Memorie dal sottosuolo: quando Dostoevskij inventò

Memorie dal sottosuolo: quando Dostoevskij inventò "l'uomo schifoso"

Per la prima volta […] Dostoevskij prende una lampada e discende dall’appartamento al primo piano, in cui sinora è vissuto, giù nel sottosuolo della casa. Dostoevskij, per dirla con un famoso verso di Baudelaire, scende nel sottosuolo per ‘au fond de l’inconnu chercher de nouveau’. Dostoevskij troverà nel Sottosuolo, cioè ‘nell’inconnu’, il nuovo, cioè ‘le nouveau’ in tale quantità che non ne uscirà più. Tutti i libri dopo le Memorie dal sottosuolo sono stati scritti da quelle latebre tenebrose. E Dostoevskij è morto alla fine del sottosuolo. Senza più risalire alle stanze superiori.

Così Alberto Moravia, all’inizio di una sua introduzione a un’edizione di Memorie dal sottosuolo, cercava di spiegare il senso di novità—il paragone con il poeta francese è eloquentedel lungo racconto-monologo che Dostoevskij scrisse nel 1864 dopo anni di prigionia, e prima dei più grandi capolavori della sua vita: L’idiotaDelitto e CastigoI fratelli KaramazovI demoni. Un racconto che Nietzsche amava molto, e che ha lasciato una traccia su tanti narratori del Novecento, anche italiani. Ricordiamo solo Italo SvevoTommaso Landolfi, che l’ha anche tradotto.

Nei Demoni Dostoevskij inventa uno dei più straordinari cattivi della letteratura che non siano “allegorie del male”—come il Pennywise di Stephen King—ma esseri umani ‘pulsanti’ costruiti sulla pagina: Stavrogin. L’uomo del sottosuolo protagonista del racconto del 1864 viene prima dei vari “grandi peccatori”. E ne risulta un efficacissimo abbozzo. Chi è? Di lui sappiamo poco. Abita a San Pietroburgo, faceva l’impiegato, si fa bastare una piccola eredità. È un uomo medio.

L’uomo del sottosuolo di Dostoevskij: contro il mondo

Attraverso le sue parole—è lui l’unico inattendibile narratore della sua storia—individuiamo le sue caratteristiche. È un uomo malato di accidia, nel senso di San Bonaventura: iracondia impotente che si intristisce. Vive come un sonnambulo, interiorizzando la realtà. È il rovescio palmare dell’uomo industrioso e proattivo, che invidia. Non ha le caratteristiche del “maschio alfa”, per citare un mito d’oggi. È un presuntuoso, convinto, come un Qohelet minuscolo, che “il dramma della sensibilità” stia nella diretta proporzionalità tra intelligenza e sofferenza. È solitario, ipocrita. Meschino, e fallito.

Che gli resta? Sofferenza e lingua lunga. Dice “io” fin da subito: “Io sono un uomo malato“.

Sono fermamente convinto che non soltanto una coscienza eccessiva, ma la coscienza stessa è una malattia.

Memorie dal sottosuolo è un dittico. Tutta la prima parte del libro è un’invettiva contro i tempi. L’uomo del sottosuolo soffre, e perversamente ne gode. Megalomane, è convinto che l’intera umanità, dominata dall’irrazionale, desideri soffrire. Perché altrimenti le Guerre Napoleoniche (di cui ancora si discuteva quando Dostoevskij scrisse il libro),  perché la guerra civile americana? Perché la guerra di successione dello Schleswig-Holstein (scoppiata proprio mentre Dostoevskij scriveva)?

Accanto a questi vaghi riferimenti, l’uomo del sottosuolo individua anche un emblema dell’attualità contro cui scagliarsi. Il Palazzo di cristallo (modello: il Crystal Palace vittoriano della Prima Esposizione Universale del 1851 a Londra), simbolo del progresso che l’uomo del sottosuolo detesta, perché nella sua testa si traduce in privazione progressiva della volontà individuale, e in miraggio dell’impossibile negazione della sofferenza.

