"Dammi mille baci, e poi cento, poi altri mille": l'amore infinito di Catullo

“Nella sfera amorosa”—ha scritto Roland Barthes nel suo inimitabile saggio, Frammenti di un discorso amoroso—”le ferite più dolorose sono causate più da ciò che si vede che da ciò che si sa”. Poiché, dice, l’immagine “non mi lascia alcuno spazio: […] è ciò da cui io sono escluso”.

Non possiamo che approvare, e il pilota automatico ci porta alla poesia d’amore più nota di Saffo (il fr. 31), compendio di ogni gelosia fisiologica: “Mi sembra uguale agli dèi / l’uomo che ti siede di fronte / e da vicino ascolta / la tua dolce voce, / il fascino del tuo riso. / A me questo/  sconvolge il cuore nel petto […] “. Cinque secoli dopo Saffo, venti prima di Barthes, l’ode saffica fu tradotta in latino da Catullo (il “carme 51”). 

Mi sembra uguale a un dio,

mi sembra, se è lecito, superiore

agli dèi,

l’uomo che ti siede di fronte,

sempre ti guarda e sente

il tuo riso dolcissimo; questo a me infelice

toglie tutti i sensi […]

Secondo la pratica della traduzione artistica, Catullo manipola il testo greco. E proprio all’inizio del suo testo c’è la differenza più importante: l’innamorato che parla, escluso dall’immagine, è sempre infelice, certo, programmaticamente miser. Ma chi è felice, invece, è più che felice: sta meglio di dio. “Se è lecito”, ha sfondato il cielo.

Tra le decine di nugae e di epigrammi di Catullo, anche quelli riempiti di linguaggio scurrile, che scorrono via con apparente immediatezza, fanno irruzione inopinata, spesso, significati e movimenti del pensiero che dovevano apparire molto originali allora, e appaiono ancora molto intensi oggi. Uno di questi, a cui Guido Paduano ha dedicato un saggio, è la concezione dell’infinità dell’amore, che, se pure non fu inventata da Catullo, ha ricevuto da lui il conio definitivo .

Catullo e l’invenzione dell’amore infinito

L’abbiamo visto nella libera traduzione da Saffo, e lo vediamo, meglio che in qualsiasi altro punto del liber di Catullo—di cui molti ricordano almeno tre episodi: il celebre “Odi et amo”, il carme del passero solitario addomesticato, il bellissimo saluto sulla tomba del fratello morto nella Troade—nel carme 5, dedicato, come molti altri, all’amore per l’adorata e deprecata Lesbia.

Viviamo, Lesbia mia, ed amiamoci,

e i brontolii dei vecchi austeri

valutiamoli, tutti insieme, due soldi.

Il sole può tramontare e tornare,

ma noi, quand’è tramontata la nostra

breve luce, dobbiamo dormire una sola notte,

perpetua.

Dammi mille baci, e poi cento,

poi altri mille e altri cento,

poi ancora altri mille e altri cento.

Quando ne avremo fatti molte migliaia,

li confonderemo per non sapere più il loro numero,

che nessuno possa farci il malocchio, sapendo

un numero così enorme di baci.

È la poesia che “fonda” la concezione dell’infinità dell’amore. Ha commentato Paduano che “nel carme 5 l’amore infinito è controparte della precarietà umana. Per gli uomini infatti l’eterna alternanza naturale si spegne nell’indistinzione: l’eguaglianza piatta del sonno inghiotte tutte le coordinate che differenziano, e con ciò creano, individui e esperienze. Da questa situazione si sviluppa una strategia dell’immortalità, non per antitesi[…], ma per il mero contatto—asindetico, come un brivido stridente”. Il contatto immediato, cioè, fra i tre versi sentenziosi in cui la luce breve della vita contrasta con la notte ininterrotta della non-esistenza, e i versi successivi: l’invocazione della pioggia di baci.

