L’area archeologica dove uccisero Giulio Cesare diventerà un museo visitabile

L’area archeologica dove uccisero Giulio Cesare diventerà un museo visitabile

“Gli uomini in certi momenti sono padroni del loro destino; la colpa, caro Bruto, non è delle nostre stelle, ma dei nostri vizi.”

Tratto da Giulio Cesare, William Shakespeare

Anna Magnani ci passava il suo tempo libero accudendo i gatti della colonia felina, Marlon Brando si ispirò a questo luogo per interpretare Marco Antonio nel film “Giulio Cesare” e naturalmente William Shakespeare ambientò qui una delle sue tragedie più note, il Giulio Cesare. Stiamo parlando di Torre Argentina, l’area archeologica, sede del senato dell’Antica Roma, dove venne ucciso con ventitré pugnalate il primo degli imperatori romani, durante le famose Idi di Marzo del 44 a.C. (il 15 marzo).

E’ notizia di questi giorni che Torre Argentina sarà accessibile e visitabile grazie al restauro finanziato dalla famosa maison di gioielli Bvlgari. Una riqualificazione che prevede una serie di interventi, tra cui il posizionamento di passerelle che consentiranno di percorrere l’area, attualmente visibile solo dall’alto e non pedonabile. Quindi un museo a cielo aperto, in cui poter ammirare da vicino i reperti archeologici che comprendono tutta l’area.

Questi lavori non turberanno nemmeno la storica colonia felina che da anni abita il sito archeologico, visto che i gatti verranno tutelati dal Comune di Roma e dalle storiche gattare che accudiscono ogni giorno i felini.

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Torre Argentina è il complesso più esteso di epoca repubblicana a Roma e ha uno scavo quadrato a cielo aperto. E’ chiamata area sacra perché è possibile ammirare i resti di quattro templi, tra cui il Tempio di Giuturna, il Tempio di Fortuna (i resti della statua della dea Fortuna sono conservati alla Centrale Montemartini di Roma), il Tempio di Feronia dedicato alla fertilità e il Tempio dei Lari Permarini dedicato alle Ninfe.

Si tratta di un’area centrale che ruba da sempre uno sguardo ai romani che vi passano distrattamente mentre sono nel traffico, ma che non è stata mai opportunamente valorizzata.

Eppure si tratta di un luogo dal grande significato simbolico, visto che non solo vi fu assassinato Giulio Cesare, ma vi furono anche ambientate le opere artistiche e letterarie ispirate dal cesaricidio. “Tu quoque, Brute, fili mi! “,”Anche tu, Bruto, figlio mio!” è l’ultima frase di Cesare prima di morire, locuzione che è entrata nel nostro linguaggio comune per esprimere l’amara sorpresa di scoprire un tradimento. In realtà lo storico imperiale Svetonio, che descrive l’assassinio di Cesare e cita la sua ultima frase, ne dà una versione differente.

Ecco come descrive Svetonio questo momento:

Fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: “Anche tu, figlio?”. Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da tre schiavi.

Anche Shakespeare si ispirò a questo episodio cardine della storia romana per creare una delle sue opere più alte, incentrate sulla fedeltà, l’amicizia e il potere.

Amici, romani, concittadini, prestatemi le vostre orecchie; sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l’elogio. Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto assieme alle loro ossa.

Tratto da Giulio Cesare, William Shakespeare

E’ Marco Antonio che parla davanti al cadavere di Giulio Cesare, rivolgendosi al popolo, in uno dei monologhi più belli della letteratura shakespeariana. Una visione straordinariamente moderna di almeno tre grandi figure politiche: Cesare, Bruto, Antonio, esaminate nell’intreccio dei loro destini.

La rivalutazione dell’intera area sacra sarà ultimata nel 2021. Nel frattempo non ti resta che prepararti a camminare tra le rovine di una delle aree più rappresentative dell’arte e della cultura classica.

Immagine cover: La morte di Cesare di Vincenzo Camuccini, Wikipedia | Immagine 2 Wikipedia