Carl Theodor Dreyer, il maestro del cinema

Carl Theodor Dreyer, il maestro del cinema "nordico"

Così Carl Theodor Dreyer, il grande regista danese—fra i più grandi “autori” nordici insieme a Ingmar Bergman—nato nel 1889 e morto nel 1968, descriveva il senso del suo lavoro:

Amo profondamente la vita, tutti gli esseri veramente vivi. I miei film vogliono essere una serena meditazione sul grande mistero della vita, non sulla morte, negazione della vita.

All’inizio del Novecento molte donne del nord Europa tentavano di procurarsi un aborto mediante l’ingestione del fosforo. Grattato via dalla capocchia di decine di fiammiferi e sciolto in acqua, o nel caffè. Così, molte morirono avvelenate. Fra queste, poco tempo dopo la nascita del figlio, ci fu la madre di Dreyer. Figlio illegittimo di una governante svedese e di un piccolo proprietario terriero danese, che non volle riconoscerlo. Uscito diciottenne dalla casa della rigida famiglia adottiva, verso cui avrebbe provato sempre forte rancore, Dreyer cercherà segni della madre. Fino a rintracciare la sua tomba. Per poi iniziare a tributarle un “culto” che durerà tutta la vita.

Si spiega così, almeno in parte, l’intensità con cui Dreyer si concentrerà, in alcuni suoi film, sulla sofferenza di figure femminili. Cui la repressione sociale annichilisce il pensiero, la vitalità, l’erotismo. Fino all’introiezione di “colpe” inesistenti.

Dreyer, un regista “sui generis”

Dreyer fu un giovane eclettico. E, per quanto ricco di interessi, al riparo da velleità intellettuali. Dopo aver svolto diversi lavori, divenne giornalista sportivo (era appassionato di aeronautica). Più tardi, fra i ’30 e i ’40, quando già aveva girato diversi film, si darà alla cronaca giudiziaria. Recandosi quotidianamente in Tribunale, il che produrrà un migliaio di articoli.

Cark Theodor Dreyer. Via

Carl Theodor Dreyer. Via

Nel 1912 era iniziato il suo contatto col cinema. Dreyer scrive inizialmente sceneggiature per altri, finché nel 1918 gira il suo primo film, Præsidenten. I suoi film muti più rilevanti sono Pagine dal libro di Satana, Michael, Il padrone di casa, e, nel 1927, il famosissimo La passione di Giovanna d’Arco.

La scarsa profondità di campo, l’insistenza sui primi piani, la crudezza del dettaglio, permettono al film—reso epocale dall’interpretazione di Renée Falconetti e dalla presenza di Antonin Artaud—di interrogare la smania del mistico attraverso il massimo realismo possibile.

Il primo film sonoro di Dreyer è l’horror d’annata Vampyr (1932). Il tema vampiresco si ispira non a Dracula di Bram Stoker ma a Carmilla di J.S.  Le Fanu. Vampyr è una versione personale e allo stesso tempo esatta ed esauriente del gotico. Il film, che si svolge apparentemente in un indefinito, lungo crepuscolo, potrebbe essere il sogno del protagonista. La scena più celebre è una soggettiva di quest’ultimo, dentro una bara inchiodata.

Già in questi primi splendidi film Dreyer mostra, accanto a un forte spirito romantico, un senso della composizione tale per cui ogni immagine, come scrisse Truffaut, “è di una perfezione formale che raggiunge il sublime”. Tuttavia, il loro insuccesso, congiunto al perfezionismo dell’autore, farà sì che, nei successivi 32 anni, Dreyer giri solo altri 4 lungometraggi. Dies Irae (1943), Due esseri (1945), Ordet (1955), e Gertrud (1964).

