una serie di dilemmi morali a partire da uno “scambio di persona” in un caso di rapimento a scopo di estorsione. È probabilmente il primo film in bianco e nero in cui è inserito un particolare a colori (sarà imitato da Spielberg in Schindler’s List).

I film di Akira Kurosawa

I tre film di cui abbiamo parlato mostrano che Kurosawa era ugualmente abile in entrambi i grandi generi tradizionali del cinema nipponico: il gendaigeki, dramma contemporaneo, e il jidaigeki, cinema d’ambientazione storica (a cui è legata la sua fama). In entrambi, comunque, un aspetto del cinema di Kurosawa emerge sempre: la capacità di rappresentare in maniera innovativa il movimento.

Le innovazioni del linguaggio di Kurosawa si trovano sparse lungo tutta la sua filmografia (30 lungometraggi), che ripercorriamo brevemente.

Il dinamismo dello stile di Kurosawa—che esordisce in tempo di guerra, dovendosi adeguare a temi bellici—emerge già nei suoi primi film. Con Sugata Sanshirō (1943; storia sulla tempra di un judoka) e La più bella (1944; film di propaganda pura, protagoniste alcune operaie), etc. Poi, durante l’occupazione americana, gira due film sui problemi sociali, la bellissima detective-story Cane Randagio (1949, una delle prime prove dell’attore-feticcio di Kurosawa, Toshiro Mifune) e Vivere. In mezzo ci sono un adattamento dell’Idiota di Dostoevskij e Rashomon (1950), ammirato per il virtuosismo tecnico e il suo modernismo: un truce fatto di cronaca è rievocato in flashback da tre testimoni, ma le versioni non coincidono.

Segue una serie di jidaigeki a partire da I Sette Samurai, fra cui Il trono di Sangue (1957), riduzione del Macbeth. Fra gli anni Sessanta e Settanta, complice anche la mutazione del gusto cinematografico, Kurosawa visse un momento difficile, in seguito al fallimento della sua casa di produzione indipendente e dell’insuccesso di alcuni film. Nel 1970, la pessima ricezione di Dodes’ka-den, film ambientato in una bidonville, lo spinse a tentare il suicidio.

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Un’inquadratura di “Sogni” (1990)

I suoi ultimi film più spettacolari saranno realizzati grazie a produzioni estere. Sono i bellissimi Ran (1985), adattamento molto libero del Re Lear, e Sogni (1990), in cui esplora le sue ossessioni. Quest’ultimo è il tipico film autobiografico e “personale” del grande autore che non ha più nulla da dimostrare. Sogni è un film a episodi: in uno di questi il protagonista si perde dentro i quadri di Vincent van Gogh e, incontratolo (l’artista è interpretato da un poco verosimile Martin Scorsese) arriva a chiedergli perché si sia tagliato un orecchio.

Due opere intimiste chiudono la carriera di Akira Kurosawa: Rapsodia in Agosto e Madadayo-il compleanno.

Akira Kurosawa ha vinto due Leoni d’oro: uno per Rashomon l’altro alla carriera, nel 1982. Ottenne la Palma d’oro a Cannes per Kagemusha nel 1980 e un Oscar alla carriera nel 1990. La traduzione dell’autobiografia di Kurosawa, L’ultimo Samurai—quasi un’autobiografia, la trovi ormai solo nel circuito dell’usato. Più facilmente reperibili le monografie dedicate al regista e ai suoi film più celebri. Praticamente tutta la filmografia di Kurosawa è pubblicata dalla Criterion Collection. Prima di decidere da quale film iniziare, puoi vedere questa Top Ten ben fatta. 

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