Artemisia Gentileschi, la pittrice simbolo dell'emancipazione femminile

Artemisia Gentileschi, la pittrice simbolo dell'emancipazione femminile

Le grandi artiste, specialmente in passato, non riuscivano a ottenere la stessa visibilità riservata agli uomini. Nel cinema, ad esempio, sono molte le donne che hanno contribuito a rendere grande questa forma d’arte, ma in pochi ne hanno sentito parlare. E la storia della pittrice Artemisia Gentileschi è simile.

Artemisia è stata una delle più grandi pittrici non soltanto del diciassettesimo secolo ma di tutta la storia italiana, e negli anni Settanta del Novecento la sua figura, dopo essere stata riscoperta, divenne particolarmente importante all’interno dei movimenti femministi, grazie alle dimostrazioni di indipendenza e libertà che dimostrò durante la sua vita.

Nata a Roma nel 1593, Artemisia crebbe in una famiglia di artisti. Il padre era uno degli esponenti del caravaggismo romano, e insegnò alla figlia a dipingere. Artemisia conobbe, molto probabilmente, Caravaggio di persona, che a quei tempi lavorava nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei Francesi.

Fin dall’infanzia Artemisia dimostrò un grande talento: ritraendo la sua vicina di casa Tuzia e dando mostra di un grande istinto per le proporzioni e per la luce.

Nel 1612 avvenne l’evento più drammatico della vita della pittrice: uno stupro perpetrato dall’artista Agostino Tassi. Artemisia ebbe il coraggio di denunciare la violenza subita e di intentare causa contro Tassi. La causa divenne famosa, e nonostante si concluse con la condanna di Tassi, la giovane donna subì una notevole stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica romana che la considerava consenziente.

Questo vicenda segnò fortemente il carattere di Artemisia. Nel 1616 Artemisia venne accettata all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, e si trasferì in Toscana. Ed è qui che l’artista, protetta da Cosimo e da Cristina de’ Medici, si formò definitivamente. Nel corso degli anni riuscirà a produrre alcune opere inestimabili, la più famosa delle quali è Giuditta che Decapita Oloferne, oggi custodita nel Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli.

Gentileschi lasciò Firenze nel 1620 per viaggiare molto: Roma, Genova, Venezia, Napoli e Londra. Ovunque andasse, la pittrice era accolta con favore dal ceto artistico del luogo e ricevette varie commissioni, tuttavia non abbastanza numerose come quelle dei suoi colleghi maschi. Tornata a Napoli, morì nel 1653, dopo un ultimo periodo di grande attività. Ignorata per secoli da molti storici dell’arte, che quando la nominavano la ricordavano solo per le tristi vicende personali, Artemisia Gentileschi venne rivalutata a partire dal 1916 grazie a Roberto Longhi, critico e storico d’arte, famoso per aver riscoperto anche Caravaggio.

Immagini: Copertina