Constantin Brancusi, il padre della scultura del Novecento

Constantin Brancusi, il padre della scultura del Novecento

Quello della “forma”, per molti artisti all’inizio del Novecento, fu il problema fondamentale da affrontare per conquistarsi un’autocoscienza artistica. Per Constantin Brancusi—che affermò: “è impossibile per chiunque esprimere qualcosa di reale imitando la superficie esteriore delle cose”—fu quasi una norma cogente.

Nato in Romania nel 1876, studente insoddisfatto all’Accademia di Bucarest, si trasferì nel 1904 a Parigi. Dove poté ammirare alcune opere di Medardo Rosso, innamorandosene, e diventare apprendista di Rodin nel 1907.

Per il tramite di Rosso e di Rodin, a Brancusi era stato dunque rivelato l’impressionismo. Tuttavia, né i giochi chiaroscurali né l’enfasi del maestro francese appagavano l’inquieto scultore rumeno. Che presto si staccò da Rodin dopo alcune opere realizzate sulla scia del maestro.

“Il bacio” di Brancusi

Prima con Preghiera, poi, molto più radicalmente, con Il bacio, Brancusi punta verso il massimo della semplificazione. Il bacio (1907-1908), ispirato al primitivismo dell’epoca, e a un’opera polemica come Figura accovacciata del fauve André Derain, ha anch’essa un retrogusto polemico. Perlomeno se confrontata con il più celebre “bacio” di Rodin, cui allude nel titolo.

Il rispetto sfacciato e programmatico per la forma del cubo in cui rappresentare i corpi dei due amanti avvinti (mentre le teste sono come inscritte in un semicerchio), secondo Ernst Gombrich fa ripensare a Michelangelo. All’idea di estrarre la forma dormiente nel blocco di marmo dando vita e movimento alle figure pur rispettando la semplice struttura della pietra. Ma la linearità delle figure riporta anche agli idoli dell’arte cicladica. Che di lì a poco avrebbe influenzato Amedeo Modigliani.

La complessa semplicità di Brancusi

La semplicità, autentica ossessione di Brancusi, non era per lo scultore lo scopo dell’arte, ma l’esito di una ricerca “del senso reale delle cose”. Così, nei suoi “studi” sul corpo umano, Brancusi, eliminando proprio il corpo, rappresentò le sole teste. In forme affusolate e ovoidali.

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Adagiate orizzontalmente, queste evocavano l’idea del riposo. Rendendo quasi “visibile” il sonno. Nascono così le diverse “Muse dormienti”. Un soggetto che tenne l’artista impegnato per molti anni, realizzato di volta in volta con materiali diversi, dal bronzo al marmo lucidato: alla ricerca dell’essenza del languore.

Dalla Maiastra all’Uccello nello Spazio

Nella sua ricerca non priva di sfumature misticheggianti Brancusi si opponeva all’atteggiamento analitico, intellettualistico del cubismo. Anche il rumeno cercava strutture formali capaci di integrare la cosa e lo spazio. Ma la sua visione lo portava a sognare forme uniche, in grado di assorbire lo spazio, di unire la forma al significato. Talvolta attingendo al folklore rumeno come nelle variazioni sul tema della “Maiastra”, uccello fiabesco, parlante e lucente, della tradizione popolare.

Partito da opere come la stupenda Maiastra in ottone lucidato del 1912, Brancusi va sempre ripensando il tema dei volatili fino ad approdare alle variazioni sull’Uccello nello Spazio a partire dagli anni ’20 (ne sono stati individuati 16 esemplari).

Come in molte versioni della Maiastra, anche in alcune dell’Uccello nello Spazio la resa del piumaggio luminoso è affidata alla superficie riflettente e perfettamente levigata. Ma, a differenza degli esperimenti precedenti, l’Uccello nello Spazio ha sempre una forma talmente semplificata e aerodinamica da aver perduto ogni riferimento dell’uccello canterino (la Maiastra aveva il petto gonfio) per esprimere esclusivamente l’idea del volo, dello slancio.

La Colonna Senza Fine

L’opera più imponente di Brancusi è la “Colonna Senza Fine” del 1938. È installata, insieme ad altre due opere dello stesso autore, nel parco della città rumena di Târgu Jiu. La scultura è molto alta e snella. Lo stesso elemento geometrico, un modulo romboidale, si ripete per diciassette volte finché un’unità incompleta termina la scultura alludendo alla sua ipotetica, infinita prosecuzione. La prima, molto più piccola realizzazione di quest’idea risale al 1918 e attualmente si trova al MoMA.

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Immagini: Copertina