Alexandre Dumas e la più grande storia di vendetta: Il Conte di Montecristo

Alexandre Dumas e la più grande storia di vendetta: Il Conte di Montecristo

Ma di fatto, mio caro maestro, voi dovete riconoscere di essere un negro, con tutto quel sangue nero che scorre nelle vostre vene.

Ma certamente. Mio padre era mulatto, mio nonno era un negro e mio bisnonno una scimmia. Vedete, Signore: la mia famiglia inizia dove la vostra finisce.

Questa folgorante battuta di Alexandre Dumas rivolta a uno dei suoi numerosi “detrattori”, ricordata anche da Umberto Eco nel Cimitero di Praga, basterebbe a dare un’idea del genio dello scrittore, che come Dickens, Balzac, Vollmann o Simenon, è uno degli autori più prolifici della storia della letteratura.

Infatti Dumas era il figlio, nato nel 1802 in un paesino dell’Alta Francia, di un generale mulatto, Thomas-Alexandre Davy de la Pailleterie, che al momento di arruolarsi aveva rifiutato il cognome e il titolo del padre Alexandre-Antoine (marchese, e anch’egli militare) per adottare il soprannome di Marie Cessette, sua madre: una schiava di origini africane che ad Haiti, dove era di stanza il nonno dell’autore del Conte di Montecristo a metà Settecento, era detta femme du mas, la donna del maso.

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Happy birthday to Alexandre Dumas French (Born: Dumas Davy de la pailleterie; July 24,1802-died:, 5,1870), also known as alexandre Dumas #père ( #french for father ), was a French writer. His works have been translated into many languages,and he is one of the most widely read French authors. Many of his historical novels of high adventure were originally published as #serials, including #thecountofmontecristo,#thethreemusketeers,#twentyyearsafter, and #thevicomteofbragelonnetenyearslater. His novels have been adapted since the early twentieth century for nearly 200 films. Dumas last novel, #theknightofsaintehermine,unfinished at his death, was completed by scholar Claude schopp and published in 2005. It was published in English in 2008 as the last cavalier. #alexandredumas #alexandredumaspere @itsalexandredumas

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Alexandre Dumas è uno dei più grandi scrittori di sempre

Alexandre Dumas “padre”—così per distinguerlo dall’omonimo figlio autore della Signora delle Camelie da cui sarà tratta La Traviata di Verdi e Piave—crebbe con la madre tabaccaia, a undici anni abbandonò la scuola ma fu preso da una passione divorante per la lettura. A vent’anni si trasferì a Parigi. Dove, buon calligrafo, entrò al servizio del futuro re Luigi Filippo d’Orléans. Dove fece subito un figlio con la sarta Catherine Labay. E dove scoprì il teatro.

Divenne famoso prima come autore teatrale: l’opera Enrico III e la sua corte (1829), che precede di un anno Ernani di Hugo, è il primo dramma romantico. E Kean, ou Désorde et Génie (1836) ebbe un grande successo—un’opera da primo attore, amata da Vittorio Gassman.

Spendaccione, amante delle donne, mangiatore serio come il contemporaneo Rossini—nel 1873 sarà pubblicato postumo il suo Grande dizionario di cucina con 3000 ricette—e soprattutto grafomane (scriveva anche per quindici ore al giorno), Dumas arrivò a guadagnare moltissimo. E allo stesso tempo a spendere più di quanto guadagnasse con i suoi feuilleton. Tanto da dover intraprendere dei viaggi, a seguito del 1848, fuggendo i creditori. Prima, nel 1843, aveva iniziato il ciclo dei grandi romanzi d’appendice in collaborazione con Auguste Maquet, pubblicati a puntate sui giornali. Dumas è il maestro del genere insieme a Victor Hugo (I miserabili). E Eugène Sue (I misteri di Parigi).

Il tema della rivalsa sembra percorrere tutta l’opera di Dumas come quello della giustizia l’opera di Hugo. E il Conte di Montecristo ne è l’esempio maggiore. Tante opere nella storia ci parlano di vendetta. Da Medea di Euripide a V for Vendetta di Alan Moore e David Lloyd. Passando ovviamente per Macbeth di William Shakespeare. Ma bisogna dire che Il Conte di Montecristo di Dumas è il romanzo della vendetta.

“Chi vuole punire crudelmente deve farlo con altri mezzi che non la morte”: il Conte di Montecristo

Dantès passò per tutti i gradi di infelicità che provano i prigionieri dimenticati in una prigione. Il suo spirito si fece tetro. Dantès era un uomo semplice e senza educazione […]. Non aveva che il suo passato così breve. […] 19 anni di luce su cui meditare forse in una notte eterna. Nessuna distrazione poteva venirgli in aiuto. […] Egli allora si aggrappò a una sola idea. A quella della sua felicità distrutta senza un motivo apparente, e per una fatalità inaudita.

