"Le confessioni d'un italiano": un capolavoro sottovalutato della nostra letteratura

Ippolito Nievo, una grande vita in breve. 1831-1861, tutto qui: trent’anni.

Così lo riassume uno dei più importanti storici d’Italia, Mario Isnenghi. Una vita breve quella di Nievo, ma densa. Oltre a Le confessioni d’un italiano, scritto prima di partire per la spedizione garibaldina, Ippolito ha scritto molto altro. Interpretando perfettamente il ruolo di intellettuale militante e di uomo d’azione. Sebbene breve, dobbiamo pur riassumerla la sua vita, così avventurosa e intensa.

Ippolito Nievo, “una grande vita in breve”

Nato a Padova (anche se si sentirà veneziano d’elezione) da Antonio e Adele, discendente dai nobili della casata Colloredo. L’infanzia la passa tra la città di Mantova e la campagna del Friuli, al castello di famiglia. I tanti possedimenti rurali saranno il luogo ameno della sua fanciullezza. Riflettendosi anche nelle sue pagine letterarie. Come nel Novelliere campagnuolo. Un vero e proprio genere letterario, prima della nascita del romanzo, pensato soprattutto per un pubblico femminile. Sempre in Friuli, dopo la laurea in Legge a Padova, si ritira a scrivere la prima fatica romanzesca Angelo di bontà.

Guidato da un forte spirito patriottico, si arruola presto, già nel 1848, nella Guardia civica di Mantova. Dopo la denuncia per vilipendo della polizia, ripiega a Milano. Nel capoluogo lombardo, preso come da una febbre, scrive tutti i suoi lavori più importanti. Da Le confessioni d’un italiano a Il barone di Nicastro, e poi le tragedie, Spartaco, I capuani e le poesie.

La spedizione dei Mille con Garibaldi

Nel 1859 si arruola nelle fila dei Cacciatori a cavallo guidati da Garibaldi. Nievo sarà uno dei più fedeli seguaci dell’eroe dei due mondi. Così si legge in una lettera scritta a Palermo, indirizzata all’amata cugina Bice (amore impossibile) datata 4 giugno 1860. Una lettera che mostra l’entusiasmo e la fermezza morale di un uomo risorgimentale.

Ora c’è tregua. Quanto? Perché? Il Diavolo lo sa. Sono stanco, mi tarda l’ora di rivedere Milano. Ma spero che ci rivedremo. I due Cairoli, feriti nell’entrata a Palermo migliorano. Ieri una palla di cannone portò via la testa ai due ufficiali che mi aiutavano. La mia è ancora passabilmente buona, malgrado il lungo e multiforme lavoro. I napoletani disertano in discreto numero e temono di assaltarci. La Sicilia desidera la libertà ma non ha nervi per volerla ad ogni costo. I palermitani sono i veneziani di trent’anni fa. In una parola, siamo in mille, anzi 700 ora, contro l’esercito borbonico: che Dio ci aiuti!

Durante il rientro nel continente, sulla costa sorrentina, nella notte del 4 marzo 1861, morirà nel naufragio del vapore “Ercole”, partito dalla Sicilia.

Si chiudeva così, come per un tragico scherno del destino, la tumultuosa parabola di questo scrittore che se avesse avuto modo di […] esprimere compiutamente le sue straordinarie potenzialità letterarie sarebbe indubbiamente divenuto una delle maggiori personalità della letteratura italiana di ogni tempo.

Le confessioni d’un italiano

Questo grande romanzo storico è stato iniziato nel dicembre del 1857, e terminato in otto mesi di lavoro, prima di partire per la spedizione dei Mille. È la sua ultima opera prima di morire. Il manoscritto è inedito quando il suo autore scompare. Sarà la moglie di un amico poeta a trovare un editore. La pubblicazione non fu agevole. Terminata l’epopea risorgimentale la maggior parte degli editori pensava che non ci fosse più spazio per il genere memoriale e del romanzo storico. Pensiamo a “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, un best seller presto dimenticato. Soltanto Le Monnier, quasi dieci anni dopo la sua composizione, nel 1867 lo pubblicherà, ma con un altro titolo. “Memorie di un ottuagenario”. Con l’intento di depoliticizzare il romanzo.

Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista san Luca; e morrò per grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo. Ecco la morte della mia vita. E siccome questa morale non fui io ma i tempi che l’hanno fatta, così mi venne in mente che descrivere ingenuamente quest’azione dei tempi sopra la vita d’un uomo potesse recare qualche utilità a coloro, che da altri tempi son destinati a sentire le conseguenze meno imperfette di quei primi influssi attuati.

Il protagonista, ottuagenario come diceva il titolo, Carlo Altoviti (nel quale si riversano le vicende autobiografiche di Nievo), “il veneziano che diventa italiano”, racconta in prima persona la sua vita, “abbracciando la storia veneta, lombarda, napoletana, ligure, italiana infine, dal 1775 al 1855” e incontrando tanti personaggi e micropersonaggi, uomini, donne, militari e civili. Un romanzo epico e lirico, che Guido Piovene ha elogiato così:

Non ricordo altro caso di scrittore di quell’età che abbia dato un lungo romanzo includendovi tanta esperienza privata e pubblica esattamente valutata, a una tale abbondanza di fatti e di giudizi d’ordine storico, politico, sociale, morale. […] Rimpianto, amore del passato, memoria, occupano tuttavia il loro giusto posto nel grande equilibrio del Nievo e non tendono a trasbordare oltre i loro confini. Il Nievo è uno scrittore ricco, non però mai complicato né doppio, né difficile da interpretare.

Nel romanzo trova spazio un personaggio femminile straordinario, la Pisana, di primo piano nelle vicende narrate. Sanguigna, orgogliosa, frivola e indipendente il suo ruolo anticipa i tempi, pensiamo alla semplicità di un carattere femminile allora dominante, come la Lucia di Manzoni. La Pisana diventa un vero e proprio anti-modello, censurato perché troppo estremo per quegli anni. Tutto questo e non solo è il capolavoro di Nievo, che ha attraversato la storia letteraria italiana in silenzio, con pochi lettori, in attesa ancora oggi di essere riscoperto.

Immagine di copertina | La battaglia di Calatafimi, Legat 1860