David Lynch: il regista più surreale e straniante di Hollywood

David Lynch: il regista più surreale e straniante di Hollywood

In questi giorni si è parlato molto dell’uscita dei nuovi episodi della terza stagione di Twin Peaks, la serie cult ideata da David Lynch che ebbe un successo enorme negli anni Novanta. Per questa occasione, quindi, abbiamo pensato di ripercorrere la carriera del regista statunitense, uno dei pochi che è riuscito a raggiungere il grande pubblico pur restando fedele al proprio stile.

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Attraverso i suoi film, infatti, Lynch è riuscito a proporre su vasta scala uno stile debitore del surrealismo dai tratti estremamente distintivi. E non solo: durante la sua carriera ha dato dimostrazione di grande coraggio, rischiando di venir accantonato dalle grandi produzioni pur di continuare a seguire la propria arte.

Nato a Missoula, nel Montana, il 20 gennaio 1946, fin dall’infanzia ha sempre dimostrato una grande propensione per l’arte. Durante il liceo si iscrisse a diversi corsi per affinare le tecniche di pittura—continuerà a coltivare questa passione anche una volta iniziata la carriera cinematografica.

Nel 1966, Lynch si trasferì a Filadelfia, dove frequentò la Pennsylvania Academy of Fine Arts e cominciò a unire la sua passione per la pittura a una nuova forma d’arte, il cinema. Creò dei piccoli cortometraggi, più simili a installazioni da museo che a veri e propri film, e cominciò a prendere confidenza con le tecniche di ripresa. Col tempo cominciò a dedicarsi interamente al cinema, e vinse diversi premi accademici che gli consentirono di produrre progetti sempre più ambiziosi.

Nel 1971, Lynch si trasferì a Los Angeles, per frequentare l‘American Film Institute, e grazie a una sovvenzione riuscì finalmente a girare il suo primo lungometraggio: Eraserhead. Il budget però finì presto, e la lavorazione del film richiese diversi anni per essere portata a termine. Una volta ultimata, però, divenne un vero e proprio cult negli ambienti accademici e nelle avanguardie cinematografiche.

Sostanzialmente è un horror con un’ambientazione urbana: ma fin da questo primo lavoro, il regista mostrò una sensibilità estrema nel saper donare alla storia dei particolari evocativi. L’ansia, il senso di straniamento, e la distorsione della realtà mostrati in Eraserhead diverranno delle cifre stilistiche che Lynch porterà avanti per tutta la carriera.

Il successo ottenuto attirò l’attenzione sul talento di David Lynch, in particolare quella di Mel Brooks, che nel nel 1980 decise di affidargli la regia di Elephant Man. Il film, che racconta la storia di un uomo affetto da gravi deformità, vissuto in epoca vittoriana, diede ancora più spinta alla figura di Lynch, facendolo approdare nel mondo del grande cinema. La pellicola ottenne otto nomination ai premi Oscar, incluse quelle per la miglior regia e la miglior sceneggiatura.

A questo punto la carriera del regista sembrava destinata a grandi onori, ma al contrario subì una sterzata piuttosto netta. Il grande produttore Dino De Laurentiis nel 1984 gli affidò la trasposizione cinematografica di Dune, un romanzo fantascientifico estremamente complicato che aveva ottenuto molto successo. Era la prima volta che Lynch si confrontava con la produzione di un colossal: aveva un budget enorme, una troupe sconfinata e preparatissima, e una produzione solida alle spalle, che gli garantiva una distribuzione a livello mondiale. Eppure il film fu un flop clamoroso.

Accettando l’incarico, Lynch non aveva soltanto acconsentito ad adoperare mezzi di produzione estremamente ricchi, ma anche a rispettare certi vincoli commerciali: il film doveva essere pensato per raccogliere i frutti economici del botteghino. Lo stile del regista, però, non era esattamente adatto a questo tipo di logiche: Lynch girò il film a modo suo, ma quando la produzione analizzò il girato, lo trovò troppo complesso per far colpo sul grande pubblico. A questo punto De Laurentiis—entrando in forte contrasto con il regista—incaricò la produzione di effettuare dei pesanti tagli, aggiustando la pellicola in fase di montaggio, per renderla meno involuta. Il film fu comunque un fallimento dal punto di vista commerciale.

I contrasti fra De Laurentiis e Lynch dopo questa vicenda erano piuttosto profondi, ma i due avevano siglato un contratto che prevedeva la realizzazione di altri film. Dopo aspre contese, e reciproche accuse, i due giunsero a un accordo: De Laurentiis avrebbe finanziato nuovamente Lynch, ma se quest’ultimo voleva totale libertà di movimento, il budget concesso sarebbe stato minimo. Contrariamente a quanto pensato da De Laurentiis, Lynch accettò con entusiasmo.

Il regista sapeva bene come muoversi avendo a disposizione pochi mezzi, visto che veniva dall’avanguardia: la sua scelta dimostrò un coraggio e una coerenza difficilmente riscontrabile a Hollywood, dove da sempre era il mercato a fare le regole. Si mise al lavoro su una nuova sceneggiatura, e presto cominciò le riprese di quello che successivamente divenne uno dei suoi film più apprezzati, Velluto Blu.

Il film sovvertiva alcune delle regole classiche delle storie di formazione. La narrazione era incentrata sulla figura di un giovane ragazzo di una piccola città americana, messo a contatto con una sordida storia di crimine e violenza: ma là dove solitamente il più classico dei protagonisti sarebbe servito solamente a incarnare la figura dell’eroe puro che scopre la malvagità del mondo, Lynch decide di andare più a fondo. Attraverso la sua esperienza, il protagonista di Velluto Blu si confronta soprattutto con quanto c’è di malvagio e sbagliato dentro di lui.

Velluto Blu è un classico del cinema surrealista contemporaneo: sovverte le regole della narrazione minimalista attraverso una serie di dettagli iconici e stranianti. Ma questa tendenza stilistica non è un vezzo avanguardista fine a se stesso: come evidenziato dallo scrittore David Foster Wallace in un saggio molto famoso su David Lynch, “la sensazione che dà il surrealismo e la logica onirica del film è quella di verità. Il surreale in questo caso non è un modo di ribellarsi alla realtà o di trascenderla, ma di renderle omaggio.”

Questa prerogativa è valsa a Lynch un riconoscimento universalmente condiviso: il suo stile è così riconoscibile che quando vediamo certi dettagli surreali in alcune pellicole viene naturale definirli “lynchani“.

Velluto Blu valse a Lynch la seconda nomination all’Oscar per la miglior regia, e rilanciò la sua carriera nel momento più critico. Oltre a questo, però, il film aveva dimostrato come fosse possibile ottenere un grande successo pur continuando un percorso personale. Seguendo questo filone, Lynch diede vita ad altri grandi successi negli anni successivi, fra cui appunto quello di Twin Peaks.

A cui seguirono negli anni capolavori come Cuore Selvaggio, Strade PerduteMulholland Drive e il suo ultimo film, Inland Empire. Questo, secondo quanto dichiarato dallo stesso regista, sarebbe il suo ultimo lavoro per il cinema. Adesso tutto il mondo è curioso di scoprire non solo come proseguirà la storia di Laura Palmer in Twin Peaks, ma anche quella dello stesso Lynch.

Immagini: Copertina