David Foster Wallace: lo scrittore che ha mostrato l'inutilità dell'ironia

David Foster Wallace: lo scrittore che ha mostrato l'inutilità dell'ironia

La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana.

Nell’ultimo decennio, dopo la sua morte, è stato uno degli scrittori americani più discussi e ammirati. Con biografie. Romanzi incompiuti pubblicati postumi. E interviste inedite in continua uscita. Stiamo parlando di David Foster Wallace: un autore che anche chi non ha mai letto un solo rigo della sua opera ha sentito nominare più volte. E che nelle fascette di copertina viene descritto come “il più grande scrittore della sua generazione“.

Su Wallace esistono molti pregiudizi da parte di coloro che ne conoscono solo marginalmente la produzione. E questi preconcetti riguardano soprattutto lo stile e le tematiche. Da alcuni viene considerato uno scrittore troppo prolisso e complicato. Mentre altri lo ritengono uno autore adatto a lettori modaioli e intellettualoidi. Ma per comprendere davvero i suoi libri bisogna innanzitutto conoscere il suo percorso artistico.

Per fare questo, però, si deve anche riconfezionare il mito della sua malattia mentale. Suicidatosi a causa della depressione, il Wallace scrittore ha pagato oltremodo l’influenza mediatica dell’uomo affetto da disturbo mentale. Nel tempo è diventato “il genio dolente”, “la voce straziata di una generazione”: lo scrittore con un’aura quasi da martire.

La funzione del linguaggio

Nato nel 1962 da una coppia di accademici—il padre era un docente di filosofia etica, e la madre un’insegnante di grammatica—Wallace cresce in un contesto in cui l’istruzione universitaria ha un ruolo fondante. Terminate le superiori, infatti, si iscrive all’Amherst college: lo stesso prestigioso istituto in cui aveva studiato il padre. Il futuro scrittore, infatti, è intenzionato a laurearsi in logica modale, una branca della filosofia legata alla semantica.

Il linguaggio per Wallace ha sempre avuto un significato enorme. Ossessionato da Wittgenstein e Derrida, la prima parte della sua formazione universitaria è stata tutta consacrata a comprendere come le logiche del linguaggio e della semantica agiscono sulla nostra percezione del mondo reale. Le parole rivestono un ruolo fondamentale, insomma.

Studente oltremodo dotato, durante gli anni del college il suo percorso si arresta più di una volta a causa dell’insorgere delle prime manifestazioni di disturbo mentale. Wallace soffre di attacchi depressivi acuti—che lo portano addirittura a ideazioni autolesioniste—e quindi deve prendersi lunghi periodi di pausa dagli studi. Durante una di queste parentesi, Wallace (che è sempre stato un avido lettore), comincia a scrivere. Questa nuova passione lo porta a progettare una tesi doppia per la laurea: una in filosofia analitica, e una in scrittura creativa. Laureandosi summa cum laude.

Il postmodernismo

In realtà la tesi in scrittura creativa realizzata da Wallace ad Amherst è il suo primo romanzo. La scopa del sistema. Un’opera giovanile che coniuga due delle grandi passioni di Wallace: la filosofia analitica—la protagonista è nipote di un’allieva di Wittgenstein—e la letteratura postmoderna. Grazie a un compagno di università, infatti, durante gli anni del college Wallace aveva letto i romanzi degli autori postmoderni. Pynchon, Barth, Coover e molti altri. E ne era rimasto folgorato.

I postmodernisti negli anni Sessanta si erano posti un fondamentale problema. Legato in modo diretto alla rivoluzione culturale giovanile di quegli anni. Destrutturare i canoni fittizi e ipocriti della letteratura attraverso l’ironia. Le opere letterarie classiche, infatti, nascondevano un tranello insidioso. Rappresentare il mondo come qualcosa di organico, e funzionale, legato in modo esplicativo agli aspetti sensibili della vita. La natura come trasposizione dell’animo umano, i sensi come connettori affidabili, l’esperienza collettiva e storica come legame unificante.

Questi scrittori, attraverso mezzi tecnici come la metafiction e il pastiche, e l’utilizzo dell’ironia, smascheravano l’artificiosità di questa narrazione totalizzante. Il lettore doveva essere cosciente che un’opera narrativa, per quanto buona, rimaneva comunque un artificio. E mediante quest’operazione—in un’epoca in cui i media televisivi cominciavano a permeare la vita comune—avevano rivoluzionato l’approccio alla narrativa.

