Come la bicicletta ha contribuito all’emancipazione femminile

Come la bicicletta ha contribuito all’emancipazione femminile

Quando si pensa alla lotta che le donne hanno condotto per vedere affermati i propri diritti nel secolo scorso, vengono subito in mente i nomi dell’attivista statunitense Susan B. Anthony, dell’inglese Emmeline Pankhurst e dell’abolizionista Sojourner Truth. A dirla tutta, però, al centro di questa battaglia c’è stato anche un mezzo che ha contribuito non poco: la bicicletta.

A tal proposito, la leader americana dei diritti civili Susan B. Anthony nel 1896 scrisse: “Penso che la bicicletta sia stato il mezzo che ha aiutato l’emancipazione delle donne più di qualunque altra cosa. Gioisco ogni volta che vedo una donna in bicicletta. Dà la sensazione di autonomia e indipendenza, è l’immagine della femminilità senza ostacoli”.

Per capire meglio come la bicicletta abbia contribuito a far sì che le donne potessero ottenere il diritto di voto, dobbiamo partire dal principio. Prima che venisse inventato il primo prototipo simile alla bici come la conosciamo oggi, era in voga il biciclo—dotato di una grande ruota anteriore, sulla quale agiscono direttamente i pedali, e di un ruotino posteriore. Si trattava, però, di un mezzo eccessivamente alto, difficile da guidare e soprattutto “impossibile” per le donne che all’epoca erano solite usare voluminose gonne lunghe. Tutto questo però era destinato a cambiare.

Nel 1885 l’inventore John Kemp Starley ebbe un’intuizione: affinché un biciclo potesse davvero funzionare avrebbe dovuto avere due ruote di egual grandezza. Nacque così la “Bici di sicurezza”—passata alla storia come la prima bici moderna. Nel 1897, meno di 20 anni dopo, si contavano già più di 2 milioni di biciclette vendute negli Stati Uniti.

Sebbene questo nuovo prototipo fosse più facile da utilizzare, per le donne le voluminose gonne continuavano a essere d’intralcio. Così iniziarono a mettere dei pantaloni sotto gonne più corte—un nuovo stile che venne adottato ben presto dalle suffragette.

Nel frattempo, però, questo cambio di costume venne subito etichettato dai più conservatori come un’usanza “depravata” e “immorale”. L’esempio più significativo a tal proposito consiste in alcuni “articoli scientifici” dell’epoca in cui si affermava che l’uso della bicicletta fosse nocivo e motivo di depressione per le donne.

Il maschilismo era talmente radicato che nel 1894 due gentiluomini di Boston affermarono in pubblico che nessuna donna avrebbe mai potuto ripetere l’impresa del ciclista Thomas Stevens che dieci anni prima aveva percorso 21.700 km in bicicletta attorno al globo. Ma, visto che nessuna donna aveva mai tentato l’impresa, avrebbero messo in palio un’ingente somma di denaro per qualunque “signora” avesse accettato la sfida. Ad accettarla fu Annie Londonderry, una casalinga che non era mai andata in bici ma dalla grande forza di volontà. Talmente grande che dopo 15 mesi aveva già completato l’impresa.

Annie Londonderry divenne così uno dei più grandi punti di riferimento del movimento femminista. Le suffragette per muoversi, spostarsi e “andare in missione” iniziarono a utilizzare sempre più le biciclette. E anche un po’ grazie a questi mezzi, le donne inglesi ottennero i primi diritti nel 1918, le donne tedesche nel 1919, le donne americane nel 1920 e così via.

Nel mondo per i diritti delle donne c’è ancora molto da fare, qui avevamo parlato di alcuni esempi che andrebbero emulati.

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