"Fantozziano": come trasformiamo i nomi propri in nomi comuni

Dentro a una semplice parola può “nascondersi” una storia molto lunga, d’ingegno o addirittura perduta. Per esempio, sappiamo che diversi termini sono stati coniati per caso e per la prima volta da qualcuno: si tratta dei neologismi—e Gabriele d’Annunzio era davvero un genio a crearne di nuovi.

Oppure, esistono particolari vocaboli che in italiano indicano una cosa e il suo esatto opposto, grazie al fenomeno linguistico della enantiosemia—ti dice niente per esempio il confronto tra le locuzioni “tirare un sasso” e “tirare una corda”?—, o ancora ci sono parole che col tempo abbiamo smesso di usare ma che dovremmo iniziare a utilizzare di nuovo—di solito le indichiamo con la dicitura termini desueti.

A questi temi che abbiamo affrontato già precedentemente, aggiungiamo anche un altro fenomeno linguistico altrettanto interessante: i nomi deonomastici o deonimici. Come spiegato dal sito della Garzanti, in maniera davvero semplice, “si dice [deonomastico] di una parola derivata da un nome proprio”.

Di conseguenza, la deonomastica è “lo studio dei nomi comuni, delle espressioni o delle formazioni univerbate che originano dai nomi propri, anche attraverso meccanismi di derivazione”. Per una definizione invece più poetica, ci affidiamo allo scrittore Primo Levi, il quale paragonava la deonomastica all’andar per minuscole, allo stesso modo come si va per funghi.

Ora: esistono due procedimenti per formare nomi deonomastici. Il primo procedimento è morfologico, ovvero che attinge dall’affisione o dalla composizione di eponimi. In tal senso, l’autorevole Treccani fa un esempio a partire dal nome dell’ex-sindaco di Roma Veltroni e le varie declinazioni che ne hanno fatto i vari giornali. Suffissato, infatti, il nome di Veltroni è stato declinato negli anni, nei modi più disparati: veltroniano, veltronico, veltronismo, veltronianamente, veltronizzazione.

libro 2

Il secondo procedimento, il procedimento semantico, è però quello più curioso. Sempre per citare la Treccani, “ha a che fare con la reinterpretazione (per antonomasia, metonimia o altro spostamento di significato) di un nome proprio come nome comune”. A occuparsi per primo di questi casi fu Bruno Migliorini (1927), grazie al quale è poi nato un vero e proprio filone di ricerca. Ma vediamo alcuni esempi.

Sempre per attingere dalla letteratura, Perpetua—noto personaggio de I Promessi Sposi che si occupava delle faccende per conto di Don Abbondio—è un nome che oggi è stato traslato per indicare le domestiche dei sacerdoti. Poi ci sono anche intere locuzioni deonomastiche, come “fuoco di sant’Antonio” che sta a indicare l’antico nome dell’herpes zoster, o “il tallone d’Achille“, “il filo di Arianna“.

Il caso più comune del procedimento semantico, però, è “lo slittamento basato sul nome dello scopritore o dell’inventore di un certo denotato”, come la parola zampirone, conetto che allontana le zanzare, che deriva dall’inventore Giovanni Battista Zampironi, o la parola pullman dall’imprenditore americano George Mortimer Pullman.

Un simpatico esercizio: In questo frammento, opera di Enzo Caffarelli, e pubblicato su Treccani, sono raccolte 50 parole deonimiche. Buona caccia.

“Un martedì di luglio il faro della galleria illuminava la silhouette di fagiano di un dongiovanni con tanta cipria e rimmel o mascara da sembrare il sosia della giunonica e gioviale sgualdrina in bikini e pantaloncini bermuda la cui berlina, senza benzina, caricava una damigiana di chinotto sbolognato per cognac e poi dalie, begonie, zinnie, ortensie, camelie e gardenia. Nel vicino pullman impantanato, un cicerone gradasso e beota, in jeans turchesi, cravatta fucsia e montgomery bordò, ripeteva che un fantomatico camorrista aveva sfregiato con un grimaldello, per pochi dollari, un fantozziano bohémien che burchielleggiava alla carlona come un canarino”.

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