La battaglia di Montecassino: uno scontro che coinvolse il mondo

La battaglia di Montecassino: uno scontro che coinvolse il mondo

Tra le più dure battaglie combattute in Italia durante la Seconda guerra mondiale c’è sicuramente quella di Montecassino. Iniziata nel gennaio del ’44 e terminata cinque mesi dopo.

Uno scontro che ha coinvolto il mondo. Americani, francesi, magrebini, britannici, indiani, gurkha, canadesi, sudafricani, il 28esimo battaglione maori dell’esercito neozelandese, scozzesi, irlandesi, gallesi… Il 18 maggio il simbolo della vittoria alleata è una bandiera polacca

L’Italia era l’unico fronte attivo degli Alleati nell’Europa nazista. Ma l’avanzata era lenta. Lentissima. Il 13 ottobre del ’43 le truppe alleate avevano attraversato il fiume VolturnoIl generale americano John Lucas scriveva sul suo diario il giorno di Santo Stefano:

L’offensiva è di una lentezza spaventosa, non abbiamo truppe sufficienti per andare più veloci e temo che con il passare del tempo diventeremo più deboli, non più forti: sono convinto che questo stia diventando un teatro secondario.

Gli Alleati, secondo le stime del comando tedesco, avanzavano di “dieci chilometri al mese”. L’ostacolo davanti era sconfortante. Si avvicinavano all’impenetrabile linea Gustav

La lunga e lenta marcia dell'esercito britannico verso la linea Gustav

La lunga e lenta marcia dell’esercito britannico verso la linea Gustav via

L’insuperabile linea Gustav

Detta anche “linea d’inverno”, era stata disposta direttamente da Hitler il 4 ottobre del ’43. Divideva in due la penisola italiana. Al nord il territorio controllato dalla Repubblica Sociale Italiana e dalle truppe tedesche. A sud gli Alleati che avanzavano. La linea cadeva all’altezza dell’abbazia di Montecassino.

Allora era questa, la Casilina, la via più agevole di accesso a Roma. I tedeschi si erano appostati nelle fortificazioni sui monti. E avevano allestito un sistema difensivo eccezionale, sfruttando ogni rilievo naturale. A rendere più complicate le cose per gli Alleati c’erano il terreno impervio, la mancanza di strade adatte ai convogli di rifornimento e il maltempo. L’avanzata era penosa. In una situazione così era molto più facile difendersi che attaccare.

Le rovine di Montecassino

Le rovine di Montecassino via

Il bombardamento dell’abbazia

Prima della battaglia, l’ufficiale tedesco Maximilian Becker e il tenente colonnello austriaco Julius Schlegel avevano ordinato che tutti i tesori dell’abbazia, inclusi i documenti della biblioteca, venissero portati al sicuro a Castel Sant’Angelo

I tedeschi, nel ’44, avevano intuito la catastrofe. Gli ufficiali alleati, con un’azione scellerata, definita, dallo stesso generale che l’aveva ordinata, “un tragico errore”, avevano deciso di bombardare l’abbazia. Era la mattina del 15 febbraio. 380 tonnellate di bombe. Un migliaio di civili che si era rifugiato lì dentro perse la vita. 

L'abbazia di Montecassino distrutta dopo il bombardamento alleato via

L’abbazia di Montecassino distrutta dopo il bombardamento alleato via

Gli alleati spezzano la linea Gustav

Per spezzare la linea vennero portati numerosi assalti. Quattro le azioni belliche principali che permisero la conquista della linea. I combattimenti erano iniziati il 3 gennaio 1944. Si svolgevano davanti alla Gustav, compiuti per liberare gli ultimi paesi: San Vittore, Cervaromonte Trocchio. La svolta finale arrivò il 13 maggio. Quando il corpo di spedizione francese, schierato più a ovest, verso i monti Aurunci, era riuscito a scavalcare le montagne e sfondare la linea. Con una potenza di attacco che i tedeschi non avevano previsto. 

Dopo lo sfondamento delle truppe francesi arrivò un altro decisivo contributo alleato. Sotto l’abbazia, nella valle del Liri, l’ottava armata britannica riuscì finalmente a gettare i ponti sopra il fiume Gari. Laddove avevano fallito i soldati texani qualche mese prima. Fatti a pezzi dall’artiglieria tedesca. 

I tedeschi erano quindi occupati a respingere l’attacco da più punti e avevano iniziato a vacillare. Una volta scoperto che le divisioni marocchine avevano aperto le linee a sud, per evitare l’accerchiamento i tedeschi non ebbero altra scelta che la ritirata.

L’immagine dei polacchi che sventolano la loro bandiera

Alla battaglia di Montecassino partecipò anche un importante contingente polacco. Tra le sue linee c’era Gustaw Herling, scrittore e giornalista che farà conoscere a tutto il mondo l’orrore dei gulag sovietici. In un libro straordinario: Un mondo a parte. Liberato dai campi (imprigionato in seguito al patto Ribbentrop-Molotov) Gustaw come molti altri polacchi era stato arruolato e condotto dall’Unione Sovietica a Montecassino. C’era arrivato dall’Egitto, via Taranto.

Nelle prime ore del 18 maggio, una pattuglia in ricognizione del 12° reggimento lancieri si arrampicò sulle rovine dell’abbazia benedettina e innalzò la bandiera polacca.

Lo scatto fotografico doveva essere per i soldati polacchi un messaggio al mondo intero. Di indipendenza, di libertà di un popolo che voleva il pieno riconoscimento della propria autonomia nazionale dall’Unione Sovietica. Ma il grande sacrificio di Montecassino non era ancora abbastanza. La strada sarebbe stata lunga. 

Oggi sui luoghi della battaglia si può leggere:

Per la nostra e la vostra libertà noi soldati polacchi demmo l’anima a Dio, il corpo alla terra d’Italia, alla Polonia i cuori.

La bandiera polacca sventola sulle macerie di Montecassino via

La bandiera polacca sventola sulle macerie di Montecassino via

L’orrore delle “marocchinate”

Dopo i combattimenti che portarono allo sfondamento decisivo della linea Gustav, si verificarono fatti atroci. Compiuti dai Goumier. Il generale francese Alphonse Juin aveva concesso libertà assoluta per 50 ore come premio di guerra. Furono ore di terrore per i civili. Stupri e violenze brutali ai danni di donne, anziani, bambini.

Per anni questi fatti vennero taciuti per la vergogna. Oggi hanno trovato la giusta attenzione storica grazie al libro di Moravia, La ciociara,  e l’omonimo capolavoro di Vittorio De Sica del ’60, con un’indimenticabile Sophia Loren

Immagine di copertina di Peter McIntyre