La disfatta di Caporetto, un momento indimenticabile della Prima guerra mondiale

La disfatta di Caporetto, un momento indimenticabile della Prima guerra mondiale

Sul vocabolario Treccani, alla voce Caporetto“,  si legge:

Piccolo centro della Slovenia nord-occidentale nella Valle dell’Isonzo, che nella Prima guerra mondiale (ottobre 1917) fu teatro di una battaglia disastrosa per le truppe italiane, costrette a ritirarsi attestandosi poi sul Piave. Da qui l’uso figurato, per indicare genericamente un grave scacco, una pesante sconfitta, una disfatta, una capitolazione.

Tra i modi di dire italiani questo è uno dei più diffusi. Usato specialmente nel linguaggio giornalistico. Quante volte quel tragico evento “è stato o poteva essere una Caporetto”…

Ma come può una battaglia, come ce ne sono state tante nella storia militare italiana, diventare così emblematica? Cosa successe nella Valle dell’Isonzo quell’ottobre di 101 anni fa?

Autunno 1917, la dura vita in trincea

Prima della battaglia di Caporetto, la situazione al confine nord-orientale vede l’Italia scontrarsi contro un esercito Austro-Ungarico ridotto di numero. L’Italia era in guerra da due anni, soprattutto per riconquistare le “sue terre” contese al governo dell’Austria. Tra i luoghi degli scontri c’è l’altopiano del Carso, al confine tra la Slovenia e il Friuli. La situazione è bloccata da mesi. L’esercito italiano è sfinito, costretto alla terribile vita della trincea di montagna. Lo guida il generale Cadorna, i cui tentativi di attacco per costringere l’Austria alla resa falliscono sistematicamente. Il morale dei soldati è basso, sperano in un ripiegamento dell’Austria che tarda ad arrivare.

In quell’autunno del 1917 gli  austriaci sanno di non poter reggere un altro anno di guerra, ma non si arrendono. Chiedono l’aiuto dell’esercito tedesco. In Germania sono convinti che per dare una svolta alla guerra si debba colpire l’Italia su quel fronte.

I due eserciti organizzano un contrattacco prima dell’arrivo dell’inverno. Si decide per la zona di Caporetto, “Kobarid” come la chiamano da quelle parti. Bisogna rimandare indietro l’esercito italiano fino alla linea del Tagliamento. L’obiettivo sembra impossibile anche agli ufficiali austriaci.

La mano dei tedeschi però si rivela cruciale. Quei soldati sono preparati come nessun altro alla guerra in trincea. Tra questi c’è il battaglione di montagna guidato dal terribile e geniale Rommel. La sua tattica è devastante: è in grado di aggirare le trincee nemiche per attaccare le retrovie. Una tattica usata con buoni risultati anche in Russia.

Colonna di rifornimenti tedesca a Santa Lucia d'Isonzo. Via

Colonna di rifornimenti tedesca a Santa Lucia d’Isonzo. Via

Gli errori di valutazione degli alti comandi dell’esercito italiano

Gli italiani vedono l’arrivo dei rinforzi tedeschi, ma non si preoccupano. Il generale Cadorna è convinto che sia “un bluff”. Il generale non è molto amato dalle sue truppe a quel punto della guerra. La sua dottrina è obsoleta. Non può neanche contare sull’aiuto degli alleati inglesi e francesi, che gli dimostrano ostilità. L’alto comando generale italiano non crede che il nemico attaccherà con l’inverno alle porte. Il generale Capello, al comando della seconda armata, dice che “non bisogna sopravvalutare i tedeschi, non valgono più degli austriaci e quindi valgono meno di noi.”

Questi generali, le cui affermazioni oggi ci sembrano “incredibili”, non erano pronti a una guerra moderna come è stata quella del ’15-’18. L’avanzata tecnologia li ha scoperti completamente impreparati, militari che venivano da una preparazione “antica”, “ottocentesca” come è stato scritto su Il Post. A Caporetto i tedeschi schierano 70mila uomini, gli austriaci 50mila. Gli italiani sono 50mila.

