"Le avventure pastorali di Dafni e Cloe": uno dei più bei romanzi d’amore dell’antichità

Nell’isola di Lesbo, mentre cacciavo in un bosco consacrato alle Ninfe, vidi il più bello spettacolo che mi sia mai capitato di vedere: un’immagine dipinta, la storia di un amore.

Le avventure pastorali di Dafni e Cloe è ritenuto, da molti, come “il più bel romanzo d’amore dell’antichità”. La citazione è di Annalaura Burlando che l’ha tradotto e ha curato l’edizione Garzanti. Un romanzo che ha ispirato anche Jean-Jacques Rousseau, nell’opera incompiuta Dafni e Cloe. E un balletto di Maurice Ravel.

Di quello che ruota intorno a questo splendido romanzo erotico sappiamo pochissimo. Non siamo certi né sulla data di composizione (forse III d.C.) neanche sul suo autore: Longo Sofista. L’ipotesi sul nome la si deve a un filologo tedesco del ’600 che ne curò l’opera. Il mistero intorno all’opera ne ha sicuramente accresciuto il fascino.

Di cosa tratta “Le avventure pastorali di Dafni e Cloe”

Il romanzo è diviso in quattro libri, con un proemio. Il proemio si apre con la descrizione di un quadro che raffigura una storia d’amore. Quella tra Dafni e Cloe, figli di due famiglie nobili (si scoprirà soltanto alla fine), abbandonati da piccoli e allevati tra capre e pecore da due famiglie di pastori. I due ragazzi diventano pastori a loro volta e stando a stretto contatto si innamorano l’uno dell’altra. Una serie di effimeri contrattempi, lungo i quattro libri, li allontanerà, ma è soltanto un ritardo all’inevitabile lieto fine.

Il set della storia è l’isola di Lesbo che ha dato i natali a Saffo e Alceo. La Lesbo del romanzo non è “realistica” ma bucolica. Un luogo meraviglioso, specchio dell’amore tra i due pastori. È il paesaggio naturale che circonda i personaggi a essere il vero protagonista della storia. La campagna è in contrasto con la città, che compare soltanto, e di sfuggita, alla fine della vicenda.

Si è usato il termine “specchio” non a caso. L’evoluzione dell’amore tra i due giovani va di pari passo con il procedere delle stagioni. Con il passare dei mesi, i due ragazzi maturano la conoscenza dell’amore. La vicenda si articola tra la primavera e l’autunno dell’anno seguente. Nell’arco di diciotto mesi la scoperta del loro amore è in perfetta simbiosi con le stagioni. Queste segnano la crescita emotiva e mentale.

Perché è così bello il romanzo di Longo Sofista

Lo stile con il quale l’autore racconta la storia è piano, sobrio, musicale e limpido. Il tono è quello benevolo, amabile, di un adulto che rivolto ad altri adulti raconta l’ingenuità di un amore che tutti abbiamo vissuto.

Perché all’amore nessuno sfuggì o sfuggirà mai, almeno finché esisterà la bellezza e degli occhi per guardarla. Quanto a noi, gente di senno, il dio ci conceda di raccontare per iscritto gli amori altrui.

Senza essere mai grossolano, il romanzo descrive in modo delicato ma inequivocabile cosa accade dentro il corpo di due ragazzi innamorati. Emblematico è il momento in cui Dafni e Cloe “soffrono” le pene d’amore ma non sanno cosa sono. Non conoscendo ancora uno dei modi per sedarle, il sesso. È la natura intorno a loro (il bestiame che si accoppia nella campagna) a dare forma alle loro emozioni.

A vedere un simile spettacolo anche ai vecchi si riaccendeva il desiderio: Dafni e Cloe, giovani, vitali e già da lungo tempo in cerca di brividi d’amore, si eccitavano a sentire quei gemiti, si struggevano davanti a quelle scene ed erano attratti anche loro, Dafni specialmente, verso qualcosa di più di un bacio e di un abbraccio.

La natura che diventa maestra di vita, ma fondamentale—ed è qui uno degli aspetti più moderni, si potrebbe dire del romanzo di Longo Sofista—anche il ruolo di una donna di città. Sì, a insegnare ai ragazzi l’ars amatoria non è più—come da tradizione ci si aspetterebbe—un uomo adulto, ma una donna.

Dafni e Cloe, stesisi nudi uno accanto all’altra, si abbracciavano e si baciavano senza smettere mai: quella notte non chiusero occhio, come neanche le civette fanno. Dafni finalmente applicò gli insegnamenti di Licenio, e allora Cloe per la prima volta capì che quanto avevano fatto nei boschi era soltanto un gioco da pastori.

Immagine di copertina di Andrea Riccio via Wikipedia.