Don DeLillo, guida alla lettura

Don DeLillo, guida alla lettura

Come ormai da qualche giorno tutti sanno, il Premio Nobel per la Letteratura quest’anno è stato conferito a Bob Dylan, e l’assegnazione è stata fonte di diverse polemiche dovute al fatto che Dylan in realtà non è propriamente uno scrittore.

Fra i papabili autori che erano il lizza per riceverlo c’era anche Don DeLillo, un celebre scrittore americano che proprio in questi giorni esce nelle librerie italiane con il suo ultimo lavoro, Zero K.

Il lavoro di DeLillo è stato di fondamentale ispirazione per tutta una serie di scrittori americani che durante gli ultimi decenni si sono sforzati di contribuire a ricostruire il romanzo americano, e insieme a Thomas Pynchon ha saputo dare un’impronta decisiva allo stile utilizzato da molti romanzieri statunitensi che durante gli anni Ottanta e Novanta prediligevano l’approccio postmodernista alla scrittura, in contrapposizione al minimalismo proposto da scrittori come Carver e, in seguito, Jay McInerney.

Fra questi scrittori ci sono ad esempio Jonathan Franzen e David Foster Wallace.

Classe 1936 e cresciuto nel Bronx, a New York, DeLillo dopo gli studi universitari entrò nel mondo della pubblicità, non avendo mai manifestato durante l’adolescenza interesse verso la scrittura. Durante il periodo post-laurea, però, inizia a dedicarsi alla letteratura, e a 25 anni, nel 1971 pubblica il suo primo romanzo, Americana.

Il romanzo—e in generale tutta la produzione letteraria dello scrittore durante la prima fase della sua carriera—mostrano non soltanto uno stile caratterizzato dalla commistione linguistica con il mondo della televisione e dei media di massa, tipica del postmodernismo, ma anche una forte inclinazione verso la tematica dell’alienazione consumistica americana.

In Great Jones Street ad esempio, l’autore critica aspramente il mondo dello spettacolo statunitense—un tempo alla base del mito derivante dal Sogno Americano—mentre in La stella di Ratner si concentra maggiormente sul ruolo che la scienza e la tecnologia cominciavano a giocare sulla nostra concezione del mondo.

Oltre alle tematiche, poi, la polifonia dello stile di DeLillo cominciò a farsi più forte: nei suoi libri il tono, il ritmo e il registro linguistico mutano in continuazione.

Nel 1985, dopo una produzione serrata, pubblica il suo ottavo romanzo, Rumore Bianco con cui vince il National Book Award e ottiene finalmente fama mondiale come nuovo grande romanziere americano. Il libro mette in scena, attraverso la vita di Jack Gladney, un professore universitario, tutte le contraddizioni dell’America reaganiana—il clima di paranoia, alienazione e iper consumismo che si respiravano negli anni Ottanta americani.

Dopo questo libro, lo scrittore attraversò un decennio in sordina—pubblicando romanzi minori, per quanto comunque interessanti, come Libra e Mao II—fino a che, nel 1997, pubblicò quello che secondo la critica rappresenta il suo lavoro più significativo: Underworld.

Questo monumentale lavoro, suddiviso in varie sezioni, ripercorre quasi cinquant’anni di storia americana del Novecento, attraverso i passaggi di mano di una pallina da baseball, reperto di una celebre partita fra Giants e Dodgers. Il singolare cimelio compie un viaggio nel tempo e di luoghi grazie al quale è possibile raccontare un intero paese.

Dopo Underworld DeLillo si è dedicato duramente al lavoro della scrittura, presentando un nuovo romanzo ogni circa due, tre anni. Zero K, appunto, è il suo diciottesimo: testimone di un attaccamento al proprio lavoro e alla propria arte che si riscontra difficilmente in uno scrittore con 45 anni di carriera.

Immagini: Copertina