Cesare Pavese, lo scrittore tormentato dal

Cesare Pavese, lo scrittore tormentato dal "mestiere di vivere"

Cesare Pavese iniziò a scrivere Il mestiere di vivere dopo essere stato mandato al confino in un piccolo paese della Calabria.È difficile definire Cesare Pavese: per citare il suo amato Walt Whitman, “conteneva moltitudini”. Romanziere, poeta, saggista e traduttore tra i più importanti e tormentati del secolo scorso

“Che qualcuna delle ultime poesie sia convincente, non toglie importanza al fatto che le compongo con sempre maggiore indifferenza e riluttanza”.

Questo è l’incipit de Il mestiere di vivere: diario 1935-1950, un diario nel quale Cesare Pavese era avvezzo annotare tutti i suoi pensieri. Sono molti, e la maggior parte improntanti sul senso della vita che alla fine lo scrittore deciderà di lasciare all’età di 42 anni, suicidandosi.

È difficile definire Cesare Pavese: in lui, per citare uno dei suoi autori d’oltreoceano preferiti, erano contenute “moltitudini”. Scrittore, poeta, traduttore e saggista, il giovane Pavese cresce a Torino, passando un’adolescenza molto frastornata, in cui a più riprese parla spesso del “vizio assurdo” (il suicidio) negli scambi epistolari con l’amico Mario Sturani.

Nato il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, l’autore de La luna e i falò rimpiangerà sempre i paesaggi bucolici, cornice della sua infanzia. Tanto che mentre frequenta il liceo, è solito fare lunghe passeggiate immerso tra la natura.

In questo periodo, inoltre, conosce “Nanda”—ovvero Fernanda Pivano, una delle più famose traduttrici italiane. Pavese se ne innamora, condivideranno sempre l’amore per la letteratura americana, ma il loro rapporto non diventerà mai ciò in cui spera Pavese. A lei sono dedicate le poesie Mattino, Notturno, Estate.

In seguito, Pavese si iscrive alla facoltà di Lettere e si laurea con una tesi dal titolo “Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman“. Grazie alla sua conoscenza dell’inglese, inizia a tradurre diversi scrittori americani, come Herman Melville e Sinclair Lewis.

Cesare Pavese e l’esperienza del carcere e del confino

Nel 1931 (dopo aver perso il padre durante l’adolescenza) Pavese perde la madre, da sempre molto severa. Nel 1934 Pavese diventa direttore della rivista La Cultura, rivista contro il regime edita da Giulio Einaudi. È un periodo davvero duro per lo scrittore: non vuole iscriversi al partito fascista, non riesce di conseguenza a trovare un lavoro stabile come professore. Nel maggio 1935 Pavese viene arrestato perché coinvolto in attività antifasciste e alla fine viene condannato al confino per aver cercato di proteggere una donna del partito comunista di cui era innamorato, Tina. Ed è proprio al confino, a Brancaleone in Calabria, che inizia a scrivere Il mestiere di vivere.

Tornato a Torino, Pavese deve affrontare la delusione di sapere che Tina sta per sposarsi con un altro uomo. Nel decennio che segue, la sua produzione letteraria è vastissima e diventa sempre più noto, soprattutto grazie al successo letterario ottenuto con l’esordio narrativo Paesi tuoi. Nel 1942, poi, viene assunto dalla casa editrice Einaudi, e si trasferisce per un brevissimo periodo a Roma.

La Seconda Guerra Mondiale e l’adesione al PCI

Durante il Secondo conflitto mondiale lo scrittore torinese si nasconde a Monferrato, a casa della sorella Maria—il periodo è descritto ne La casa in collina. Alla fine della guerra, ormai Pavese è un’istituzione pubblica: si iscrive liberamente al PCI, inizia a collaborare con il giornale L’Unità e vince il premio Strega con La bella estate nel 1950. Ha anche una breve storia d’amore con Romilda Bollati, sorella dell’editore Giulio Bollati.  Eppure, la sua indole non gli permette di abbandonare il “vizio assurdo”: il 27 agosto dello stesso anno, Pavese si toglie la vita in una camera d’albergo di Torino.

Lascia soltanto una frase sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

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