La tragedia in diretta di Alfredo Rampi: il momento in cui la televisione è cambiata per sempre

La tragedia in diretta di Alfredo Rampi: il momento in cui la televisione è cambiata per sempre

Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte.

Nell’immaginario collettivo italiano—per chi c’era, ma anche per chi è arrivato dopo e l’ha sentito—c’è un fatto di cronaca del 1981 che ci portiamo tutti dentro. È la morte in diretta, dopo essere caduto in un pozzo, di “Alfredino” Rampi. Un bambino di 6 anni che tenne col fiato sospeso più di 20 milioni di italiani alla tv.

La RAI aveva coperto la cronaca dei soccorsi con una diretta di 18 ore. Le terribili parole che aprono questo articolo sono quelle che chiudono il sipario televisivo, il 13 giugno 1981. Pronunciate da Giancarlo Santalmassi, durante l’edizione straordinaria del Tg.

L’incidente di Vermicino

È la sera del 10 giugno 1981. La famiglia Rampi è in villeggiatura vicino Frascati, nella località di Selvotta. Al ritorno da una delle loro passeggiate, Alfredo chiede al padre Ferdinando se può tornare a casa da solo. Sono solo pochi metri. Prende la via dei prati. Il padre accetta, ma una volta rientrato a casa si allarma. Il figlio non c’è. Lo cercano prima i familiari, un’ora dopo la polizia. La notte anche i vicini.

La nonna di Alfredo ricorda la presenza di un pericoloso pozzo, aperto di recente per via di alcuni lavori, proprio sulla strada della passeggiata. Le autorità lo trovano subito e sentono le voci del bambino da basso. Quel pozzo è stato coperto con una lamiera soltanto alle 21. Il proprietario di quel pezzo di terra (arrestato poi con l’accusa di omicidio colposo) non si era accorto di niente. All’una di notte arrivano alcuni tecnici della RAI per seguire i primi soccorsi.

I tentativi di salvataggio

Le operazioni di salvataggio si rivelano subito difficili. Il pozzo è profondo circa 80 metri. Le pareti, strette, sono irregolari. Ma a essere decisiva, in negativo, è la completa disorganizzazione dei vigili del fuoco e dei soccorritori. Basti pensare che non c’è neanche una recinzione intorno al pozzo. Tutti possono avvicinarsi e intralciare i soccorsi. Si verranno ad ammassare quasi 10mila persone. Assistite da alcuni venditori ambulanti. All’epoca la Protezione Civile, come la conosciamo, oggi non era ancora nata.

Per quanto riguarda i soccorsi si procede, sostanzialmente, per tentativi. Quasi sempre improvvisati. Uno dei primi è quello di calare una tavoletta di legno, rimasta poi tragicamente incastrata nel condotto. L’altro tentativo, ancora più deleterio, prevede la perforazione di un secondo tunnel per raggiungere il punto in cui Alfredo si trova. Ma la perforazione farà scivolare più giù il bambino, di quasi trenta metri.

All’ora di pranzo dell’11 giugno si collega il Tg1. In diretta. È l’inizio della tragedia mediatica.

La nascita della “televisione del dolore”

Durante la diretta, il conduttore Badaloni riporta la notizia del comandante dei vigili Pastorelli. “Entro poche ore Alfredino verrà tratto in salvo”. Sono tutti convinti della buona riuscita dell’operazione. È la previsione del “lieto fine” che spinge le altre emittenti a collegarsi. Vengono addirittura calati i microfoni all’interno del pozzo per sentire la voce del bambino.

Ma quella che doveva essere una breve diretta si allungherà fino a toccare le 18 ore. I soccorsi sono “più lunghi del previsto” e dopo il telegiornale viene trasmessa una tribuna politica. La redazione della RAI viene però tempestata di telefonate dai telespettatori che vogliono sapere come procedono i soccorsi per Rampi. A quel punto la RAI non può più sottrarsi al ruolo di servizio pubblico. Vittima lei stessa della sua avventatezza. È la prima volta in cui una televisione non soltanto non riesce a controllare un evento ma si fa condizionare dall’evento stesso.

Dalle 14.00 alle 20.00 del giorno 12 giugno viene registrata una media di 12 milioni di telespettatori, con una punta di 21,7 milioni. Dalle 20.00 alle 24.00 si segna un ascolto medio di 28 milioni di telespettatori.

Nasce, in quest’occasione, l’espressione “tv del dolore”. Una diretta così lunga non si era mai vista. Oggi ci sembra strano, visto quanto la televisione è cambiata nel trattare un fatto di cronaca (anche grazie all’episodio di Rampi). Ma prima di allora i fatti cruenti non venivano ripresi o raccontati in diretta per “rispetto delle vittime e degli spettatori“. Era l’etica giornalistica. Ma quella notizia sull’imminente riuscita dell’operazione di salvataggio aveva compromesso tutto.

Un evento destinato a cambiare per sempre la televisione

A quel punto la diretta diventa una tortura mediatica, nella quale si alternano soccorritori di tutti i tipi (accorsi anche grazie alla televisione) per dare una mano. Ma nessuno riuscirà nell’intento. All’imbocco del pozzo, aspettano di calarsi, speleologi dalla statura esile. Contorsionisti. Nani.

Alle 16 e 30 arriva sul posto anche Sandro Pertini, allora presidente della Repubblica. Rino Bucci, sulle pagine de Il tirreno scrive:

Quel campo vicino Frascati divenne il palcoscenico dove si esibiranno acrobati, vigili del fuoco, uomini minuti, coraggiosi, il presidente della Repubblica. Per tre giorni passarono in secondo piano una crisi di governo, il rapimento di Roberto Peci, lo scandalo P2. Ma alla fine il salvataggio divenne fallimento, la speranza delusione collettiva.

Il corpo del bambino viene recuperato da alcune squadre di minatori 28 giorni dopo la morte. L’11 luglio.

Lavorarono come se fossero nella loro miniera scavando per tentare di salvare un loro compagno sommerso da una frana.

Ma a quel punto le telecamere sono spente. Anche se Alfredo è ancora lì. Cosa ne è stato di tutto il materiale di quel salvataggio mancato? Di quella tragedia filmata?

Il Tribunale civile di Roma, dopo l’episodio, decreta il divieto di pubblicazione delle immagini in cui Alfredino piangeva e chiedeva aiuto alla mamma. Nel 2001 viene istituito il divieto tassativo di riproporre in tv quegli spezzoni. Anche se alcuni di questi vengono poi trasmessi, senza conseguenze, in maniera incontrollata dal 2011.

Aldo Grasso sul Corriere ha scritto un bell’articolo sull’impatto mediatico dell’incidente di Vermicino. Comincia così:

La tragedia di Vermicino non l’abbiamo ancora superata, fu un incubo collettivo che ci trasciniamo dietro. Come se quel terribile shock visivo avesse infranto una barriera, ci avesse procurato una piaga che non vuole rimarginarsi, costringendosi, da allora, a convivere con una ferita sempre aperta.

Quello che si chiede Grasso—e ci chiediamo anche noi a distanza di quasi quarant’anni—è se fosse giusto o no trasmettere quella “terribile agonia”.

Se non partiamo dall’idea che Vermicino è stata una grande sconfitta nazionale, non riusciremo mai a capire la portata di quella tragedia.

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