Il fotografo dell'800 che ha immortalato la

Il fotografo dell'800 che ha immortalato la "foresta degli artisti" di Fontainebleau

Ti sarà forse capitato di pensare, ammirando le opere di un importante fotografo, che un bravo professionista della fotografia sappia “dipingere con la luce“. Curiosamente, ciò è anche quel che si pensava quasi due secoli fa, quando la fotografia era solo in bianco e nero—nel 1839 venne reso pubblico un portentoso metodo che permetteva appunto di dipingere con la luce: la dagherrotipia, ovvero il primo procedimento fotografico—poiché nessuno aveva ancora escogitato un modo per impressionare i colori.

Nell’Ottocento Parigi era la capitale dell’arte moderna e un teatro di scontri fra artisti di tendenze conservatrici e altri decisamente insofferenti alle convenzioni stilistiche: da Delacroix a Courbet, fino agli impressionisti. Come scrive Ernst Gombrich nel più importante libro divulgativo sulla storia dell’arte, “Parigi attirava da tutto il mondo giovani desiderosi di studiare con i maggiori maestri e, soprattutto, di partecipare alle discussioni che fervevano nei caffè di Montmartre”.

Fontainebleau, la foresta degli artisti

Nell’ambiente artistico la fotografia ebbe fin da subito illustri detrattori—come il poeta Charles Baudelaire—ma molti altri se ne interessarono. Fra questi c’era il giovane sperimentatore Eugène Cuvelier (1837-1900), amico del grande pittore Camille Corot, capofila dei pittori paesaggisti riuniti nella Scuola di Barbizon. Cuvelier, come Corot e molti altri pittori—e come Edouard Manet, il padre della pittura moderna—amava passare il proprio tempo libero nella foresta di Fontainebleau a sud di Parigi: un luogo allora davvero selvaggio. Solo che, mentre tutti gli altri montavano sul cavalletto le loro tele, lui vi montava la macchina fotografica. I risultati sono incredibili.

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I bagliori della foresta

Molte fra le fotografie di Eugène Cuvelier che oggi ci restano (non più di qualche dozzina), infatti, sono straordinari giochi di luce che catturano le mille sfumature della foresta di Fontainebleau e dei luoghi limitrofi, come il paesino di Barbizon.

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L’atmosfera particolare delle foto è dovuta anche al fatto che Cuvelier usava volutamente negativi di carta—metodo già antiquato al suo tempo, nonché più laborioso—che gli permettevano di creare immagini più evanescenti ed eteree.

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Inoltre, Cuvelier riusciva a ottenere forti contrasti grazie all’utilizzo della luce laterale, quando non fotografava direttamente il soggetto controluce.

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Eugène Cuvelier non era un professionista: stampava pochissime copie da regalare agli amici pittori. A loro, d’altronde, si ispirava per inquadrare le sue scene. Nello stesso momento in cui Claude Monet ritraeva un albero della foresta di Fontainebleau molto amato da tutti gli artisti dell’epoca, la ‘Quercia Bodmer‘, Cuvelier la fotografava.

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Se Cuvelier “rubava” i soggetti agli amici, anche loro prendevano qualcosa da lui: gli storici dell’arte moderna, infatti, si sono resi conto che il fotografo insegnò a tutti i pittori più importanti della sua epoca una particolare tecnica a metà fra l’incisione e la fotografia—chiamata cliché-verre—che diverrà popolarissima nell’Ottocento e lo sarà anche presso i modernisti del primo Novecento, fra i quali, ad esempio, Man Ray.

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Le opere superstiti di Eugène Cuvelier sparse per il mondo sono poche, e hanno un grande valore di mercato. L’unica mostra mai dedicata a questo “artista per caso” è stata allestita al Metropolitan di New York pochi anni fa. Sul sito dell’Istituzione è possibile scaricarne gratuitamente il catalogo in PDF. 

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