Chi era Cesare Zavattini, ritratto del “più grande sceneggiatore italiano”

Chi era Cesare Zavattini, ritratto del “più grande sceneggiatore italiano”

“La mia storia è quella di un uomo che non fa il regista”, così raccontava gli inizi del suo lavoro da sceneggiatore Cesare Zavattini. Ieri come oggi, lo “scrittore per il cinema” è ancora un lavoro in ombra (“all’ombra della cinepresa“, specificava Cesare) che quasi mai trova il giusto riconoscimento, di pari dignità con quello del regista.

Eppure Zavattini è stato più di un semplice sceneggiatore: oltre che poeta, scrittore, commediografo, pittore e giornalista, è stata una delle figure più importanti del cinema nel Novecento italiano. Al pari di altri “suoi colleghi”, che per troppa modestia non riconosceva tali, come Vittorio de Sica, Federico Fellini, Roberto Rossellini e Luchino Visconti, solo per citarne qualcuno.

Zavattini ha scritto le sceneggiature di alcuni dei film più importanti del cinema neorealista, come il primo lavoro del genere “I bambini ci guardano”, considerato oggi, insieme a Ossessione e 4 passi fra le nuvole, il film di svolta del cinema italiano. Il film, il quinto diretto da De Sica, è il primo in cui il regista di Sora sceglie per la sceneggiatura la collaborazione di Zavattini.

Il film, uscito nel 1943, rappresenta l’inizio di quel sodalizio cinematografico tra la penna di Zavattini e l’occhio di De Sica che porterà alla realizzazione di più di 20 pellicole e di alcuni dei capolavori assoluti del nostro cinema: come ad esempio Sciuscià, Ladri di biciclette, L’oro di Napoli, Umberto D., Il tetto, Miracolo a Milano, La ciociara e altri.

Nella sua prestigiosa e ricca carriera, Cesare Zavattini collezionò ben tre nomination agli Oscar per la migliore sceneggiatura, senza purtroppo vincere quella statuetta che sarebbe stata un degno riconoscimento al suo lavoro cominciato nel 1935 e terminato nel 1974.

La figura di Zavattini è, però, ancora più profonda di quella dietro all’uomo di cinema. Una vita, la sua, dedicata alla scrittura: già nel 1926 intraprese la carriera giornalistica a Parma. Da quel momento, furono tanti i suoi trasferimenti in giro per l’Italia. In ogni luogo in cui andava cercava di conoscerne ogni aspetto, di legarsi alla terra. Anche nei luoghi più impensabili e piccoli, come Alatri (di cui poi divenne cittadino onorario), nella provincia di Frosinone, Zavattini trascorse anni che lui stesso definì “estremamente interessanti”.

La sua scrittura sapeva anche essere tagliente e ironica. All’inizio degli anni Trenta fondò una rivista satirica chiamata Bertoldo che riscosse un buon successo di critica. Affinando questo sguardo attento, puntuale e critico nei confronti della società (senza dimenticare le sfumature divertenti) Zavattini trova un perfetto equilibrio stilistico

Alla penna di Zavattini si rivolsero tutti i più grandi registi del periodo: Michelangelo Antonioni, Giuseppe De Santis, Pietro Germi, Federico Fellini, Elio Petri, Dino Risi, Roberto Rossellini e Luchino Visconti. Il lavoro di scrittura a quel punto diventò per Cesare un lavoro più che a tempo pieno. Leggere, dettare, rileggere, correggere e riscrivere. Spesso si dimenticava di pranzare o cenare tanto era preso dal suo lavoro, ma non dimenticava mai il momento della colazione: una “colazione all’antica” fatta di caffellatte e pane, perché come amava ripetersi, “senza il pane diventa tutto orfano”.

Aveva poco tempo per dedicarsi alle sue passioni, come ad esempio la pittura. I suoi dipinti, per lo più piccoli e su fogli di carta bianca (visto il poco tempo libero a disposizione), furono recensiti da Renato Guttuso così: “Sei un vero poeta, come Montale e come Klee”. Per distrarsi amava cambiare ordine ai suoi 1400 quadretti appesi nello studio. 

Uno degli aspetti più interessanti di Zavattini era quello di essere ossessionato dalla macchina da presa. Sentiva una specie di senso di inferiorità nei confronti dei registi e della regia. Quando raccontava del suo lavoro diceva: “Mi sono affannato in tutte le maniere a fare cose che si approssimano al massimo grado alla regia”.

Spesso nelle interviste Zavattini affermava di non voler prendere la macchina da presa “per mancanza di coraggio”, ma che prima o poi lo avrebbe fatto. E così alla fine riuscì a fare, nel 1982, quando per la prima volta da regista girò La veritaaaà, un film che lo vede anche recitare davanti all’obbiettivo.

Nel 1989, Zavattini si spense nella sua casa romana. E proprio alla fine di questo articolo ci piace ricordare le sue parole a proposito della morte. “Non è come la immaginiamo tutti, secondo me è come un trasloco: ritorniamo ma da un’altra parte e quando per caso incontriamo i nostri cari siamo obbligati a nascondergli chi siamo“. Una buona cosa per uno che diceva: “Se io rinascessi, di sicuro non farei più lo scrittore di cinema”.

Per conoscere meglio la personalità e il genio di Cesare Zavattini, oltre ovviamente ai suoi film, ti consigliamo di guardare anche la serie di documentari RAIRegista e sceneggiatore”, “Un giorno a casa mia” e il “Metodo artistico”.

Immagine via Wikipedia