Le Metamorfosi di Apuleio: il capolavoro che racconta di Amore e Psiche

Le Metamorfosi di Apuleio: il capolavoro che racconta di Amore e Psiche

E ora intreccerò per te in un solo racconto alcune novelle […]. E se mi presterai il tuo benevolo orecchio te lo accarezzerò col divertente mormorio della mia storia, purché tu non disdegni di dare un’occhiata a questo papiro egizio […]. Ammirerai creature e destini umani tramutati in forme diverse, e poi di nuovo riportati alla loro natura, con alterna vicenda. […] Attento, lettore: ti divertirai!

Inizia così Le Metamorfosi di Apuleio di Madaura, uno dei romanzi più straordinari della storia, simbolo di un’epoca inquieta del mondo latino, attratta dai fenomeni soprannaturali. Un romanzo conosciuto anche come Asinus aureus, L’asino d’oro—come per primo riportò Agostino. E contenente, nei suoi capitoli centrali, la celebre Favola di Amore e Psiche sulla forza della passione. Che ha ispirato la celebre scultura di Canova.

Non si sa bene perché l’asino, nel titolo alternativo, sia d’oro—colore del pelo? Qualità del testo? Simbologia religiosa?—né perché le metamorfosi del titolo originale siano appunto più di una, dato che l’unica mutazione al centro della storia è la trasformazione in asino del protagonista, curioso di magia, per un sortilegio andato storto. Si sa bene però che questo romanzo licenzioso, ironico, scabroso, divertentissimo, ma anche mistico e didascalico—con una storia rocambolesca sull’amore e sulla conoscenza l’autore voleva sia delectare che docere—è stato un grande precursore della novella allegorica medievale, del romanzo picaresco, del romanzo di formazione del Settecento. Ed è stato molto amato dagli scrittori, fin da Boccaccio. In pochi hanno manifestato un’ammirazione per un romanzo del passato tanto grande quanto quella che Gustave Flaubert aveva per l’opera di Apuleio:

Se c’è una verità artistica al mondo, è che questo libro è un capolavoro. Mi dà vertigini e sbalordimento. La natura di per sé. Il paesaggio. Il lato puramente pittoresco delle cose. Tutto questo è trattato qui in modo moderno e con un respiro insieme antico e cristiano. Vi si sente l’odore di incenso e di urina. La bestialità si sposa col misticismo.

Le Metamorfosi di Apuleio: l’unico romanzo compiuto in lingua latina

Delle pochissime opere letterarie superstiti del mondo antico che noi possiamo definire “romanzi”—non che esistesse un termine speciale nella letteratura greco-romana: erano fabulae, historiae—due sono latine. E, tolto il Satyricon di Petronio, che ci è giunto in frammenti, Le Metamorfosi sono l’unico romanzo latino compiuto pervenutoci. Un’opera circondata dal mistero. Come la vita del suo autore. Il quale forse, nato intorno al 125 d.C., si chiamava Lucio (Apuleio è il nomen) al pari del suo protagonista. Ed era un filosofo platonico e un colto oratore di origine nordafricana. Che aveva studiato a Cartagine e ad Atene.

In seguito al matrimonio con una ricca vedova, per motivi economici era stato accusato di praticare arti magiche. Un fatto punibile severamente secondo la Lex Cornelia. E si era difeso da solo sottolineando la distinzione tra occultismo e filosofia in una lunga autodifesa, nota come Apologia o Della magia, che ci è stata tramandata. Solo in seguito, rielaborando ampiamente un modello a noi sconosciuto, Apuleio compose il famoso romanzo “iniziatico” che ci parla della metamorfosi del suo alter ego, Lucio.

