Perché ci piacciono così tanto i colpi di scena nei film e nei libri?

Perché ci piacciono così tanto i colpi di scena nei film e nei libri?

Perché ci piacciono così tanto i colpi di scena? Che sia in un film o in un libro, il capovolgimento improvviso della trama ci “apre gli occhi” su tutta la storia. C’è chi ha la pelle d’oca, quando vede il finale di Psycho o de Il sesto senso (la lista dei film con un finale che capovolge completamente la trama è lunga). E chi invece urla il proprio dissenso: “Ma dai, così non vale!”

In entrambi i casi: incredulità e stupore. Il motivo per cui un colpo di scena sortisce questi effetti è dovuto ad alcune imperfezioni nel nostro modo di pensare. I bravi sceneggiatori e scrittori sanno usare alla perfezione il colpo di scena. Con una precisione quasi scientifica, tanto che queste tecniche vengono studiate anche all’università. Come ha fatto Vera Tobin, professoressa di Scienze cognitive alla Case Western University. Che ha scritto Elements of Surprise: Our Mental Limits and the Satisfacions of Plot.

La tecnica dell’ancoraggio

Tra le varie tecniche analizzate da Vera, e che trovi riassunte in questo articolo su The Conversation, c’è l’effetto ancoraggio. Una tecnica usata spesso anche nel marketing. Si tratta della tendenza che abbiamo, quando dobbiamo prendere una decisione, ad affidarci per lo più alla prima informazione che abbiamo ricevuto.

Quando leggiamo il prezzo di listino di un’auto che vogliamo comprare, ciò influenza le nostre aspettative successive ‘ancorandoci’ a quel numero. Lo sconto che offrirà il concessionario ci sembrerà un affare, al di là del reale valore dell’auto.

Daniel Kahneman—premio Nobel “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza”—è colui che ha studiato per primo questo effetto.

In una contrattazione a differenza di quello che si crede, a partire avvantaggiato, proprio per questa tecnica di ancoraggio, è chi compie la prima mossa. Ma cosa c’entra tutto questo con la scrittura?

L’esempio di Edgar Allan Poe

Vera fa un esempio molto chiaro, chiamando in causa Edgar Allan Poe, come riportato da Giuliano Aluffi su Il Venerdì. Riguarda il racconto “I delitti della Rue Morgue“. Illustrato anche da Aubrey Beardsley. Attenzione allo SPOILER. In questo caso l’ancora è anche nel titolo. Se leggiamo i delitti della Rue Morgue ci aspettiamo prima ancora di iniziare il racconto di trovarci un omicida. Il ritrovamento di due cadaveri chiusi in una stanza dall’interno lo lascia presagire. La nostra mente lo dà per scontato. Ma si risveglia alla fine, quando scopriamo che quel duplice omicidio altro non è che un tragico incidente, dovuto a un orango entrato dalla finestra.

Per evitare di essere “ancorati” bisogna prendersi del tempo per ragionare sulla situazione che si sta analizzando, da tanti punti di vista. Farlo durante la lettura di un romanzo o la visione di un film è però impossibile.

Usare una falsa pista può attirare l’attenzione su false attese, rendendo il colpo di scena più sorprendente. Il meglio di un colpo di scena non ha inoltre a che fare con il brivido della sorpresa in sé, quanto nel ripercorrere gli sviluppi precedenti alla luce del colpo di scena stesso. 

Nei libri gialli, dove questo effetto viene usato sistematicamente, le pagine finali diventano le “più importanti”. Le uniche, paradossalmente, che andrebbero lette.

Ma perché ci dà gioia il colpo di scena?

Scoprire di essere stati “fregati” per quale motivo dovrebbe farci piacere? Se da una parte ci sentiamo fregati, dall’altra ci sentiamo diversi, ora più consapevoli, visto che sappiamo come va a finire.

Ci si illude che ci sia stato un miglioramento personale: risolto il mistero è come se ci distanziassimo da quella versione più ingenua di noi che poche pagine prima non riusciva a venirne a capo.

Una volta che di un giallo conosciamo il finale tutto di quella storia magicamente ci torna. E ci illudiamo che gli indizi disseminati fino a quel punto erano chiari, siamo stati noi ingenui a non coglierli. Ed ecco che si incappa in un altro errore cognitivo, chiamato dagli psicologi la “maledizione della conoscenza”.

La maledizione della conoscenza

Quando sappiamo una cosa diventa difficilissimo immedesimarsi in chi non la sa. Ad esempio, in psicologia è noto che se conosci la soluzione di un quiz, tendi a pensare che per gli altri sia più facile da indovinare di quello che è.

Nel momento in cui sappiamo il finale leggiamo correttamente gli indizi disseminati lungo il film. Quando qualcuno ce lo svela, ci irrita perché non riusciamo più a stabilire se quella storia e quell’indovinello siano facili da risolverli. E per questo ci priviamo del gusto del film, dell’indovinare, ma soprattutto del farci stupire. Che è alla base del cinema e dell’arte in generale.

Immagine via wikipedia | Tratta dal film “Il sesto senso”