Il romanzo che cambiò la vita di Dostoevskij: Memorie dalla casa dei morti

Il romanzo che cambiò la vita di Dostoevskij: Memorie dalla casa dei morti

È un modello dell’arte superiore, religiosa, proveniente dall’amore di Dio e del prossimo.

Così Lev Tolstoj, nel saggio Che cosa è l’arte? (1897), definiva Memorie dalla casa dei morti, il romanzo-diario di Dostoevskij che richiama la sua esperienza di prigionia in Siberia. Un’opera in cui vengono toccati i temi della libertà individuale, della colpa, della compassione e della redenzione.

Ma questo romanzo non è importante soltanto dal punto di vista dei contenuti. Al di là del suo valore immenso e innegabile, Memorie dalla casa dei morti segna anche uno spartiacque fondamentale nella produzione del grande romanziere russo. Perché è legato sia alle sue esperienze personali, sia all’evoluzione dell’idea che Dostoevskij aveva della scrittura. È infatti con questo lavoro che si apre la stagione delle grandi opere dell’autore. Gli anni in cui pubblica i romanzi che lo hanno reso un titano della letteratura.

Uno scrittore alla moda

All’inizio del 1849 Dostoevskij ha 28 anni, e ha alle spalle due romanzi (quello a cui sta lavorando in quel periodo, Netočka Nesvanova, rimarrà incompiuto): Povera gente e Il sosia. Le sue due prime opere hanno creato un gran tumultuo nel mondo letterario russo, visto che il famoso critico Belinskij, entusiasta, lo ha definito “il nuovo Gogol”.

Dostoevskij, il cui carattere imperioso e nevrastenico è già famoso negli ambienti culturali di San Pietroburgo, è ubriacato dalla fama letteraria che ha ottenuto in così poco tempo. Ma è ancora uno scrittore acerbo, troppo concentrato sulle mode letterarie e sulla sua gloria intellettuale. I suoi sono libri di grande ispirazione, ma che scendono poco in profondità.

Proprio questa smania e questo fervore nel voler essere al centro delle avanguardie russe—sia artistiche, che politiche—lo spinge a unirsi a un circolo segreto di intellettuali che gravitano attorno a una figura sovversiva e affascinate, Michail Petrasevskij. Un divulgatore politico che propaganda le idee liberali e socialiste occidentali. E che sembra avere mire anti-zariste.

Il 28 aprile 1849 lo scrittore, insieme ad altri sodali, viene arrestato come cospiratore e membro del Circolo di Petrasevskij. Dopo un processo sommario, tutti gli imputati vengono condannati a morte tramite fucilazione. La vita di Dostoevskij, così, cambia all’improvviso.

La finta esecuzione dei Petrasevskij e la condanna ai lavori forzati

L’esperienza della condanna a morte segna profondamente il giovane autore russo. Prigioniero nella Fortezza di Pietro e Paolo, passa il tempo in uno stato di abisso interiore perenne. E riflette sulla sua vita e su quel che ne resta. Ma ancora più straziante è il rito a cui Dostoevskij viene sottoposto il giorno dell’esecuzione.

Lo zar Nicola I, per spegnere il clima acceso che si è creato in seguito agli arresti, ha infatti deciso, pochi giorni prima dell’esecuzione, di graziare i condannati spostandoli ai lavori forzati. Ma per rendere tutto più solenne e scenico, decide di far annunciare la grazia solo all’ultimo momento. Quindi il giovane scrittore è costretto a subire tutto il rito della fucilazione, bendato e legato, fino al momento del “puntate!”, convinto di stare per morire. Lo shock che prova in quegli attimi è tale, che per tutta la vita lo ossessionerà. E se ne trova un’eco puntuale in tutte le grandi opere successive: da Delitto e Castigo, a L’Idiota, fino a I Fratelli Karamazov.