La ragazza dai capelli strani

I primi due libri dell’autore sono intrisi di queste teorie. Iscrivendosi a un Mfa in scrittura creativa all’università di Tucson, Wallace si rende conto di avere un talento straordinario per la prosa. Anche i suoi critici più inaciditi non negano che la maestria dello scrittore americano nel mutare a piacimento il registro, il tono, e il ritmo della scrittura fosse mostruoso. Wallace può imitare lo stile di chiunque. Un talento estremamente utile per uno scrittore postmoderno.

E il suo secondo libro—La ragazza dai capelli strani—è tutto giocato sull’imitazione e lo smascheramento. Racconti come Piccoli animali senza espressione, La ragazza dai capelli strani, e John Billy decostruiscono lo stile di famosi scrittori. Come Bret Easton Ellis e William Gass.

A 26 anni Wallace è già considerato un astro nascente della letteratura americana. Ma è uno scrittore spocchioso, ossessionato dalla formalità e dalle teorie letterarie, che sta per intraprendere una conversione artistica netta. Fra i racconti presenti nella sua seconda opera, infatti, ce n’è uno in particolare che allontanerà Wallace dal postmodernismo. Verso occidente l’impero dirige il suo corso. È un racconto di metafiction che destruttura la metafiction stessa.

L’ironia: mezzo di liberazione e di schiavitù

Si basa infatti su un racconto di metafiction scritto da John Barth—Perso nella casa stregata—uno dei padri nobili del postmodernismo. Wallace, scrivendolo, intendeva svelare ai lettori che anche la costruzione postmoderna in realtà è un inganno. Compie un parricidio nei confronti di quegli stessi stilemi che lo avevano spinto a scrivere. L’ironia è stata un’arma inestimabile per abbattere lo status quo, ma la verità è che non porta da nessuna parte. E soprattutto permea la società consumistica contemporanea.

L’ironia e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all’ipocrisia degli anni Cinquanta e Sessanta. Il sarcasmo e l’ironia sono ottimi modi per strappare le maschere e mostrare la realtà sgradevole che c’è sotto. Il problema è che, una volta che le regole dell’arte sono state smantellate, e le sgradevoli realtà diagnosticate, a quel punto che facciamo? L’ironia si è trasformata da un mezzo di liberazione in mezzo di schiavitù.

Arrivato alla soglia dei 30 anni, Wallace era incappato in un crisi esistenziale e contemporaneamente artistica. Il suo credo letterario si esauriva in una mera espressione formale priva di significato, e il riaffacciarsi della depressione lo aveva portato a una forte dipendenza dall’alcol e dalle droghe.

All’inizio degli anni Novanta Wallace si domandava quale fosse il reale scopo della letteratura. Se i canoni classici nascondevano delle falsità, e il postmodernismo non offriva altro che cinismo, quale poteva essere la risposta? Si ritrovò a domandarselo in un’epoca in cui l’utilizzo di sostanze stupefacenti era in ascesa. In cui il consumismo dell’America post Guerra Fredda sembrava inarrestabile. E in cui la televisione e l’intrattenimento commerciale dominavano l’immaginario comune.

Il realismo isterico

Il grosso problema dell’ironia e del cinismo, oltre a non trovare un significato reale della vita, è che non si può tornare indietro. Non si può far finta che le ipocrisie che ha svelato riacquistino significato, come se non le avessimo viste. Per questo Wallace sapeva che la letteratura realista non poteva essere la risposta.

Erano poi i suoi studi sul linguaggio stessi a frenarlo. Gli amanti del minimalismo e della letteratura realista peccavano di omissione: considerare la trasposizione della realtà possibile mediante un uso parsimonioso e diretto del linguaggio, è di per sé un artificio. È semplicemente un’altra forma stilistica, e basta.

Quello che interessava a Wallace, invece, era trasferire al lettore la complessità dell’esperienza cerebrale umana. Il cervello—unico collegamento dell’uomo col mondo— non segue un iter consequenziale e armonioso nel pensiero. Procede per scarti, associazioni e immagini ricorsive. Se dal punto di vista sostanziale Wallace stava cercando un modo per rendere la scrittura significativa, da quello formale cercava anche un modo per non ingannare il lettore. Per rispettare la sua intelligenza. E diede vita a uno “stile”—anche se sarebbe più opportuno definirlo tendenza stilistica—seguito da molti altri scrittori del tempo. Chiamato in seguito “realismo isterico“.

