Chi era Andrea Zanzotto, ritratto di uno degli ultimi grandi poeti italiani

Chi era Andrea Zanzotto, ritratto di uno degli ultimi grandi poeti italiani

Tra gli sperimentatori italiani del linguaggio del Novecento i poeti spesso non vengono tenuti in considerazione quanto dovrebbero. Eppure ci sono stati autori la cui ricerca decennale ha creato spiragli insperati nell’avanguardia letteraria italiana. E fra questi c’è Andrea Zanzotto: uno degli ultimi grandi poeti italiani.

Inquadrare poeticamente Zanzotto è molto difficile. Nel corso della sua carriera la sua poesia si è arricchita di sfumature sempre differenti. Dovute anche a un amore poliedrico per la poesia italiana e straniera. Zanzotto, infatti, a differenza di molti poeti italiani si è formato leggendo di tutto, e non fossilizzandosi su un particolare filone.

La vita

Nato a Pieve di Soligo, in Veneto, il 10 ottobre 1921, Zanzotto cresce in una normalissima famiglia. Il padre, convinto antifascista, viene esonerato dal lavoro. Ed è costretto a rifugiarsi da solo in Francia, per continuare a lavorare e mantenere la famiglia.

Una volta finite le medie, Andrea decide di iscriversi alle magistrali. E proprio qui nasce seriamente il suo amore per la letteratura. Legge poesie e romanzi di ogni tipo: PascoliBaudelaireRimbaudHölderlin, Goethe e Heine.

Si iscrive alla facoltà di lettere, ma intanto inizia il lavoro come insegnante grazie al diploma magistrale. Durante gli anni delle Seconda guerra mondiale viene esonerato dal servizio militare per insufficienza polmonare, ma al termine del conflitto si unisce alla lotta partigiana nelle file di Giustizia e libertà. Svolgendo ruoli di stampa militare.

Una volta finita la guerra emigra per un anno in Svizzera in cerca di lavoro, ma nel 1947—riaperte le iscrizioni per i posti di insegnamento—torna in Italia. Trovata una stabilità lavorativa, inizia la sua vera e propria produzione poetica. Muore a Conegliano, in Veneto, il 18 ottobre 2011.

Gli inizi da rivoluzionario

La produzione di Zanzotto si può suddividere in diversi periodi. Proprio perché è stato un poeta poliedrico, che all’interno della sua opera ha mischiato generi, stili, e temi diversi fra loro.

Le prime due raccolte di versi che ha pubblicato—Dietro il paesaggio (1951) e Vocativo (1957)—lo presentarono alla critica come poeta ermetico. Che seguiva il filone aperto dalla poesia ungarettiana. Anche se in realtà già si avvertono in queste prime poesie una certa verve espressiva che deriva dalla sua passione giovanile per il surrealismo francese.

Gli anni Sessanta: la ricerca

La prima, vera, e decisiva svolta nella carriera di Zanzotto avviene all’inizio degli anni Sessanta. Il piacere nel leggere i più famosi trattati di psicologia hanno molto influenzato anche i gusti letterari del poeta. Proprio partendo dal gusto per il surrealismo e la simbologia del linguaggio, Zanzotto crea nelle sue poesie un io autobiografico improntato all’analisi dell’inconscio.

Nelle sue poesie si avverte un dubbio esistenziale persistente: che si lega comunque a tratti biografici piuttosto marcati. Attraverso la ricerca linguistica, Zanzotto è capace di trascendere gli eventi della propria vita per analizzare la condizione esistenziale umana.

Lo si nota soprattutto in X Egloghe (1962) e in La beltà, (1968)—considerata in generale la sua raccolta più famosa. L’uso tecnico dei fonemi e dei petèl (la prima forma di linguaggio utilizzata dagli infanti) si sussegue in diverse poesie, per creare una comunicazione rarefatta e simbolica con il lettore.

Gli anni della maturità

Zanzotto, come molti poeti della neoavanguardia degli anni Sessanta, ha capito che il senso di “realtà” è ormai perduto. E che ci si deve concentrare sulla relazione che abbiamo con le parole come significanti e simboli del mondo esterno. Alcune poesie di questo periodo e della maturità—pur avendo ambientazioni e richiami biografici—appaiono quasi come illeggibili. Ma in realtà si legano fra di loro in una ricerca filosofica.

Zanzotto, cioè, vuole porre fine—con le sue poesie—all’ideale poetico dell’elegia e dell’idillio. E lo comunica bene attraverso un trittico di opere che racchiude il picco della sua ricerca formale. Le raccolte in questione sono Il galateo in bosco (1978), Fosfeni (1983) e Idioma (1986).

Le ultime raccolte

La lunga ricerca linguistica e poetica di Zanzotto, muta ancora verso la fine degli anni Novanta. Come le ultime raccolte di poesie. Dopo il grande lavoro realizzato con il trittico degli anni Ottanta, il poeta va oltre anche alla relazione fra uomo e linguaggio. In Meteo (1996) e Conglomerati (2009) lo si nota molto bene.

Gli ultimi anni di vita del poeta sono dettati da una riflessione sull’ambiente umano. Inteso non solo in senso fisico, ma mentale e spirituale. Le poesie di queste due raccolte vertono sui luoghi in cui si muove la vita dell’uomo: le condizioni atmosferiche, gli agglomerati urbani, le vuote campagne. Ricercando quella che il poeta nella prefazione di Meteo definisce “l’ecologia della mente”.

Per approfondire

Essendo un poeta molto ostico, ti consigliamo di avvicinarti al lavoro di Zanzotto con cautela se non sei un lettore appassionato di avanguardie. Ideale sarebbe iniziare con una raccolta corredata da saggi, con cui puoi avvicinarti più facilmente al senso della “poesia zanzottiana”. Ideale, da questo punto di vista, è Poesie e prose scelte dei “Meridiani” Mondadori. In cui puoi trovare una panoramica esaustiva dell’autore.

Immagini: Copertina