"Dio è morto": qual è il significato dell'aforisma più famoso di Nietzsche

Nei campi di sterminio, dio è morto. Coi miti della razza, dio è morto. Con gli odi di partito, dio è morto.

Così cantavano i Nomadi nel 1967, un testo scritto da Francesco Guccini. Il titolo, così come il refrain che si ripete alla fine di ogni strofa, è un chiaro riferimento a Friedrich Nietzsche. Al suo aforisma più famoso.

Nonostante l’illustre citazione del grande filosofo tedesco di fine Ottocento—morto a Weimar il 25 agosto del 1900—la canzone di Guccini venne censurata dalla RAI. Curioso che i dirigenti dell’azienda la ritenessero blasfema, mentre Radio Vaticana no. Dove venne più volte trasmessa.

Dio è morto nei campi di concentramento

L’anno prima della pubblicazione della canzone, 1966, una copertina del TIME era dedicata a un movimento teologico americano conosciuto proprio come “Morte di Dio”. Tra i suoi esponenti c’era (e c’è tuttora) anche il rabbino Richard Rubenstein. Noto soprattuto per i suoi contributi sull’Olocausto. Per Rubenstein Dio è morto ad Auschwitz. Ma non è stato ucciso nei campi di concentramento.  l’umanità ha compreso che l’assassinio era stato compiuto. Si è svegliata.

Oggi l’espressione “morte di Dio” è usata spesso come sinonimo di un generico abbandono dei valori, di un trionfo del caos. Legata alle barbarie dello scorso secolo. Ma che cosa intendeva Nietzsche quando la teorizzò alla fine dell’Ottocento?

Una società essenzialmente nichilista

Secondo Nietzsche la civiltà occidentale è nichilista nella sua essenza. Rinnega la vita, la sua stessa esistenza. L’uomo occidentale assomiglia più a “un cammello” che si carica di tutti i pesi. Il più pesante è quello del peccato originale. La sua vita, a causa di questo, è dolore e morte.

Con l’avvento della modernità, grazie alla scienza e alla tecnologia, è scomparso l’ordine divino che aveva sorretto la società per millenni. Dio, principio supremo a cui tutti i valori dell’Europa erano assoggettati, si rivela all’uomo come “la più lunga menzogna”.

Liberarsi di Dio però porta a nuove forme di schiavitù. Come quelle dell’industria, del capitalismo. In questo contesto nascono le strepitose pagine di Céline in Viaggio al termine della notte.

“Gott ist tot”, Dio è morto

Pensare che il mondo sia qualcosa di ordinato armoniosamente è un errore. Non c’è un ordine supremo. Dio è morto. L’uomo può constatare il trionfo del caos, lo smarrimento e il dolore.

L’uomo ha perso la sua fede nell’al di là. Ma nell’al di qua, non c’è valore. La vita si abbassa a un feroce utilitarismo. Egoismo, individualismo, cinismo sono sempre più diffusi.

Con la morte di Dio inizia la morte dell’uomo. Il suo tramonto. Nietzsche lo teorizza in alcune bellissime e terribili pagine della Gaia scienza, del 1882. L’annuncio viene affidato al grido di un “folle”. La follia però, spiega il filosofo Carlo Sini, “era la caratteristica, nella filosofia di Nietzsche, degli iniziati alla conoscenza dionisiaca”.

Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio?” — gridò —  “Ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte?”

Il riferimento viene anche ripreso nel successivo Così parlò Zarathustra. Oggi l’aforisma è conosciuto da molti proprio attraverso queste righe:

“Morti sono tutti gli dei: ora vogliamo che l’oltreuomo viva” — questa sia un giorno, nel grande meriggio, la nostra ultima volontà!

Essere a conoscenza della morte di Dio vuol dire essere a conoscenza della catastrofe di un intero sistema di valori. La perdita di una base sicura della morale. Così si dispiega il nichilismo. L’uomo ama l’insensatezza del mondo. Ma qui avviene un passaggio molto importante nella filosofia di Nietzsche. Il nichilismo diventa una base per indagare i valori umani, andare più a fondo dei valori cristiani.

Il filosofo Emanuele Severino spiega l’ultima fase filosofica di Nietzsche. 

L’unica reazione possibile alla “morte di Dio”

L’unica reazione alla morte di Dio è quella di concentrarsi sull’al di qua e non più sul regno soprannaturale. Trasformarsi quindi da uomo-cammello in leone. Diventare un foglio bianco, qualcosa di nuovo. Negare tutti i valori del passato, tutti i miti antichi e moderni. E recuperare l’innocenza del fanciullo. Ecco la pars construens del suo pensiero.

La vita è un attimo, senza altro scopo al di là di se stessa. Bisogna allora ricreare la propria vita da capo. È il momento dello Übermensch. Spesso tradotto, in maniera superficiale, come “Superuomo”. Quando sarebbe più corretto parlare di “Oltreuomo“. L’ultimo progetto filosofico di Nietzsche. Una “rivalutazione di tutti i valori” che ci fa, come dice Claudio Sini:

accettare la vita come divenire incessante, senza altra meta o scopo al di là dì se stessa, accettare il “gioco cosmico” del tempo, che non concede il bene senza il male, la salute senza la malattia, l’ascesa senza la decadenza, la verità senza la finzione.

Per approfondire: come studio introduttivo a Nietzsche ti consigliamo il lavoro di Mazzino Montinari Che cosa ha detto Nietzsche e Dialogo con Nietzsche. Saggi 1961-2000 di Gianni VattimoPer quanto riguarda un’introduzione al nichilismo, ottimo il lavoro di Federico Vercellone, intitolato proprio Introduzione a “Il nichilismo”.

Immagine di copertina di Mark Barry