La suggestiva amicizia tra James Joyce e Italo Svevo

La suggestiva amicizia tra James Joyce e Italo Svevo

Questa seconda edizione di Senilità fu resa possibile da una parola generosa di James Joyce, che per me […] seppe rinnovare il miracolo di Lazzaro. Che uno scrittore, sul quale incombe imperiosa l’opera propria, abbia saputo più volte sprecare il suo tempo prezioso per favorire dei fratelli meno fortunati, è tale generosità che, secondo me, spiega l’inaudito successo ch’egli ebbe, poiché ogni altra sua parola, tutte quelle che compongono la sua vasta opera, furono espresse dallo stesso grandissimo animo.

Nella Prefazione alla seconda edizione di Senilità, il primo marzo 1927Italo Svevo ringrazia così lo scrittore irlandese, decisivo non soltanto per il suo secondo romanzo. Svevo sarebbe morto l’anno successivo, in seguito a un incidente stradale. L’amicizia con Joyce era cominciata un ventennio prima. Grazie a un corso di inglese alla Berlitz School di Trieste, nel 1907.

L’incontro tra Joyce e Svevo al corso di inglese

Italo Svevo in quegli anni raggiunge spesso Londra per curare da vicino gli interessi della filiale della ditta di famiglia Veneziani. Per imparare bene la lingua si iscrive alla scuola di Trieste. Insegna un giovane, di nome James Joyce. Ha 25 anni (Svevo ne ha 46). Con le lezioni l’insegnante irlandese va a trovare Svevo alla sua villa Veneziani. Durante una di quelle lezioni Joyce dice al suo ospite di essere uno scrittore. Ha scritto un romanzo (Dedalus), un libro di poesie (Musica da camera) e uno di racconti (Gente di Dublino). A Trieste, Joyce stava scrivendo Ulisse. Anche Svevo è uno scrittore e “timidamente”, ricorda Letizia Svevo Fonda Savio, la figlia, “gli dice”:

Sa, anch’io ho scritto; ma ho scritto due libri che non sono stati riconosciuti da nessuno.

Sia Una vita, pubblicata a Trieste nel 1892, che Senilità, del 1898, erano stati snobbati dalla critica italiana. Se poi Svevo si deciderà a pubblicare di quest’ultimo una seconda edizione sarà grazie alla parola di Joyce.

Sempre la figlia di Svevo ricorda come era la vita di Joyce a Triste.

Andava sempre in osteria ed era sempre senza un soldo. La moglie Nora, ancora più strana di lui, non conosceva le regole dell’economia domestica neppure per gli abiti dei bambini. Cambiavano spesso di abitazione.

Con la Prima guerra mondiale, Joyce deve lasciare Trieste. Parte per Parigi. Una volta lì, a parte qualche incontro durante le trasferte di lavoro di Svevo, i due iniziano un carteggio. Joyce scrive a Svevo lettere anche in dialetto triestino.

L’aiuto decisivo di Joyce con “La coscienza di Zeno”

La lettura delle opere di Joyce spinge Svevo ad approfondire temi decisivi per il suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno. Caldeggiato dallo stesso scrittore irlandese. Legge L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Svevo, ricorda la figlia, “credeva che Freud fosse più importante per i romanzieri che per i malati”. Approfondisce il concetto di inconscio, fondamentale per la sua poetica. Con l’introduzione della quarta dimensione, lo spazio e il tempo non reggono più. A parlare adesso è un “io”, non più sul piano oggettivo del narratore. Attraverso il cosiddetto monologo interiore, anche se lontano dall’estremismo joyciano.

Il romanzo di Svevo esce nel 1923, ma senza successo. Ha intenzione di abbandonare la scrittura, una perdita di tempo. Ma è di nuovo Joyce a venirgli in soccorso. Il 30 gennaio del 1924, da Parigi gli scrive:

Caro amico,
[…] Grazie del romanzo. [..] Sto leggendolo con molto piacere. Perché si dispera? Deve sapere ch’è di gran lunga il suo migliore libro. Quanto alla critica italiana non so. Ma faccia mandare degli esemplari a stampa a M. Valéry Larbaud… M. Benjamin Crémieux… Mr T.S. Eliot, Editor… Mr F.M. Ford…
Parlerò o scriverò in proposito con questi letterati. Potrò scrivere di più quando avrò finito. Per ora due cose mi interessano: il tema: non avrei mai pensato che il fumare potesse dominare una persona in quel modo. Secondo: il trattamento del tempo nel romanzo.
[…]
Una stretta di mano.
James Joyce

Ai critici francesi il romanzo di Svevo piace. Valéry Larbaud, che lo cita nell’illustre Nouvelle Revue Française, gli scrive una lettera che Svevo conserverà gelosamente.

E in Italia?

Soltanto Montale si accorge della grandezza dell’autore, ma nel 1925. Quando pubblica sulla rivista L’esame un Omaggio a Italo Svevo. A 67 anni, il “padre” di Zeno Cosini può finalmente leggere una recensione positiva italiana:

Ho incontrato molti illustri scrittori italiani e stranieri, e quasi sempre, anche quando non ho riportato delusioni, ho dovuto distinguere tra l’uomo e lo scrittore: in tutti i casi la bilancia scendeva da una parte o dall’altra, ma in ogni modo la bilancia si muoveva. Non nel caso di Svevo: in lui si sentiva la presenza di un solo blocco, di una certezza che non deve averlo abbandonato mai.

A quel punto, grazie all’interessamento successivo di Solmi e Prezzolini, nascerà, con vent’anni di ritardo rispetto alla scoperta di Joyce, il “fenomeno Svevo”.

Per approfondire

Da consultare in biblioteca gli Scritti su Joyce di Italo Svevo. Mentre puoi leggere, edito da Il saggiatore, il bel libro Lettere e Saggi di James Joyce che raccoglie i carteggi dello scrittore irlandese. Dove trovi anche gli scambi epistolari con lo scrittore triestino.

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