Cosa rende un classico della letteratura duraturo nel tempo?

Cosa rende un classico della letteratura duraturo nel tempo?

Quest’anno ricorre il duecentesimo anniversario della morte di Jane Austen. È passato tanto tempo dai suoi capolavori Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger e Persuasione, eppure Jane Austen è ancora molto presente nel nostro panorama culturale. Vediamo riadattamenti delle sue opere al cinema, nelle serie tv, in un fiorire continuo di omaggi e rimandi: ancora in grado di ispirare l’arte per molto tempo.

Ma come è possibile che un libro di così tanto tempo fa sia ancora attuale e tra i più amati dai lettori di tutto il mondo? Perché quel libro e non un’altra opera contemporanea a Austen che magari godeva di maggior successo commerciale?

Come diceva Virginia Woolf a proposito di Austen: “Di tutti i più importanti scrittori della storia la sua grandezza è la più difficile da cogliere”. Questo per un motivo molto semplice.

Il nostro modo di pensare i romanzi, di relazionarci ad essi (con le nostre aspettative sulla trama, le descrizioni, i dialoghi…) pur con le dovute preferenze ed eccezioni, si è formato sui libri di Jane Austen, veri e propri archetipi.

A dirlo sono Kathleen A. Flynn e Josh Katz in un interessantissimo articolo pubblicato sul New York Times. I due giornalisti raccolgono più studi sulla scrittrice britannica che ne certificano la grandezza e l’innovazione letteraria imperitura. I due giornalisti riportano prima di tutto il lavoro di Franco Moretti, fondatore dello Stanford Literary Lab: “La storia della letteratura”, ha detto Moretti: “si forma sulla base dei gusti che un determinato gruppo di lettori è in grado di mantenere per più generazioni, e questo perché quel determinato romanzo ha all’interno alcuni tratti prominenti”.

Il tratto principale è il naturalismo (la corrente artistica che assume la natura come unico modello da rispettare, riprodurre e imitare). I primi lettori contemporanei di Austen avevano notato molto meglio di noi l’aspetto rivoluzionario delle sue opere, le cui descrizioni oggi ci sembrano “normali”.

Nei romanzi di Austen la presenza del fantastico o di riferimenti medievali è ridotta a zero, tutto il contrario di quello che aveva caratterizzato ad esempio i libri di Walter Scott (ai tempi di Austen ben più famoso, ma oggi quasi dimenticato fatta eccezione forse per Ivanhoe). Lo stesso Scott non riusciva a capacitarsi di come fosse possibile “descrivere le cose della vita comune, e non scenari meravigliosi e immaginari”.

Questo modo di raccontare un mondo necessita anche dei termini giusti. Tra tutti i romanzi più importanti pubblicati dal 1710 al 1920, quelli di Austen sono quelli che quasi da soli si concentrano su temi da una parte astratti e dall’altra con riferimento costante all’emozione e al tempo. Ed è questo uno dei motivi della sua fortuna.

Austen poi predilige termini femminili, come conferma un altro studio condotto sul suo lessico, con una propensione spiccata (e unica a quel tempo) per l’intensificazione delle emozioni (molto, ancora di più, tanto), strumento perfetto per marcare la sua sottile ironia, un altro dei tratti che contraddistinguevano il suo stile. L’ironia, quella che Nabokov definiva la sua “fossetta speciale”. Un’ironia generata dal confronto diretto di due poli estremi (sogno e realtà) e che più si fa impalpabile più è acuminata.

Anche questa sfumatura inafferrabile con strumenti grossolani è presentata da Austen con grande bravura, usando sapientemente “could” (potere) e “must” (dovere), con i quali giocava e spaziava dalla probabilità, al permesso, all’obbligo.

Ma se volessimo riassumere tutti questi raffinati strumenti in una sola ragione, allora dovremmo dire che quello che rende i romanzi di Jane Austen immortali (e allo stesso modo quello degli altri illustri colleghi) è il modo in cui viene raccontata la natura umana: con un’acutissima intelligenza emotiva al servizio di storie che divertono e insegnano a imitare il suo modo di vedere (e vivere) le emozioni che riguardano la nostra vita.

Immagine via Flickr