“Creature e destini umani tramutati in forme diverse”:  i pericoli della ‘volontà di sapere’ nelle Metamorfosi

Come ricordava Alberto Savinio in un articolo in cui paragonava la razionalità della “mente latina” all’irrazionalismo di Kafka, “nella ragionata fantasia degli antichi, la metamorfosi, il ‘mutamento di faccia’ non è atto irrazionale, mostruosità ingiustificata, miracolo, ma la conseguenza di qualcosa: premio o punizione”. E il romanzo di Apuleio è appunto il resoconto delle peripezie di un uomo malato di ‘curiositas’, ovvero di una fortissima volontà di conoscere e di sapere—simboleggiata dall’ossessione per la magia—che Lucio dovrà scontare. L’avventura comincia in Tessaglia, a Hypata, terra di fantasmi e di sortilegi, dove Lucio resta invischiato in trame misteriose. Ospite di Milone e Panfila, corteggia la serva Fòtide per assistere a un rito di Panfila. La vede trasformarsi in gufo grazie a un unguento magico. Implora Fotide di fargli provare l’unguento. La serva sbaglia unguento: Lucio si trasforma in un asino. A cui è rimasto, però, il raziocinio.

Per tornare umani, gli viene rivelato, dovrà mangiare rose. Naturalmente, a causa di numerose peripezie non riuscirà a mangiarle tanto presto. Anzitutto viene rapito dai briganti, poi liberato da un finto brigante, il fidanzato di una ragazza loro prigioniera, Càrite. È a costei che la sorvegliante della spelonca dei briganti racconta la lunga favola di Amore e Psiche al centro del romanzo (da IV, 28 a VI, 24). Nei libri successivi, l’asinello passa di mano in mano. Fra sacerdoti della dea Siria, un mugnaio, un ortolano, un soldato, due fratelli cuochi. Oltre a cercare sempre vanamente le rose, Lucio osserva le storie licenziose, spesso tristi, delle persone a cui si trova accanto. In un precipitare degli eventi, l’asino si dà alla fuga finché, raggiunta una spiaggia deserta, si addormenta. Nel finale mistico, che prelude all’adesione al culto di Iside e Osiride, Lucio mangerà finalmente le rose.

La splendida favola di Amore e Psiche: curiosità e tenacia della passione

“Io, antica madre della natura, io, origine degli elementi, […] sono costretta a dividere con una fanciulla mortale i miei onori divini!”: Venere non aveva preso bene l’esistenza di Psiche una fanciulla terrestre di eccezionale bellezza, e soprannominata perciò Venere dai tanti che si mettevano in viaggio solo per poterla vedere, benché nessuno però la chiedesse in sposa. La dea invia pertanto Eros a punire Psiche facendola innamorare, con una delle sue frecce, del più brutto e miserabile degli uomini. Ma Cupido per errore colpisce se stesso e si innamora della ragazza. Che, nel frattempo, dopo che suo padre ha consultato un oracolo, viene condotta su una rupe e abbandonata lì. Eros la conduce nel suo palazzo, imponendo una condizione al loro amore: si incontreranno al buio e lei non dovrà mai vederlo in volto.

Vinta dalla curiosità (anche perché teme una possibile natura bestiale del suo amante), una notte Psiche avvicina una lampada a olio al volto del dio, che, bruciato da una goccia, si sveglia, si infuria, e la abbandona. Dopo un disperato vagabondare, Psiche Viene sottoposta ad alcune prove da Venere. La più ardua è una discesa agli Inferi. Dove Persefone le dà un poco della sua bellezza, contenuta in una fiala. Che a Psiche è vietato aprire.

Ma cedendo ancora una volta alla curiosità, Psiche la apre. La fiala contiene in realtà il sonno “infernale” in cui Psiche cade dopo averla aperta. Eros, che non riesce più a stare lontano da lei, si decide infine ad aiutare l’amata. E la risveglia. Alla fine, con il consenso di un compassionevole Giove, i due potranno diventare “legittimi sposi”.

L’origine di questa fiaba si perde nella tradizione orale della favolistica dell’Algeria e del Marocco. E benché sia stata interpretata in senso cristiano—come incontro fra Anima e Desiderio (ψυχή, il “soffio” vitale, per i Greci designava l’anima)—per Apuleio probabilmente aveva il significato di “racconto nel racconto”. Che forniva una chiave di lettura di tutto L’asino d’oro, quella moraleggiante. Metafora del romanzo in cui è contenuta, la favola di Amore e Psiche, punita come Lucio per la sua curiosità, e obbligata a espiarla, indica la prospettiva da cui interpretare il romanzo intero. Un capolavoro che ti consigliamo di leggere il prima possibile.

Immagine di Copertina: Amore e Psiche di François Gérard, via WikipediaCommons