Infinite Jest

Il risultato di questo periodo di transizione è il capolavoro della produzione di Wallace. Infinite Jest. Un romanzo enorme, strutturato come un frattale, in cui le sezioni delle linee narrative si ripetono quasi all’infinito e non hanno una conclusione univoca e definitiva. È un libro che va oltre anche il concetto di anti-climax, sconfinando nell’a-climax.

Il centro della narrazione è un fantomatico film intitolato Infinite Jest, talmente potente da assuefare chiunque, fino alla morte. È il simbolo della dipendenza che danno le immagini pervasive, e del bisogno di ognuno di noi di essere intrattenuto per rimandare il confronto con la realtà. Pubblicato nel 1996, è allarmante quanto anticipi il mondo contemporaneo: fatto di video su Facebook e story su Instagram che tutti ci portiamo dietro costantemente.

Infinite Jest racconta tutto questo in modo complesso. Con uno stile pienamente consapevole del fatto che i lettori sono passati attraverso un processo di mutamento culturale mediato dalla tv. I sentimenti, le passioni, e i drammi della vita contemporanea non possono essere narrati come in passato. Ne risulterebbe un’operazione banale, non in grado di trasmettere niente, se non noia.

Ma al tempo stesso traccia una linea, via via che il romanzo prosegue, fra ciò che c’è di adulto e consapevole nell’esperienza umana, e ciò che c’è di adolescente e di pauroso. Mostra che l’intelligenza e la consapevolezza sono spesso strumenti per nascondersi.

Gli uomini che pensano di odiare ciò di cui in realtà hanno paura di avere bisogno non sono molto interessanti.

L’impossibilità di vincere la noia

Questa missione narrativa—riuscire a rendere vividi e vitali nella contemporaneità problemi e valori che appaiano ormai vetusti e banali—fu la vera sfida di Wallace durante la maturità da scrittore. Tentò di farlo innanzitutto con un romanzo che non riuscì a terminare, Il re pallido. Che ruotava interamente attorno al concetto redentore di noia. Ma non ci riuscì a causa della sua storia personale, che lo portò a suicidarsi nel 2008.

Nella sua ultima raccolta di racconti, Oblio, c’è però un brano che testimonia bene la strada che voleva perseguire con la scrittura. E che mostra quanto i pregiudizi su quanto fosse uno scrittore formale e lezioso fanno riferimento solo a certi aspetti della sua opera. Senza valutarne l’insieme.

“Caro vecchio neon”

Il racconto si intitola Caro vecchio neon, e tramite il punto di vista dell’autore stesso tenta di ricostruire il suicidio di un vecchio compagno di scuola. Un compagno di scuola che a Wallace, ai tempi del liceo, appariva “avvolto da un’aura al neon” di superiorità e felicità priva di pensieri o interessi. Con questo racconto lo scrittore mostra come la compassione, la vicinanza spirituale e la comprensione non siano stereotipi da sbeffeggiare. Che non tutto quello che sembra banale è privo di significato: e che ci vuole coraggio per ammetterlo.

David Foster Wallace che cercava, anche solo per l’istante che ha le palpebre abbassate, di riconciliare quello che quel tipo radiante era apparso dall’esterno con la cosa che all’interno lo aveva indotto a suicidarsi. […] Con David Wallace peraltro pienamente cosciente che il cliché secondo il quale non si può mai sapere veramente cosa avviene dentro qualcuno è vecchio, e insulso. Ma allo stesso tempo cercava molto coscientemente di impedire a quella consapevolezza di sbeffeggiare il tentativo o spingere quella linea di pensiero in una spirale ripiegata su se stessa che non ti permette di arrivare a niente. La parte più reale, più tollerante e sentimentale di lui a imporre all’altra di tacere. Come se la guardasse occhi negli occhi dicendo, quasi a voce alta, “Non una parola di più”.

Per i lettori che vogliono avvicinarsi a Wallace senza iniziare da Infinite Jest consigliamo di iniziare dalle raccolte di saggi come Considera l’Aragosta e Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più). Che contengono non solo reportage, ma anche scritti sulla letteratura e sul cinema.

Immagini: Copertina