Nel palazzo di cristallo poi [la sofferenza] è addirittura inconcepibile: la sofferenza è infatti dubbio, negazione, e che sarebbe un palazzo di cristallo in cui ci si potesse abbandonare al dubbio?

Fare il male per dimostrare di esistere

La seconda parte del libro, “A proposito della neve fradicia”, è l’exemplum portato a sostegno delle opinioni fin lì pronunciate. Sono “ricordi” dell’uomo del Sottosuolo, risalenti a 16 anni prima, quando ancora lavorava. Di come, in seguito a una cena con dei conoscenti, l’uomo del sottosuolo vaghi in preda all’odio per Zverkov, ex compagno di scuola simpatico, vivace, poco incline allo studio. E ormai un ufficiale di successo che non lo degna di considerazione.

Di come, vagando, sia preda di una delle idee fisse dei personaggi dostoevskiani—in questo caso, riscattare una vita del sottosuolo per vendicarsi del vecchio “amico” che lo sdegna—e si infili in un bordello. Di come, conosciuta la prostituta Liza, cerchi di “redimerla” con parole d’amore e quasi vi riesca. Infine di come, andata a trovarlo a casa, lei sarà umiliata verbalmente—lui l’aveva illusa solo per sfogarsi un po’, dirà—e fisicamente. Infine l’uomo le lascia anche dei soldi, che lei, fuggendo distrutta, rifiuta. Durante tutto questo, naturalmente, il protagonista si disprezza, immedesimandosi in Liza: tanto da ammettere, ai suoi piedi, di non esser altro che un poveraccio infelice. Alla fine della storia, non gli resta che tornare nella sua tana, e immergersi nel Sottosuolo.

Ivan Kramskoj - Autoritratto, 1867. Via

Ivan Kramskoj – Autoritratto, 1867. Via

Il “sottosuolo”: Dostoevskij inventa l’antieroe moderno

Tra i tanti lettori d’eccezione del racconto di Dostoevskij, oltre a Moravia ricordiamo Vladimir Nabokov. Il quale riteneva, con intuizione critica non proprio geniale, che gli anni di prigionia—condanna a morte commutata, davanti ai fucili già carichi, in detenzione in Siberia e poi in servizio militare—avessero procurato allo scrittore un trauma non facilmente superabile. Secondo Nabokov le Memorie sono il miglior “concentrato di Dostoevskij”. Un concentrato di segno comunque negativo, perché Nabokov, benché devoto a una metafisica del testo, disprezzava l’uomo Dostoevskij e dunque la sua letteratura. La sua descrizione del Sottosuolo è comunque memorabile.

Il protagonista […] torna strisciando nella propria tana e comincia a godersi l’esecranda voluttà della vergogna, del rimorso, il piacere della propria bassezza, della degradazione.

Moravia, invece, vedeva nell’uomo del Sottosuolo di Dostoevskij, che aveva influenzato anche il protagonista dei suoi Indifferenti, un precursore del ‘900.

Certo, l’uomo che, nelle Memorie dal sottosuolo, dice “io” è “cattivo e invidioso”. Ma il se stesso di cui Dostoevskij si serve è qualche cosa di molto più vasto e più profondo. In maniera paradossale, si potrebbe affermare che appunto perché Dostoevskij nelle Memorie ha il coraggio di parlare di se stesso, proprio per questo egli attinge a una zona profonda nella quale così se stesso come gli altri non esistono più. Annullati da qualche cosa di non individuale e non sociale, cioè da ciò che Dostoevskij chiama il “sottosuolo”.

Senza rendersene conto, Dostoevskij, con le Memorie dal sottosuolo, ha creato un personaggio nuovo. Destinato a dominare la narrativa occidentale nei prossimi cent’anni: il personaggio dell’antieroe nel quale è privilegiata non già la vita sociale ma la vita interiore. È il romanzo che, poi sarà chiamato esistenzialista, al quale è possibile riallacciare scrittori così diversi come Joyce e Kafka.

Qui tutto il saggio di Moravia.

Immagine: Copertina