Edmonia Lewis: la prima scultrice afroamericana che ottenne riconoscimento

Edmonia Lewis: la prima scultrice afroamericana che ottenne riconoscimento

Mary Edmonia Lewis, scultrice del XIX secolo, fu la prima afroamericana a ottenere riconoscimento nella comunità artistica internazionale. Da noi è semisconosciuta, anche perché i suoi (pochi) lavori superstiti sono esposti negli Stati Uniti. Eppure, per gran parte della sua vita, visse e lavorò a Roma.

Di origini miste, Edmonia Lewis nacque vicino New York il 4 luglio 1844 da padre afro-haitiano—che era valletto presso un nobile—e madre indigena, appartenente alla tribù Mississauga (molto vicina agli Ojibway). Restò presto orfana e andò ad abitare, bambina, con le zie materne presso le cascate del Niagara. Queste la chiamavano con un nome nativo americano adatto al suo temperamento: “Incendio selvaggio”.

Il fratello finanziò la sua istruzione all’Oberlin College dell’Ohio, una delle prime istituzioni americane ad ammettere donne e persone di etnie diverse. Molto dotata nel modellare oggetti fin da bambina, riuscì a spostarsi a Boston e anche a prendere lezioni di scultura. Prima, però, fu costretta a lasciare il college perché accusata di aver avvelenato due compagne di classe: probabilmente per questo motivo, una notte venne pestata da due guardiani. Erano passati pochi mesi dall’inizio della Guerra Civile.

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A Boston eseguì ritratti scolpiti di abolizionisti celebri: quello di R. G. Shaw, comandante del primo reggimento di fanteria afroamericano, le valse una borsa di studio grazie alla quale nel 1865 Lewis partì per l’Europa.

Vide Londra, Parigi, poi si trasferì in Italia, e, trasvolata Firenze, si stabilì a Roma affittando uno studio presso Piazza Barberini. La convinsero la facile reperibilità del marmo e la vivace, inclusiva comunità degli artisti americani nella capitale dello Stato Pontificio. Oltre all’abilità degli intagliatori: dei quali però non si servì quasi mai, abituata a fare tutto da sola, dai modelli agli intagli. E soprattutto, costretta a spendere poco.

Le opere più rappresentative di Edmonia Lewis

La poetessa Anna Quincy Waterston, una delle sostenitrici “romane” di Lewis, scrisse che il suo talento era “so rare as genius“. Tecnicamente, lo stile di Lewis riporta al neoclassicismo statunitense, influenzato—per quanto riguarda la scultura—dalle “copie” d’epoca romana di originali greci perduti. Ed è proprio la collisione fra quel dominio stilistico e gli inconsueti temi rappresentati a rendere Edmonia Lewis un’artista originale.

Guarda la foto sopra. L’opera, Old Arrow Maker, è allegorica. Ritrae Minnehahaeroina Dakota d’invenzione, protagonista del poema di Longfellow La canzone di Hiawatha—e suo padre. Ai loro piedi c’è un un piccolo cervo morto.

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L’animale è una profferta di amicizia. Padre e figlia aspettano infatti l’Ojibwe Hiawatha, per siglare una pace fra le due tribù. Nella vicenda sembra riflettersi la speranza di Edmonia Lewis in una pace fra nordisti e sudisti. Ai protagonisti del poema di Longfellow, che visitò il suo studio romano, Lewis dedicò vari gruppi scultorei.

E nella sua carriera ritrasse molte volte anche combattimenti di nativi americani.

Una bella opera di Lewis è la statua del personaggio biblico Agar (puoi vederla meglio qui): la schiava egiziana di Abramo—e madre di Ismaele—abbandonata nel deserto, simbolo di coraggio e perseveranza.

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Mentre la sua opera più celebre è “La morte di Cleopatra”. Presentata all’Esposizione Centennale delle Arti di Philadelphia nel 1976, riscosse aspre critiche da parte di molti osservatori che trovarono l’opera “repellente” per il suo realismo. Proprio per la stessa ragione, altri critici la giudicarono la migliore scultura americana esposta.

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L’amore per Roma

L’italia influenzò Lewis anche per quanto riguarda i soggetti. Realizzò infatti molte repliche di busti romani (tra cui il busto di Ottaviano delle Gallerie Vaticane). Una copia del Mosè di Michelangelo del 1515. E molti ironici “amorini”. L’artista stessa ricordò l’importanza di Roma nella sua vita: “Pensavo di sapere tutto quando arrivai a Roma, ma scoprii presto che avevo tutto da imparare”.

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