Ellis Island, l'isola da cui passavano le speranze di milioni di immigrati

Ellis Island, l'isola da cui passavano le speranze di milioni di immigrati

Il 1° gennaio del 1892, il presidente americano Benjamin Harrison inaugurava Ellis Island che diventerà presto il più importante centro di smistamento degli immigrati negli Stati Uniti. Prima di Ellis Island, a occuparsi della pratica migratoria erano gli ispettori di Castle Garden. Dove più di duecento anni prima, una batteria di cannoni difendeva la Nuova Amsterdam, poi New York.

A Castle Garden, nell’arco di quarant’anni, erano passati più di 8 milioni di immigrati. Proprio l’aumento della pressione migratoria di quegli anni spinse il governo statunitense a intensificare le procedure. Attraverso l’istituzione di nuovi scali. Nasce così Ellis Island, vicino alla Statua della Libertà.

I numeri impressionanti di Ellis Island

È ormai accertato che lo scalo di Ellis Island, dal 1892 al 1955 (anno della chiusura), abbia accolto oltre 12 milioni di persone. Nel primo anno di attività ne sbarcarono già 450mila. Nel 1907 si è registrato il picco più alto di approdi: più di un milione. Il punto più basso durante la Grande Depressione del 1929. Per limitare l’affluenza, intorno agli anni ’20, oltre a un test di alfabetismo, vennero introdotte delle quote di ingresso basate sulla nazionalità.

Ellis Island, dopo l’incendio del 1897 che la distrusse quasi completamente (bruciando la documentazione cartacea), venne ricostruita due volte più grande. Misurava undici ettari. L’entrata era imponente, e all’interno si trovava una mensa, una cucina, seicento posti letto, un ospedale e una terrazza.

La prima persona ad attraversare i cancelli di Ellis Island fu una diciassettenne di Cork, in Irlanda. Come ha ricordato la professoressa e traduttrice Sara Antonelli:

Si chiamava Annie Moore e arrivò insieme ai due fratelli nel piroscafo Nevada. Poiché si trovò a essere l’emigrante numero uno di una nuova struttura, terminato il primo esame medico Annie Moore trovò eccezionalmente ad attenderla un alto funzionario del governo e un regalo, anche questo eccezionale, perché non capitò a nessun altro: una moneta d’oro del valore di dieci dollari.

Perché non capitò a nessun altro… a Ellis Island ognuno portava la sua storia, ma tutti dovevano mettersi in fila per raccontarla. Da qui passarono Bartolomeo VanzettiFrank Capra, Irving Berlin, Bob Hope, Bela Lugosi, Rodolfo Valentino, Cary Grant e Charlie Chaplin (che avrebbe raccontato la sua esperienza nel film “Charlot Emigrante”).

Complessivamente, dal 1892 al 1955, gli ispettori rifiutarono l’ingresso al 2% dei richiedenti. Di quei dodici milioni di aspiranti cittadini americani, un terzo sarebbe rimasto a vivere a New York, gli altri nel resto del Paese. Le stime ci dicono che il 40% dell’attuale popolazione americana discende da Ellis Island. Il 60% da altri scali o da chi c’era già (inclusi gli ex schiavi e i nativi americani).

Cosa succedeva a Ellis Island

Per colpa del fondale basso e sabbioso, a Ellis Island non potevano attraccare le navi. L’ancora veniva gettata nel porto di New York. Prima di tutti salivano gli ufficiali dell’immigrazione che controllavano i passeggeri più ricchi, in prima e seconda classe. Erano loro—tra cui Freud e Jung—a scendere prima. Loro che non avrebbero gravato sulle finanze americane. Poi tutti gli altri, di terza classe, che venivano trasferiti su chiatte e vaporetti e portati a Ellis Island.

All’arrivo, gli immigrati erano obbligati a lasciare i bagagli in un deposito immenso. Poi, attraverso una scala, raggiungevano la prima postazione medica. Per un controllo rapido, la “six minute visit” per valutarne lo stato di salute generale. Qui venivano apposte criptiche sigle sulla cartella di ogni persona. “PG” per indicare che la donna era incinta, “H” per problemi di stomaco, “B” per quelli di petto, “X” per quelli mentali. Le malattie più temute erano il vaiolo, la malaria, il tracoma, la pazzia. Con quelle si veniva rispediti a casa.

Terminate le visite, venivano messi in fila e lavati con le pompe. Le mogli erano separate dai mariti e i genitori dai figli, anche se piccolissimi. Gli uomini spesso erano rasati a zero, e tutti irrorati di disinfettante. Dopo la visita medica, se eri fortunato, passavi alla Sala dei Registri. Qui, tre ispettori chiedevano: “Come ti chiami? da dove vieni? quanti soldi hai? quali sono le tue idee politiche? sei comunista? sei anarchico? hai un lavoro? chi ti può ospitare (avere già un parente in America era utile per accelerare la pratica di accettazione)?” In un giorno venivano esaminati circa cinquemila migranti. Nel 1907 la media era salita a oltre diecimila. Quasi nessuno sapeva l’inglese, ma tutti conoscevano tre parole, cariche di speranza: “New York, avanti, dritto”. Gli sguardi, immortalati nei bellissimi scatti di Lewis Hine, parlano da soli.

Se eri sfortunato però, dopo la “six minute visit” venivi segnato con un gessetto, ed eri costretto a sottoporti a controlli più approfonditi.

I vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano.

Anche quelli con un passato nella criminalità. L’esclusione era immediata. Istantaneo il reimbarco sulla stessa nave che qualche ora prima li aveva portati a Ellis Island.

Per approfondire

Due film, uno italiano e uno no. Nuovomondo di Crialese, bellissimo, che racconta l’odissea della famiglia siciliana dei Mancuso. L’altro è C’era una volta a New York di James Gray. Titolo molto più chiaro nella sua versione originale: “The Immigrant”. La cinepresa segue la traversata di una famiglia polacca. Bello e rigoroso anche il libro di fiction di Gaëlle Josse, L’ultimo guardiano di Ellis Island, in cui il direttore del centro immigrazione di Ellis Island ricorda cinquant’anni di lavoro sull’isola e le migliaia di persone arrivate dal mare.

Immagine di copertina di rabesphoto