Chi era Anthony Burgess, lo scrittore dimenticato di Arancia meccanica

Chi era Anthony Burgess, lo scrittore dimenticato di Arancia meccanica

Arancia meccanica è il vertice di Stanley Kubrick. Insieme a 2001 Odissea nello spazio, certo… I motivi del suo successo sono tanti. Gli attori, Malcolm McDowell, il linguaggio, “right right”, le musiche, Beethoven, ecc. Un film che rivoluzionò il cinema degli anni settanta. Lanciato nelle sale con sconvolgente “ultraviolenza“:

Le avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, la violenza e Beethoven.

Un’opera che ancora oggi interroga profondamente chi la vede. Fonte inesauribile di saggi accademici. Alla base di tutto questo, bisogna dirlo, non c’è soltanto il genio cinematografico di Kubrick. In principio c’è Anthony Burgess: l’autore che ha scritto il libro da cui il film è tratto.

Se Arancia meccanica, così come 1984, rientra nel novero dei salutari moniti letterari—o cinematografici—contro l’indifferenza, la sensibilità morbosa e l’eccessiva fiducia nello Stato, allora quest’opera avrà qualche valore.

L’Arancia meccanica di Anthony Burgess

Oggi di Burgess, se si esclude A Clockwork OrangeArancia meccanica—tradotto anche con il titolo “Un’arancia a orologeria”—, non restano tracce negli scaffali delle nostre librerie. Stranamente, sulla scia del successo di un singolo libro (uscito nel 1962), non c’è stato il traino degli altri altrettanto validi lavori.

Ma perché Kubrick deve tanto a questo libro? Perché è una di quelle rare volte in cui il libro e il film sono belli ugualmente. Ed è impossibile stabilire un vincitore, nonostante si stia parlando di Kubrick. (Questione forse più semplice da dirimere nel caso di Arthur C. Clarke e del suo 2001 Odissea nello spazio). Per convincere gli ultimi sospettosi: il romanzo di Burgess, prima di Kubrick, ha ispirato un altro genio del Novecento. Andy Warhol, che l’ha adattato in Vinyl, del 1965.

Il bellissimo incipit di Arancia meccanica

Il romanzo di Burgess è uscito in Italia nel 1969, tradotto superbamente da Floriana Bossi. Impresa quasi impossibile vista la lingua inventata dall’autore. Il Nadsat, un mix tra lo slang cockney, il russo e qualche parola inventata ex novo. Una lingua artistica come quella di Tolkien e di altri autori fantasy. Ecco il memorabile incipit del romanzo. Un attacco che ti fa venir voglia di riprenderlo in mano.

Allora che si fa, eh?  C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano questi sosti, con le cose che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge.

Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora una legge contro l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, cosí lo potevi glutare con la sintemese o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario.

Anthony Burgess, un grande scrittore dimenticato

Dicevamo, Anthony Burgess: un grande scrittore dimenticato. La sua grandezza, in patria, è netta. Nel 2008, il Times l’ha inserito al 17esimo posto nella classifica dei più importanti scrittori inglesi del dopoguerra. Qui da noi è semi sconosciuto. Destino beffardo se si pensa che Burgess visse a lungo in Italia, sposò un’italiana, lavorò con Zeffirelli, Suso Cecchi D’Amico e tradusse i sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli.

Ma la biografia di Burgess non è priva di beffe. Nel 1959, gli venne diagnosticato un cancro al cervello. I medici gli diedero un anno di vita. La reazione di Burgess fu una scrittura furiosa. Qualche mese dopo l’annuncio si scoprì che la diagnosi era sbagliata. Ma Burgess non smise di scrivere. Non rallentò nemmeno. E in quattro anni, scrisse la bellezza di dieci romanzi. Arancia meccanica, ma non solo: Il seme inquieto (un capolavoro à la Orwell), La trilogia malese, Il dottore è ammalato, Notizie dalla fine del mondo, (un romanzo che fonde TrotskyFreud e un’imminente catastrofe spaziale). E poi MF, Gli strumenti delle tenebre e Abba Abba.

Romanzi corposi, impegnativi, gratificanti, lunghi, complessi e sempre fuori moda. Violenti, distopici, fantastici, dove non mancano riferimenti biografici. Come in Trilogia malese, ispirato al suo soggiorno in Malesia, quando insegnava. Burgess girò il mondo, negli anni quaranta con l’esercito britannico, poi come insegnante. Oltre al sud est asiatico abitò negli Stati Uniti, l’Europa e come detto Roma. 

Affascinante, e ancora meno nota di quella letteraria, è la sua produzione musicale. Prima di essere scrittore era compositore. Davide Coppo, su Studio, qualche anno fa, scrisse un tenero omaggio allo scrittore definendolo:

Un […] uomo del Rinascimento, le cui opere trascendono gli anni e le stagioni politiche e sociali. Per questo la sua gigantesca mancanza è triste, nello scaffale della B delle librerie italiane.

Per approfondire

Oggi oltre all’arcinoto Arancia meccanica, si può leggere, soltanto Trilogia malese e L’importanza di chiamarsi Hemingway. Per il resto della sua produzione devi spulciare tra i libri usati, in attesa che qualche miracolo editoriale gli dia una seconda chance.

Immagine di copertina | Realizzata da Barry Trengove per l’edizione inglese di A Clockwork Orange