Gli ritornava in mente la lettera di denuncia che aveva visto. Diceva a se stesso che era l’odio degli uomini, e non la vendetta di Dio che l’aveva immerso nell’abisso in cui si trovava. Invocava per questi uomini sconosciuti tutti i supplizi di cui la sua ardente immaginazione poteva farsi un’idea e trovava che i più terribili erano ancora troppo leggeri e soprattutto troppo brevi per loro. Perché dopo il supplizio veniva la morte, e nella morte c’era, se non il riposo, almeno l’insensibilità del corpo, che gli somiglia.

A forza di dire a se stesso, a proposito dei suoi nemici, che nella morte vi era la calma, e che chi vuole punire crudelmente deve farlo con altri mezzi che non la morte, cadde nella tetra immobilità dell’idea del suicidio.

Arrivato a questo punto, Edmond trovò qualche consolazione in questo pensiero. Tutti i suoi dolori, tutte le sue sofferenze, questo corteggio di spettri che essi si trascinavano dietro, parvero involarsi dalla prigione dove l’angelo della morte poteva posare il suo piede silenzioso.

Difficile restare indifferenti alla storia di Edmond Dantès, ambientata fra l’Italia, Marsiglia, le isole del Mediterraneo, e nettamente divisa in due come notava Stevenson: prima del ritrovamento del tesoro indicatogli dall’Abate Faria (da lì viene il passo citato), e dopo, quando la vendetta si compie.

La vendetta è “consona al cuore di Dio”? Edmond Dantès tra vendetta e morale

La vita del “Conte” è una messinscena il cui scopo è vendicarsi di chi lo incastrò facendolo rinchiudere nel castello d’If (foto sopra), privandolo, oltre che della libertà, della donna (Mercédès) e soprattutto del padre, morto di fame per la vergogna di essere rimasto povero senza l’aiuto del figlio. Il “Conte” è persuaso, già prima di evadere, che sulla sua vendetta ci sia la garanzia divina.

“Dio è per me e con me”, è il suo motto. Il “Conte” trascende l’umana giustizia, e secondo Gramsci era per questo un romanzo  “oppiaceo” che delinea una figura popolaresca di “superuomo”: “quale uomo del popolo non crede di aver subito un’ingiustizia dai potenti e non fantastica sulla ‘punizione’ da infliggere loro? Edmondo Dantès gli offre il modello, […] sostituisce il credo di una giustizia trascendente in cui non crede più ‘sistematicamente'”. Si sa, l’uomo comune non è certo “aldilà del bene e del male”, e la fine terribile dell’antagonista Villefort, del quale ha preso a cuore la dolce figlia Valentine, induce il Conte a dubitare se lui davvero sia il braccio della Provvidenza. Si tratta di giustizia, o della sua negazione? Non è un caso se l’ultimo nemico sarà risparmiato.

Perché leggere Dumas

Il libro è lunghissimo come altri di Dumas, che del resto veniva pagato a riga. A nessuno importa davvero che i suoi libri siano prolissi o scritti “male”, come notano anche molti critici e scrittori che li amano. Sanno che Dumas conosceva bene i suoi lettori, conosceva i trucchi per sorprenderli, per avvincerli, per farli commuovere, per costringerli a girare pagina.

Nel Journal dei Goncourt si racconta di quando Dumas andava a trovare il figlio col blocco dello scrittore: “Suo padre arriva di tanto in tanto da Napoli, gli dice: ‘Fammi portare una cotoletta, te lo finisco io il tuo dramma!’, butta giù il soggetto, ci mette una puttana, si fa dare del denaro e riparte”.

Leggere Dumas è un’esperienza indimenticabile. Oltre al Conte, bisognerebbe leggere almeno I tre moschettieri. Che ha due seguiti, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelone. Scriveva Giorgio Manganelli in una vecchia introduzione all’edizione Einaudi:

Beato colui che per la prima volta si accinge a inseguire le orme di d’Artagnan. Beato colui che, avendo letto questo libro nell’adolescenza, come accade, in una edizione probabilmente ornata di traumatizzanti illustrazioni, non ne conserva che un confuso ricordo, fatto di generosi e un po’ sciocchi duelli, di trame ingegnose, di agevoli uccisioni. Attendono costoro alcune ore di indifesa, deliziata lettura.

Qui Il conte di Montecristo. Dei Tre moschettieri, oltre alla classica edizione Einaudi, c’è una recente edizione Donzelli (traduzione di Camilla Diaz).

Immagine: Copertina