Il “cucciolo” di Lesbia: Catullo e l’amore senza delimitazioni

L’unica felicità nella vita è l’amore, e beato chi sa amare perché nella vita non c’è nient’altro da fare aspettando la morte, sembra dire fra le righe Catullo, il catulus, il “cucciolo”. D’altronde il veronese fu il più importante dei poeti neoterici, che la tradizione vuole calligrafici e “disimpegnati” politicamente. Prosegue Paduano:

Alla notte perpetua sfuggono rincorrendosi le serie felici, contando fino a rendere impossibile il conto. Dietro la credenza folklorica che porti sfortuna […] conoscere l’ammontare esatto dei propri beni si nasconde l’insoddisfazione di ogni finitezza […]. L’infinità erotica non potrà essere equivocata come trasgressiva, […] quanto piuttosto si porrà come definizione dell’amore senza altre delimitazioni.

Come nel carme 7 del libro di Catullo.

Mi chiedi quanti tuoi baci,

Lesbia, mi bastino e avanzino.

Quanti granelli di sabbia del deserto libico

stanno a Cirene, produttrice di silfio,

tra l’oracolo afoso di Giove

e il sepolcro dell’antico Batto,

o quante stelle nel silenzio notturno

spiano gli amori segreti degli uomini

altrettanti sono i baci che bastano

e avanzano al tuo pazzo Catullo

che i curiosi non possano

farne il conto o i maligni gettare il malocchio.

È insomma impossibile, secondo una sorta di adynaton, che i baci bastino, così come non è possibile contare i granelli di sabbia. Questa concezione dell’amore infinito si diffonde per tutto il canzoniere. Ad esempio nei carmi omosessuali per Giovenzio (come il 48). Nella consolazione a un amico (il 96), che ha perso la moglie ma la ama oltre la morte. Nelle invettive contro Lesbia cornificatrice fedifraga, e contro i suoi amanti. Questi ultimi sono a volte testi molto scurrili—e per questo molto divertenti, oltre che sorprendenti per chi non conosce questo aspetto della poesia catulliana—ma anche in questi si riflette l’infinito amoroso. Però rovesciato. Come nell’esemplare carme 37, o nel carme 58, in cui Catullo vede Lesbia concedersi “a tutti i nipoti del magnanimo Remo”.

Edward John Pointer - Lesbia e il passero. Via

Edward John Pointer – Lesbia e il passero. Via

Da Catullo ai moderni

Quanto saldamente l’amore infinito di Catullo abbia attraversato i secoli ce lo mostra una scenetta da Un amore di Swann di Marcel Proust: Swann chiede a Odette di suonicchiare continuamente il pianoforte, e allo stesso momento, la tempesta di richieste affettuose.

La faceva suonare dieci, venti volte di seguito a Odette esigendo che intanto non smettesse di baciarlo. Ogni bacio chiama un altro bacio. Ah! nei primi tempi di un amore, i baci nascono con tanta naturalezza! Spuntano così vicini gli uni agli altri; e a contare i baci che ci si è dati in un’ora si faticherebbe come a contare i fiori di un campo nel mese di maggio.

I moderni sono i moderni, e Proust è certamente un po’ ironico, nel suo evidenziare una “banalità” sull’amore in tono volutamente banale. Eppure anche lui attinge all’archetipo catulliano.

Gaio Valerio Catullo fu il più importante dei ‘poetae novi’ (così con disprezzo li bollò Cicerone) negli ultimi decenni della repubblica romana. Sicuramente veronese, benestante, residente fisso a Roma, protetto di Cornelio Nepote, secondo le informazioni fornite da San Girolamo visse appena 30 anni (stando a alcuni riscontri testuali, forse visse qualche anno in più): circa 84-54 a.C. Per il resto, tranne la certezza di un viaggio in Bitinia nel ’57, la sua vita è un mistero. La “sua” spregiudicata Lesbia, moglie di un console, si chiamava Clodia: esponente del patriziato romano, a cui il discredito provocato da una studiatissima arringa di Cicerone (“Pro Caelio”), difensore di un ex-amante da lei portato a processo, costò la fortuna nel mondo politico.

L’ordinamento del libro poetico di Catullo, 116 carmi, è discusso. Tutti i testi che abbiamo riportato sono nella traduzione di Guido Capuano, il cui saggio “L’emozione infinita” introduce questa edizione del liber di Catullo. Bellissime anche le traduzioni di Guido Ceronetti. “Un amore di Swann” di Proust è la seconda sezione del primo volume di “Alla ricerca del tempo perduto”. 

Immagine: Copertina | Il bacio di Rodin