Arpad Weisz: il genio del calcio dimenticato dopo l'orrore della Shoah

Arpad Weisz: il genio del calcio dimenticato dopo l'orrore della Shoah

Nel 1935 nel campionato di calcio italiano la squadra da battere era la Juventus: aveva vinto cinque campionati di fila. A mettere fine alle sue vittorie degli anni Trenta fu il Bologna. Grazie soprattutto alla guida tecnica di un allenatore magiaro illuminato: Arpad Weisz.

Weisz era un visionario del calcio. Il suo manuale tecnico—Il gioco del calcio, ripubblicato proprio quest’anno—è stato un vero e proprio vademecum per gli allenatori europei. Le sue squadre giocavano un calcio mai visto: tecnico, palla a terra e composto da movimenti armoniosi di tutta la squadra. È stato, ed è ancora, il più giovane allenatore ad aver vinto la Serie A. Portò infatti l’Inter in cima alla classifica a soli 34 anni nel 1929. E poi costruì il Bologna più forte di sempre.

Se non hai mai sentito parlare di lui, è normale. Perché per oltre settant’anni il suo nome è rimasto nascosto fra gli almanacchi polverosi. Completamente dimenticato. A riportarlo a galla ci ha pensato il giornalista Matteo Marani, con la biografia Dallo scudetto ad Auschwitz. Sì, perché la memoria di Weisz, come molti altri ebrei dell’epoca, era scomparsa a causa della Shoah.

La carriera da giocatore

Nato a Solt, in Ungheria, il 16 aprile 1896 Weisz crebbe in una famiglia di origine ebraica. Ma soprattutto in uno dei Paesi più avanzati dal punto di vista calcistico. Fino al Mondiale del 1954 il calcio magiaro era stato in grado di formare alcuni dei più forti calciatori di tutti i tempi. Come ad esempio Ferenc HirzerLászló Kubala Ferenc Puskás.

Weisz giocava come ala sinistra, e venne addirittura convocato per la propria Nazionale ai giochi olimpici del 1924. Alla fine della propria carriera come giocatore, arrivò in Italia, dove militò nell’Alessandria e nell’Inter. I suoi allenatori italiani notarono che Weisz aveva una visione totale del calcio: era quasi sprecato in campo. Così, non appena appesi gli scarpini al chiodo, gli proposero di provare la carriera come tecnico.

Il primo scudetto con l’Inter

Dopo un’esperienza iniziale come vice all’Alessandria, Weisz venne chiamato dal presidente dell’Inter per ricoprire il ruolo di primo allenatore. A Milano rimase quattro anni, e riuscì a trasmettere il suo credo calcistico alla squadra. All’epoca il calcio inglese—la patria fondativa del calcio—dominava l’immaginario collettivo.

Era fatto di lanci lunghi e corse in verticale. Ma Weisz vedeva il calcio in modo diverso: aveva avuto modo di assistere alle partite delle grandi squadre sudamericane, e aveva capito che il vero calcio si giocava palla a terra, cercando di mantenerne il possesso.

Nella stagione 1929-1930, riuscì a vincere il primo campionato italiano a girone unico. A soli 34 anni. Ma i suoi meriti non si limitarono alla vittoria. Fra i giovani calciatori che fecero parte della primavera dell’Inter—che allora si chiamava Ambrosiana—riconobbe lo straordinario talento di un centrocampista d’attacco: Giuseppe Meazza. Cominciò a farlo giocare in pianta stabile nella prima squadra, e lancerà una delle più importanti carriere del calcio italiano.

Il grande Bologna

Dopo aver girovagato un po’ per il campionato italiano—al Bari, di nuovo all’Inter, e poi al Novara—Weisz venne assunto dal presidente del Bologna. Nel capoluogo emiliano Weisz costruì una squadra mai vista nel campionato italiano. Impostandola interamente sul suo credo calcistico.

Ebbe a disposizione giocatori magnifici. I difensori arcigni Fiorini e Gasperi, i grandi mediani metodisti Montesanto e Andreolo (il centro della squadra), la mezzala Fedullo, e soprattutto il centravanti Angelo Schiavio, che segnava a ripetizione.

Il Bologna di Weisz semplicemente dominò il campionato italiano. Vinse il titolo per due anni di fila, nel 1936 e nel 1937. Ma soprattutto il primo trofeo internazionale per club dell’epoca: il Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi del 1937. Battendo il Chelsea per 4-1. Iscrivendo il Bologna nella storia come primo club italiano ad affermarsi in Europa.

Le leggi razziali e la fine della carriera

Nel 1938, però, il regime fascista promulgò le leggi razziali. Gli ebrei non poterono più ricoprire ruoli istituzionali, e svolgere certi lavori. Fra cui, appunto, l’allenatore di calcio. Weisz fu costretto ad abbandonare il Bologna. Comprendendo che l’Italia era diventato un Paese insostenibile in cui vivere—e non potendo tornare in patria, visto che la situazione non era diversa per gli ebrei—Weisz decise di espatriare.

Riparò prima a Parigi con la famiglia, e poi, dopo pochi mesi, decise di trasferirsi in Olanda. A Dordrecht. Qui, ricevette l’incarico di guidare la piccola squadra cittadina, che militava nella prima divisione. Il primo anno portò alla salvezza la squadra, e il secondo ottenne un quinto posto. Pochi mesi dopo, però, il Paese venne occupato dalla Germania nazista.

I Weisz vennero inizialmente imprigionati in un campo di smistamento, a Westerbork. Per poi venir divisi per sempre. Mentre Arpad finì in un campo di lavoro forzato, il resto della famiglia venne inviato immediatamente ad Auschwitz, dove trovò la morte.

Senza nessuna notizia della sua famiglia, e sottoposto a condizioni di lavoro inumane, Arpad deperì fisicamente e mentalmente. Venne inviato ad Auschwitz nel 1944. Dove morì in una camera a gas, la mattina del 31 gennaio. Per oltre 70 anni, prima del prodigioso lavoro di ricerca di ricostruzione di Marani, il calcio italiano lo dimenticherà.

Per approfondire

Se vuoi approfondire la storia e le idee di questo genio dimenticato del calcio, ti consigliamo di leggere la biografia realizzata da Matteo Marani, Dallo scudetto ad Auschwitz, e magari—per gli appassionati—anche il manuale sul gioco realizzato da Weisz. All’interno dell’articolo trovi anche una bellissima lezione di Federico Buffa.

Immagini: Copertina