Cinque falsi miti sul Medioevo

Cinque falsi miti sul Medioevo

Usiamo oggi il termine Medioevo—più di qualunque altra periodizzazione (antica, moderna e contemporanea)—con un pizzico di spregio. È una “cosa medievale”, “neanche nel Medioevo facevano queste cose”: esempi che, nella conversazione corrente, abbiamo usato più o meno tutti per indicare un confronto “estremo”, in negativo.

Quando lo abbiamo studiato a scuola, abbiamo imparato a identificarlo come “i secoli bui” (a formulare questa espressione è stato Francesco Petrarca), e nella nostra immaginazione abbiamo infilato armature goffe e pesanti, cinture di castità, scarsa igiene, ignoranza e superstizione.

Dopo aver sfatato i miti della storia antica e moderna, quelli che riguardavano Cleopatra, l’ultima regina d’Egitto, e le citazioni storiche più famose ma sbagliate, è arrivato il momento di fare un po’ di luce nei secoli bui.

La gente era sporca?

È il luogo comune più noto: quando pensiamo a quei secoli tendiamo a immaginare persone lavate poco o male e abiti sporchi e pieni di macchie. E invece In Europa c’erano molti bagni (grazie anche alle costruzioni precedenti degli antichi romani) e non erano soltanto usati come abitudine personale ma anche come evento sociale di condivisione. “A partire dal XII-XIII secolo i bagni caldi e freddi diventano più o meno abituali in tutte le classi sociali. Il corpo torna a essere considerato dalla classe feudale, dedita alla caccia, ai tornei e alle battaglie, come strumento della forza fisica”, come riportato dallo storico Jacques Le Goff in L’immaginario medievale

Le armature rendevano difficili i movimenti?

Questo luogo comune invece ci ha fatto ridere, soprattutto grazie a Paolo Villaggio (pur essendo un grande amante del periodo storico in questione). Una delle credenze più diffuse è che una volta disarcionato, il cavaliere non era più in grado di rialzarsi a causa dell’ingombrante armatura (addirittura per salire a cavallo avrebbe usato un argano). In realtà le armature, anche le più pesanti, raggiungevano una trentina di chili, ma il peso era distribuito su tutto il corpo e questo permetteva una notevole agilità e un controllo sicuro.

Esisteva lo “Ius primae noctis”?

Lo Ius primae noctis (il diritto di un signore feudale di trascorrere, in occasione del matrimonio di un proprio sottoposto, la prima notte di nozze con la sposa) non è mai stato accertato nel Medioevo. Difficile credere a questa pratica in un’Europa così religiosa. Si tratta di un’invenzione successiva di qualche cronachista rinascimentale che voleva, anche allora, mostrare sotto una cattiva luce il periodo storico precedente. A dirlo, tra i tanti, è stato anche lo storico Alessandro Barbero.

La Terra era piatta?

Una semplificazione molto diffusa a scuola è quella che vuole l’impresa di Cristoforo Colombo ostacolata dai suoi contemporanei convinti che la Terra fosse piatta. In realtà si tratta di un mito scritto nell’Ottocento e conosciuto ancora oggi. Dai tempi di Aristotele, tutti gli europei colti erano al corrente della sfericità della Terra. I nobili dell’epoca di Colombo cercarono di disincentivare l’impresa di Colombo non perché avrebbe raggiunto il “limite” del mondo, ma perché non avrebbe avuto cibo a sufficienza per una simile traversata.

Le donne erano tutte streghe?

Quando pensiamo al Medioevo e alle donne pensiamo a una condizione di vita dura, in cui la prima manifestazione femminile di un atteggiamento “fuori dal comune” potesse trasformarsi in stregoneria e condanna a morte sul rogo.

In realtà il fenomeno delle streghe si diffonde soltanto nell’ultimo periodo di questa epoca, con il suo picco nel Seicento (in epoca “moderna”). Le streghe, poi, non erano perseguitate inizialmente dalla Chiesa (che negava l’esistenza di fenomeni magici, pur condannando gli eretici come Giordano Bruno) ma all’interno dei piccoli villaggi  per superstizione, spesso dopo un periodo di grandi e terribili epidemie. È con l’inizio dell’età moderna che le autorità religiose e secolari cominciarono ad attribuire una realtà concreta alle streghe, come scritto dallo storico britanico Norman Cohn.

Immagine via Flickr