“Dies Irae”

Tralasciando “Due esseri” e “Gertrud”, che ti consigliamo comunque di vedere, parliamo brevemente dei due film decisivi di Dreyer. “Dies Irae” è un capolavoro del cinema, a tal punto da aver meritato un posto fra le “terrificanti visioni” del cineforum aziendale di Fantozzi. Non dura “sei ore”, come nel film di Salce e Villaggio, ma un’ora e quaranta.

Il film è stato girato durante l’occupazione nazista della Danimarca. È ambientato nel Seicento, in un clima di caccia alle streghe. La giovane Anne, “figlia di una strega” secondo la diceria, è sposata molto infelicemente a un pastore protestante attempato e vedovo, che la sa, appunto, infelice. Anne ama di nascosto il figlio di lui, Martin, ricambiata. Durante uno sfogo maligno, in cui Anne manifesta il suo desiderio represso, il marito ha un attacco di cuore, e muore.

Finale di Dies Irae. Via

Finale di Dies Irae. Via

Martin si mostrerà, in fondo, pusillanime quanto il padre: quando la suocera, per la morte del figlio, accuserà Anne di stregoneria, il ragazzo non troverà il coraggio per difenderla, soggiacendo alla norma sociale. Anche Anne lo farà: autoconvintasi, “confesserà” l’essere strega. La forte ambiguità del film è data dal fatto che Dreyer lega la “stregoneria”, qualsiasi cosa essa sia, al desiderio, al bisogno di respirare, di vivere, e di amare.

“Ordet”: filmare l’impossibile

Dreyer, fosse o meno un miscredente, fu critico verso l’idea del sacro, verso le distorsioni e i sacrifici, fisici e psicologici, che essa esige. In Ordet (La parola) la critica permane, sullo sfondo però di una storia che sembra voler credere nella possibilità di un “miracolo” che spazzi via piccinerie, meschinità, megalomanie. Il film può essere letto in molti modi. 

Il vecchio patriarca Morten Borgen vive un momento di crisi nel rapporto con Dio. Il primogenito Mikkel, che ha due figlie e attende il terzo con la premurosa, credente moglie Inger, è ateo. Johannes, il secondo, è uno studente di teologia impazzito che si crede Gesù e va in giro a fare prediche imbarazzanti. Il giovane terzo, Anders, è innamorato della figlia del sarto Peter, che, pietista di confessione avversa a quella di Borgen, si oppone perciò al matrimonio.

Ordet. Via

Ordet. Via

Mentre Morten e il sarto stanno litigando, gli arriva la notizia che, a causa di un parto traumatico, Inger ha partorito un figlio morto, ed è lei stessa in pericolo di vita. Dopo qualche ora, muore. La tragedia sconvolge tutti. Durante la notte, mentre la madre sta per morire, la figlia di Mikkel chiede al pazzoide Johannes se possa riportarla in vita. È lei a dare una piccola lezione allo zio: non ha bisogno di nessuna consolazione metafisica, e non saprebbe che farsene di una madre che “la protegge dal cielo”.

La mattina dopo, quando la famiglia piange Inger già composta nella bara, Johannes irrompe nella stanza inondata di luce, apparentemente rinsavito. Non ti raccontiamo il finale per non rovinartelo, se vorrai vedere il film. Ordet vinse il Leone d’Oro al festival veneziano del 1955 ed è considerato uno dei più grandi film di sempre.

Ordet. Via

Ordet. Via

Per approfondire

Molti film di Dreyer sono disponibili in DVD o Blu-Ray. Dreyer girò anche diversi cortometraggi. Tra cui “E presero il traghetto”, commissionato dall’ente danese per la sicurezza stradale. Libri interessanti per conoscere Dreyer: questo libro di Simonetta Salvestroni edito da Marsilio. Cinque film, un volume Einaudi con sceneggiature e altri scritti: si trova solo usato, come questo libro del critico americano David Bordwell. Un profilo di Dreyer è incluso nell’Enciclopedia del Cinema Treccani, ed è scritto da Pietro Citati.

Immagini: Copertina