Cinque falsi miti sull’immigrazione distrutti dal Guardian

Cinque falsi miti sull’immigrazione distrutti dal Guardian

È soltanto, per ora, l’ultimo di una lunga serie: l’episodio di Josefa, “la naufraga con lo smalto alle unghie”. Le foto del salvataggio della donna, sopravvissuta per due giorni in mare, sono state oggetto di post odiosi e razzisti.

C’è chi l’ha definita “un’attrice” e chi ha fatto notare, guardando le immagini, “che chi scappa dalla guerra non si pittura le unghie”. In un bailamme di sconforto e fake news, Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale a bordo dell’Open Arms, ha dovuto scrivere un post su twitter in cui spiegava l’origine dello smalto. Ma, come si legge sulle pagine del Secolo XIX, “per placare l’odio di chi è intriso d’odio, in rete c’è bisogno di altro”.

Distruggere le fake news e sfatare i falsi miti sono i compiti che i giornalisti dovrebbero avere come obiettivo principale. Non fomentarli. La redazione de La Repubblica, ad esempio, ha contattato Roberto Scaini, vicepresidente di Medici Senza Frontiere, chiedendo di rispondere alle accuse rivolte alla ONG.

Sulla stessa scia vogliamo proporti un bell’articolo di Daniel Trilling uscito qualche giorno fa sul Guardian (ripreso anche da Internazionale), che riguarda alcuni luoghi comuni da sfatare sull’immigrazione. Sono cinque, riassumiamoli.

La crisi è finita

Dire che la “crisi del 2016 sia finita” vuol dire pensare che le “cause scatenanti siano scomparse”. Da allora gli arrivi sono diminuiti, ma, ad esempio, migliaia di persone sono oggi ferme nei centri di accoglienza. Mettersi alle spalle la crisi, dice il giornalista del Guardian: “serve solo a far passare l’idea di un’Europa un tempo immacolata e poi travolta da orde di stranieri. È fuorviante”.

L’Unione Europea, dagli anni novanta, ha avuto un confine sempre più militarizzato. Secondo quanto riportato da Amnesty International, tra il 2007 e il 2013, l’UE avrebbe speso quasi due miliardi di euro in barriere e sistemi di sorveglianza, sia su mare che su terra. Impedendo ai richiedenti asilo (che hanno tutto il diritto di attraversare i confini) l’arrivo. E anche ostacolando la possibilità di presentare regolare domanda e inserirsi dentro percorsi di legalità. Al contempo, venivano spesi soltanto settecento milioni per l’accoglienza dei profughi.

Se vediamo i numeri molto bassi di persone che chiedono asilo politico (in confronto alla popolazione dell’Unione Europea)—tra il 2015 e il 2016 tre milioni su 508—a fare rumore è sempre il modo in cui arrivano. Perdendo la vita. Questo perché quasi ogni governo vuole tenere lontani i migranti dal proprio territorio. Anche dopo la crisi del 2016, è stato impedito l’accesso ai profughi siriani, agli afgani e altri.

Si possono distinguere i “richiedenti asilo” dai “migranti economici”

Una precisazione: siamo tutti dei migranti economici anche all’interno dei nostri Paesi. Parlare di migranti economici vuol dire oggi, purtroppo, parlare di “falsi richiedenti asilo”. I Paesi economicamente forti hanno sempre impedito gli spostamenti delle loro popolazioni, con leggi che contemplavano la schiavitù e impedivano il vagabondaggio. Il diritto di spostarsi liberamente all’interno del proprio territorio è invece sancito dalla dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.

Uno studio di Hein de Haas ha scoperto che “il numero dei Paesi da cui le persone partono è aumentato, mentre al tempo stesso sono diminuiti quelli di destinazione”. Uno di questi ultimi è l’Europa. La maggior parte di quelli che arrivano nell’Unione, quasi il 90%, lo fa in modo legale.

Il diritto internazionale punta a proteggere i rifugiati, ma al tempo stesso consente ai singoli governi di mantenere il controllo sui propri confini.

Il sistema di accoglienza vuole a tutti i costi dare un’etichetta, che non sempre corrisponde alla realtà. Nessuno ha scritto in fronte se è un richiedente asilo o migrante economico. E così si può galleggiare in una zona grigia all’interno del sistema di accoglienza anche per anni, senza trovare soluzione.

Raccontiamo le loro storie per cambiare la mentalità della gente

L’empatia è importante, è vero, ma non bisogna basare l’informazione su quella. Anche se sembra essere il modo preferito dai giornalisti di sensibilizzare l’opinione pubblica.

È diffusa l’idea che raccontare le esperienze delle persone più vulnerabili, molto spesso bambini, attirerà le simpatie dell’opinione pubblica, che ormai ha un livello di attenzione molto basso.

Ma il rischio, per assurdo, è che generino insofferenza. Nel peggiore dei casi, fastidio. Finiamo per chiederci: “Perché dobbiamo sentirci in colpa per loro?”

E poi questo modo di raccontare non affronta seriamente i problemi reali, gli ostacoli delle frontiere, come funziona nel dettaglio l’accoglienza. Semplifica tutto.

Se vogliamo capire perché ci sono persone disposte a continuare a spostarsi nonostante gli ostacoli sulla loro strada, dobbiamo considerarle nella loro interezza. Invece di puntare l’attenzione solo sugli aspetti più duri della loro vita.

La crisi è una minaccia ai valori europei

Sia nella sua accezione negativa (di difesa razzista) sia positiva (comunità che ha lottato contro i totalitarismi) la retorica sui valori europei è sbagliata. La prima cancella una realtà molto più complessa, l’altra vuole innalzare l’Unione Europea a modello per l’intero mondo.

Negli ultimi vent’anni migliaia di persone provenienti dalle ex colonia europee sono annegate nel mar Mediterraneo. Ma questa vicenda è diventa una ‘crisi’ solo quando per l’Europa era impossibile ignorare le dimensioni del disastro. Un pensiero positivo degli ideali europei esclude la possibilità che i governi europei siano responsabilità della situazione dei Paesi di provenienza dei profughi.

La storia si ripete e non possiamo farci niente

I governi dei vari Stati europei rispondono alle pressioni del proprio elettorato. In questo paragrafo Trilling fa l’esempio della foto del bambino siriano morto a largo delle coste turche che nel 2015 spinse a intensificare il programma di accoglienza dei profughi siriani.

Dobbiamo stare attenti ai modi in cui alcuni politici cercano di convincerci a rinunciare a diritti e forme di protezione che esistono per tutti. Chi dice ‘dovremmo occuparci dei nostri cittadini prima di pensare ai profughi’ probabilmente non è interessato a nessuno dei due

Le guerre producono profughi. E questi continueranno a spostarsi per una vita migliore. Ma non avviene più per la povertà estrema. Ma anche ad esempio per il cambiamento climatico. Questo crea masse di sfollati ancora più vaste.

È importante il modo in cui risponderemo e se ripeteremo gli errori di questa crisi. Più applicheremo con rigidità le distinzioni tra chi merita e chi non merita, più probabile che accetteremo la violenza commessa in nostro nome.

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