Dieci capolavori del cinema italiano di ieri che parlano ancora di noi

Dieci capolavori del cinema italiano di ieri che parlano ancora di noi

L’ex vicepresidente della Commissione Cultura di Roma, all’interno di una polemica legata al bando per il cinema all’aperto a piazza San Cosimato, ha sostenuto che “guardare vecchi film è un feticismo“. Non si riferiva, probabilmente, né a patologie sessuali né a Marx, ma all’idea di “cieca adorazione” del passato.

Tuttavia, guardare vecchi film italiani può essere, secondo noi, un modo efficace di ricollegarsi al nostro passato. Ecco 10 vecchi film, alcuni famosi, altri meno, che vale la pena rivedere.

Il testimone (1946)

In epoca neorealista, un film che mette in discussione l’etica del neorealismo. Pietro, accusato di omicidio, se la vede con un anziano impiegato che prima testimonia per la sua colpevolezza, poi, convinto di essere in errore, lo scagiona. Libero, il protagonista è però sempre più infelice e non riesce a rifarsi una vita con la donna che ama. Le cose peggiorano quando incontra nuovamente l’anziano testimone. Pietro era innocente o colpevole? Lo spettatore accorto lo scopre all’inizio del film. “Il testimone” è l’esordio del grande Pietro Germi.

Locandina di "Il testimone" (part.). Via

Locandina di “Il testimone” (part.). Via

Il posto (1961)

Qual è il prezzo del “posto fisso” per un ragazzo urbanizzato di famiglia contadina, negli anni del boom? Capolavoro delicato di Ermanno Olmi ambientato a Milano. Alla città il regista dedicherà anni dopo Milano 83, un documentario bellissimo, controverso e “insabbiato” dal Partito Socialista. Puoi vederlo interamente su YouTube.

Parigi o cara (1962)

La prostituta sguaiata e materna ha proliferato nel cinema italiano, da “Mamma Roma” all’esordio di Renato Pozzetto “Per amare Ofelia”. In “Parigi o cara”, venerato film queer, Franca Valeri è invece una prostituta algida, un po’ massaia un po’ delinquente, sempre a far conti. Va a Parigi per ritrovare il fratello che scopre omosessuale. Vorrebbe visitare il centro ma resta inchiodata in periferia finché non dovrà tornarsene a Roma. Film insieme lunare e realistico.

Venga a prendere il caffè da noi (1970)

Lo scrittore Piero Chiara è noto specialmente per la riduzione del Decameron adottata nelle scuole: e i suoi romanzi sono, come avrebbe detto proprio Boccaccio, “di cose cattoliche e di sciagure e d’amore in parte mescolati”. In “La spartizione”, l’impiegato Emerenziano Paronzini va in cerca di una moglie da cui farsi mantenere: possibilmente né bella né fertile. Finirà per entrare in un ménage con le tre sorelle Tettamanzi, tutte sulla quarantina: sposandone una ma “intrattenendosi” con tutte. Alberto Lattuada ne trasse una commedia: “Venga a prendere il caffè da noi”. Con Ugo Tognazzi nella parte dell’impiegato inflessibile sul lavoro e viscido “in amore”.

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In nome del popolo italiano (1971)

Anche qui un Tognazzi “incorruttibile”, ma ad altri livelli. Il misantropo giudice che interpreta, cerca in tutti i modi di incastrare un imprenditore truffaldino e godereccio (Gassman), convinto che quest’ultimo sia implicato nella morte di una giovane ragazza. Uno dei film più belli di Dino Risi, il regista del “Sorpasso” di cui vale la pena riscoprire anche i film oggi più in ombra (“Un’anima persa” o “Sono fotogenico”).

L’udienza (1972)

Un film con Enzo Jannacci va visto a prescindere. In “L’udienza” di Marco Ferreri, uno stralunato ragazzo del nord vuole assolutamente parlare col papa, anche nell’interesse del pontefice, sostiene. Ma non vuole rivelare a nessuno il contenuto dell’informazione. Le prova tutte, anche lanciando messaggi con una cerbottana. Entra in contatto con i membri della rete di potere del clero—poliziotti, nobili guelfi, burocrati, cardinali—inimicandoseli uno a uno. L’udienza è un film drammatico in cui si ride a denti serrati.

La casa dalle finestre che ridono (1976)

Insieme a Lucio Fulci, Pupi Avati ha girato gli horror forse più malinconici del cinema italiano. Del gotico padano di Avati, i due capolavori sono La casa dalle finestre che ridono e Zeder. La discesa inesorabile nella solitudine del restauratore Lino Capolicchio alle prese con omicidi misteriosi e l’oscura omertà di un paese, si conclude nell’indimenticabile finale in una chiesa di campagna.

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Una giornata particolare (1977)

Il dramma da camera di Ettore Scola in cui due infelici si incontrano e si consolano per un breve momento in un appartamento, sembra nato per essere un bellissimo vecchio film. Grazie ai toni volutamente spenti, quasi seppiati della fotografia di Pasqualino de Santis, che ci trasporta in un passato non così lontano, che però sembra intemporale.

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La messa è finita (1985)

Prima di Guadagnino in “Chiamami col tuo nome”—con “Radio Varsavia”—ci aveva pensato Nanni Moretti a “omaggiare” Franco Battiato in vari film. In “La Messa è finita”, il protagonista entra in uno dei luoghi dell’anima che non mancano mai in un film morettiano, qui un bar. Dal jukebox esce “I treni di Tozeur”.

Nel film, Moretti cerca di offrire un personaggio di prete che non sia una macchietta. Tornato a Roma dopo lunga assenza, sorpreso dalla violenza degli estranei, impotente di fronte alla confusione e all’ipocrisia di amici e parenti, Don Giulio finirà per ripartire, verso una missione in Patagonia, dove spera di ritrovare il senso del suo sacerdozio.

L’ora di religione (2002)

Film da recuperare di Marco Bellocchio. Ernesto, illustratore ateo e scettico, è l’unico membro di una famiglia decaduta a opporsi alla canonizzazione della madre—che non reputa una santa, ma una sciocca—uccisa dal fratello schizofrenico. In una scena molto divertente, il protagonista viene sfidato a un duello al fioretto da un conte monarchico tutto d’un pezzo, delle cui opinioni “restaurative” ha osato sorridere. Accortosi che Ernesto non sa tenere in mano l’arma, il conte, supremo sprezzo, abbandona il duello.

Immagini: Copertina