Memorie da una casa di morti

Dostoevskij passa quattro anni ai lavori forzati, nella fortezza di Omsk. Il contatto con la disperazione pura degli altri prigionieri, e l’abbrutimento a cui sono sottoposte le loro vite, lo colpisce profondamente. Attorno a sé vede una Russia che non ha mai notato nelle sue frequentazioni universitarie e borghesi. Un paese in ginocchio, vittima delle più bieche aberrazioni morali e umane. Ma al tempo stesso intravede anche un barlume di luce: grazie alle letture del Vangelo, unico libro disponibile per i condannati.

Liberato per buona condotta nel 1854, Dostoevskij sconta il resto della pena servendo nell’esercito di stanza in Siberia. Durante questo periodo sistematizza la sua esperienza di prigionia, e getta le basi per un’opera pubblicata a puntate fra il 1861 e il 1862: Memorie dalla casa dei morti.

Un essere che s’adatta a tutto: ecco, forse, la miglior definizione che si possa dare dell’uomo.

È un romanzo completamente diverso rispetto ai precedenti. Semplicemente perché Dostoevskij non è più il giovane scrittore di San Pietroburgo. L’opera, scritta nella forma del diario di un immaginario prigioniero, racconta le condizioni di vita dei reclusi e dei loro carcerieri. Mette in scena una quotidianità di grande dolore—al centro del quale ci sono il senso della libertà, della colpa e dell’alienazione sociale—ma anche delle profonde riflessioni sulla speranza che si prova quando si è privati di tutto. È un libro cupo, oscuro, ma che sembra indicare a Dostoevskij una svolta filosofica e artistica tramite i suoi flebili barlumi di speranza.

Le catene caddero. Io le sollevai. Volevo tenerle in mano, guardarle per l’ultima volta. Ora mi meravigliavo pensando che un momento prima stringevano le mie gambe. La libertà, una vita nuova, la risurrezione dai morti. È un momento magnifico!

Uno scrittore morale

Rientrato a San Pietroburgo, Dostoevskij si accorge che il mondo intellettuale russo lo ha quasi completamente dimenticato. La Russia europea ormai è culturalmente influenzata dal pensiero post-illuminista che lui rincorreva da giovane. Ma lo scrittore non è più interessato a quel mondo. Ormai ha una missione letteraria: è diventato un autore morale, nel senso classico del termine. Un uomo che ritiene un’opera artistica priva di profondità totalmente irrilevante.

Iniziano quindi quelli che Joseph Frank—uno dei suoi biografi occidentali più apprezzati—definisce “gli anni miracolosi“. Nel 1864 pubblica Memorie dal sottosuolo: un piccolo e potente libro che fa da apripista filosofico all’opera di Dostoevskij tanto quanto Memorie dalla casa dei morti aveva fatto da apripista esistenziale. E successivamente lo scrittore entra in un’estasi creativa che ha pochi eguali.

Nel giro di 13 anni dà alle stampe sette romanzi. Quattro dei quali rappresentano opere irripetibili della letteratura occidentale di tutti i tempi. Delitto e castigo, L’idiota, I demoni, e I fratelli Karamazov. In tutti questi capolavori è netta la scissione artistica avvenuta tramite gli eventi che hanno portato alle sue memorie di prigionia.

In un clima esacerbato dalle influenze europee che fanno perno sugli istinti più superficiali, Dostoevskij affronta di petto tutte le tematiche spirituali che gli stanno a cuore. I suoi sono romanzi quasi completi dal punto di vista del confronto con l’identità umana: al loro interno lo scrittore affronta le tematiche del valore morale, della morte, della volontà personale, del concetto di amore, dell’ossessione, della ragione, della fede, del suicidio. Opere dal valore inestimabile.

Consigli di lettura

Per comprendere i fondamenti letterari del secondo Dostoevskij ti consigliamo, oltre a Memorie dalla casa dei morti, di leggere anche Memorie dal sottosuolo prima di cimentarti con i grandi romanzi. Questo renderà la lettura molto più ampia e focalizzata sulla produzione dello scrittore.

Immagini: Copertina via Wikimedia Commons