Georges Brassens, lo chansonnier irriverente amato da Fabrizio De André

Georges Brassens, lo chansonnier irriverente amato da Fabrizio De André

Con queste parole Fabrizio De André raccontava l’infatuazione per Georges Brassens, il suo unico “grande modello” poetico-musicale, ben più decisivo di Leonard Cohen, di Jacques Brel, di Bob Dylan:

In Brassens si intrecciavano tre culture. Quella mitteleuropea, col valzer. Quella francese, con la giava. E quella napoletana, con la tarantella (dicono, tra l’altro che sua madre fosse di Napoli) […]. Mi intrigava il fatto che trattasse temi scabrosi, di grande rilevanza sociale. Cantandoli con una nonchalance da teatrante inglese […] che dice cose terrificanti con una specie di indifferenza glaciale.

Brassens, “maestro di pensiero e di vita”, gli aveva insegnato, come dichiarò in un’intervista del 1993, che:

la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti.

Del francese scettico e anarchico, De André tradusse molte canzoni soprattutto negli anni ’60, ma anche successivamente—Mourir pour des Idées e L’assassinat ad esempio, nell’album Canzoni del 1974.

Versioni italiane lodate anche dallo stesso Brassens. Che un po’ di italiano lo capiva: la madre, Elvira Dragosa, era davvero di origini italiane, anche se lucane, non partenopee. Notissime, di De André-Brassens, Nell’acqua della chiara fontana Il Gorilla, capolavoro satirico contro la pena di morte, una delle canzoni più censurate della musica francese.

‘Che mi si prenda per una scimmia’, / pensava il giudice col fiato corto, / ‘non è possibile, questo è sicuro!’ / Il seguito prova che aveva torto. / Attenti al gorilla!

Georges Brassens: poeta, musicista, interprete

Il modello Brassens—con i suoi personaggi e le sue situazioni: le comari, le prostitute, gli amori e i disamori repentini, l’odio per i tutori della legge— era tanto coinvolgente per il primo De André, anche sul piano esistenziale, che questi ne rifiutò la conoscenza personale.

Avendone avuta l’occasione, ho sempre evitato di conoscerlo di persona. Mi serviva troppo tenermelo come mito. Se questo mito, conoscendolo, fosse crollato mi sarebbe crollato il mondo. Sicché, ho preferito immaginarmelo soltanto attraverso le sue canzoni.

Meglio così forse. Perché a quanto sembra, nella vita, l’auteurcompositeurinterprète Brassens era il rovescio palmare delle sue canzoni sfrontate e talvolta allegramente torpiloquenti. Era un grande timido.

‘Sono sola ho paura! Aprite vi prego, / mio marito è lontano a causa del suo impiego, / o direi meglio del suo guaio, / che lo obbliga a uscire sotto l’acqua sferzante / per il semplice fatto che è rappresentante / di parafulmini d’acciaio’.

Brassens componeva al pianoforte, sempre dopo il testo poetico, che, a suo dire, dettava il ritmo musicale. Tuttavia lo si è sempre visto con la chitarra imbracciata. Con questa, e il sodale Pierre Nicolas al contrabbasso, cantò per la prima volta alcuni capolavori suoi come Le gorille e Putain de toi il 24 gennaio 1952, nel cabaret di Montmartre “Patachou” presieduto dall’omonima sciantosa.

Allora, che un autore di talento interpretasse le proprie cose anziché affidarle a una voce nota come quella di Édith Piaf era inconsueto. Mentre Brassens cantava, palesemente impacciato, senza alcun commento, senza alcuna scenografia, molti se ne andarono dal locale.

Brassens 1921-1981: la canzone d’autore irriverente

Brassens, nato nel 1921 a Sète, poco a ovest di Marsiglia, si era avvicinato alla poesia da alunno “scapestrato” grazie al professore di lettere, e alla musica grazie alla madre. Nel 1940 si stabilì a Parigi. Operaio alla Renault, studiava i poeti francesi in biblioteca, da Villon a Verlaine.

Durante la guerra dovette tornare a Sète, e nel 1943 fu costretto da un decreto di lavoro obbligatorio a recarsi in Germania, dove conobbe l’amico di una vita, “Gibraltar” (al secolo, Pierre Onteniente). Nel dopoguerra si trasferì ancora a Parigi: vivrà nel XIV arrondissement per vent’anni.

All’immediato dopoguerra, periodo di gavetta, risalgono alcune delle canzoni più belle. Dopo il “battesimo” artistico di Chez Patachou, inizia un’epoca di grande successo che durerà per molto, in cui Brassens pubblicherà dischi regolarmente e si esibirà in tutta Europa nonostante odi viaggiare e sia afflitto da calcoli renali che a volte gli impediscono anche di portare a termine un concerto. Pensiamo a Le PornographeLes trompettes de la renommée o a Supplique pour être enterré à la plage de Sète

Ribelle, antimilitarista e anarchico Brassens resterà fino alla fine. L’ultimo album, Don Juan, esce nel 1977, quando ha dato l’addio alle scene già da qualche anno. Alla sua morte, nel 1981, sarà seppellito in uno dei cimiteri della città natale, Le Py, che i locali chiamavano “Il cimitero dei poveri”. L’altro era il “cimitero marino” in cui è sepolto il concittadino Paul Valery.

Resi i dovuti onori a Paul Valéry / io, umile menestrello, rincaro la dose, / il buon maestro me lo perdoni. / Ma almeno, se i suoi versi valgono più dei miei, / che il mio cimitero sia più marino del suo, / e non me ne vogliano gli autoctoni.

Le traduzioni dei testi di Brassens

La canzone era davvero una cosa umile per Brassens:

La poesia e la canzone sono la stessa cosa, ma non si può cantare carmi troppo alati; la canzone è per tutti: una poesia alla portata di tutte le borse.

Un canzoniere reperibile con più di 100 canzoni tradotte è Brassens in italiano. Di Nanni Svampa e Mario Mascioli, Attenti al gorilla è un ottimo vecchio libro con testi.  Qui un elenco corposo di adattamenti italiani.

Immagini: Copertina