Tubi lancia-gas tedeschi. Queste armi verranno utilizzate per sfondare le linee italiane tra Plezzo e l'Isonzo. Via

Tubi lancia-gas tedeschi. Queste armi verranno utilizzate per sfondare le linee italiane tra Plezzo e l’Isonzo. Via

Lo scoppio della battaglia di Caporetto

Il 24 ottobre 1917, alle due del mattino duemila cannoni fanno fuoco contro le linee italiane. Così si legge sul diario di un soldato presente sul campo:

Il tempo è nebbioso e cade un’acquarella fina ma che non disturba. Alle ore 2 del mattino il nemico apre un fuoco infernale contro le nostre posizioni e retrovie. Il fuoco è per lo più gas asfissiante di potenza terribile, quadrupedi ed uomini muoiono asfissiati mentre agli altri resta difficile la respirazione. Questo è il principio della grande offensiva nemica.

Il comando supremo continua a sottovalutare il nemico, gli italiani si aspettano un assalto frontale, invece vengono aggirati. Per primo viene lanciato il gas tossico. Gli italiani evacuano in fretta le trincee. Poi arriva l’artiglieria che costringe i soldati italiani a ripiegare e nascondersi nei rifugi sotterranei. Per ultimi arrivarono i reparti di fanteria d’assalto.

Alcuni di questi, come detto, sono guidati da Rommel. Armati di mitragliatrici leggere e facilmente trasportabili sfondano le trincee italiane, fino al caposaldo di Colovrat. L’esercito italiano non vede gli spostamenti del nemico, sembra invisibile. Attacca all’improvviso, sparisce e riattacca. Gli uomini di Rommel si impadroniscono di camion di rifornimenti, artiglierie indifese.

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Truppe tedesche catturano numerosi soldati italiani in una trincea durante le fasi iniziali della battaglia. Via

Gli italiani sono esausti. Una lunga colonna di bersaglieri, convinta di essere lontana dal fronte, viene colta di sorpresa dall’esercito tedesco e costretta alla resa. Cadorna ordina la ritirata la mattina del 27 ottobre, con ritardo. Dura fino al 19 novembre.

Il blitz tedesco arriva fino al Matajur, sulla seconda linea italiana. Rommel guida un gruppo di soli 150 uomini. In cima ci sono più di 1500 italiani, che in maniera sorprendente si arrendono. Rommel si fa avanti da solo con un fazzoletto bianco. In tutto il fronte si segnalano numerosi episodi di disordine e panico. Tanti i soldati italiani che si arrendono e si consegnano agli austriaci. Molti continuano a combattere, ma altrettanti voltano le spalle a Cadorna, alla patria, al re, abbandonando le trincee. I morti sono più di 10mila, i feriti 30mila, i prigionieri 265mila.

Mappa dell’avanzata austro-ungarico-tedesca in seguito alla ritira italiana. Via

Mappa dell’avanzata austro-ungarico-tedesca in seguito alla ritirata italiana. Via

Dopo Caporetto

Dopo la disfatta sulla Valle dell’Isonzo tutta l’Italia è presa dal panico. Gli austriaci si sono fatti avanti pericolosamente e puntano Venezia, la Lombardia. Cadorna viene interrogato sulle responsabilità della disfatta ma non ammetterà mai i propri errori. Nella conferenza del 6 novembre a Rapallo, gli alleati chiedono di destituirlo. Viene sostituito da Armando Diaz.

A lui spetterà il compito di ridare fiducia all’esercito, riuscendoci. Generale stimato dai soldati, riesce nel difficilissimo compito di rincuorare l’animo dei suoi uomini, pianificando la “rivincita” sugli austriaci. A novembre l’esercito, grazie all’appoggio incondizionato della popolazione, al governo Orlando e alle parole ispirate di D’Annunzio declamate davanti ai soldati, riesce ad assestarsi sul Piave, diventando un muro incrollabile per gli attacchi austriaci. Un anno dopo saranno gli italiani a costringere gli austriaci al ripiegamento.

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