La parola Bar non è un acronimo. La bufala in rete e le parole italiane che derivano da termini stranieri

La parola Bar non è un acronimo. La bufala in rete e le parole italiane che derivano da termini stranieri

Ha fatto discutere, tempo fa sui social network, una bufala circolata sulla parola “bar”. Questa parola è finita al centro di una querelle linguistica per via di un acronimo del tutto campato in aria: secondo qualcuno “bar” sarebbe una sigla ricavata dalla frase inglese beer and alcohol room.

Ma non è così, come dice chiaramente la Treccani, il termine non è un acronimo. La Treccani scrive che è la contrazione di una parola inglese barrier, che dal suo valore originario di “sbarra” è passata a significare un locale dove si mescono bevande, appunto perché l’inserviente – o barman – è separato dal pubblico per mezzo di un’alta tavola che divide in due l’ambiente.

Insomma “bar” non è un acronimo ma un forestierismo. Cosa vuol dire? Si chiamano forestierismi quelle parole di matrice straniera chiamate prestiti integrali, come i termini charmant, jazz, top secret oppure adattati alle strutture fono-morfologiche della lingua italiana, ma non completamente naturalizzati, tanto che conservano una connotazione straniera, come per esempio: menù, sciovinismo, dribblare e appunto bar.

Nell’uso comune il termine forestierismo ha tuttavia un valore più generale, indicando una qualsiasi parola o fenomeno linguistico dovuto a influenza straniera. Ma allora quali e quanti sono i veri acronimi? Molti di più di quelli che pensi.

Gli acronimi più usati in italiano

Ma allora cosa sono gli acronimi? Gli acronimi (o sigle) sono migliaia in italiano ed è difficile stabilire con certezza quanti siano. Quello che è certo è che sono nomi formati unendo con modalità diverse le lettere o le sillabe iniziali di più parole. Ecco alcuni esempi che rimandano ad acronimi che utilizziamo molto spesso nel nostro linguaggio comune.

Polfer: Polizia ferroviaria
CONI: Comitato Olimpico Nazionale Italiano
DASPO: Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive
DNA: Deoxyribonucleic Acid – Acido desossiribonucleico
EVO: Extra Vergine di Oliva
PMI: Piccole e Medie Imprese
SIAE: Società Italiana Autori ed Editori
TAV: Treno ad Alta Velocità
ZTL: Zona a Traffico Limitato
Cobas: Comitati di base

Spesso alcune sigle usate correntemente in italiano si riferiscono a sequenze di parole straniere come ad esempio:
Radar: (dall’inglese radio detection and ranging radiorilevamento e misurazione di distanza)
Aids: (dall’inglese acquired immuno-deficiency syndrome sindrome da immunodeficienza acquisita)
Gulag: (dal russo Glavnoe upravlenie lagerej direzione generale dei campi di lavoro)
DNF: Did Not Finish – Non arrivato
HR: Human Resources – Risorse umane
LED: Light Emitting Diode – Diodo a emissione luminosa
SUV: Sport Utility Vehicle

Un tipo particolare di acronimi è costituito da quei vocaboli (detti anche parole macedonia) che nascono dalla fusione di due o più vocaboli, per esempio:
Cartolibreria: cartoleria + libreria
Stagflazione: stagnazione + inflazione
Eliporto: elicottero + aeroporto
Cantautore: cantante + autore

Le parole proibite dal fascismo

Ma ci fu un periodo della storia d’Italia, in cui gli acronimi stranieri, come qualsiasi altra parola non italiana, furono proibiti. Furono centinaia i termini banditi durante il ventennio. Per lo più francesi quelli che riguardavano la moda, la cucina. Inglesi le parole legate al mondo sportivo. Come scrisse il politico romano Tommaso Tittoni:

Il dire con locuzione esotica ciò che può dirsi non meno bene italianamente è un delitto di lesa patria.

Per ogni espunzione, bisognava trovare una traduzione italiana che colmasse la lacuna. In alcuni casi il termine sostitutivo non era un neologismo, ma una saggia (seppur vaga) traduzione. Come nel caso di menù, che tornò a essere “lista”, o gangster un meno incisivo “malfattore”. Boy-scout invece era da quel momento chiamato “giovane esploratore“.

In altri casi si avanzava una traduzione ex novo, con risultati spesso divertenti. Ecco una breve lista. C’è anche la nostra parola “bar”, tradotta con un termine che fa sorridere.
Bar, “quisibeve”
Dessert, “findipasto”
Cognac, “arzente”, inventato da Gabriele D’annunzio. Come il successivo.
Sandwich, “tramezzino”
Whiskey, “acquavite”
Cric, “martinetto”
Foxtrot, “volpina”
Gin, “gineprella”
Gulasch, “spezzatino all’ungherese”
Manicure, “manicura”
Sauté, “sfritto”
Shaker, “sbattighiaccio”
Shampoo, “lavanda dei capelli”
Soubrette, “brillante”
Toast, “pan tosto”
Cocktail, “bevanda arlecchina”
Altre traduzioni hanno invece avuto molta più fortuna e ancora oggi le ritroviamo nel lessico comune. Come ad esempio “cornetto”, per il francese croissant. “Rinfresco” per buffet, “L’autorete” invece di autogol e chauffeur diventò “autista”, grazie a Bruno Migliorini, un grande storico della lingua. Che, tra l’altro, propose anche l’uso di “regista“, allora un neologismo dalla traduzione francese, oggi innocuo eppure reputato allora “dissonante”.

Cover: di Miwok via Flickr