Diventare

Diventare "stoici": le soluzioni di Epitteto per smettere di preoccuparsi

Ora, la noncuranza delle cose di fuori, ingiunta da Epitteto e dagli altri Stoici, viene a dir questo appunto, cioè non curarsi di essere beato né fuggire di essere infelice. Il quale insegnamento […] è in verità la cima e la somma, sì della filosofia di Epitteto, e sì ancora di tutta la sapienza umana, in quanto ella appartiene al benessere dello spirito di ciascuno in particolare.

Così Giacomo Leopardi raccoglieva in una noce il senso che aveva per lui l’Encheiridion, letteralmente il Manuale di Epitteto (50-130 d.C. circa), filosofo della fase tarda dello stoicismo—la stessa di Seneca—bandito da Roma nel 93 d.C. ed esiliato in Epiro, dove un allievo della sua scuola, Arriano di Nicomedia, trascrisse a scopo divulgativo una sintesi del suo pensiero.

Leopardi chiosava poi il “preambolo” alla sua traduzione del Manuale (1825, pubblicata postuma):

Ed io, che dopo molti travagli dell’animo e molte angosce, ridotto quasi mal mio grado a praticare per abito il predetto insegnamento [di Epitteto], ho riportato di così fatta pratica e tuttavia [ancora oggi] riporto una utilità incredibile, desidero e prego caldamente a tutti quelli che leggeranno queste carte, la facoltà di porlo medesimamente ad esecuzione.

Il poeta della social catena—la solidarietà umana contro l’invincibile natura—simboleggiata dalla ginestra, prendeva il Manuale di Epitteto, un libro breve e di facile lettura, per quello che è: l’esposizione di precetti da utilizzare per vivere secondo ragione, di liberarsi dalle preoccupazioni inutili, ottenere la tranquillità e l’unica felicità degna di un essere razionale.

Impara a distinguere ciò che davvero ti appartiene da ciò che ti è estraneo

Il cardine del Manuale di Epitteto è questo: avere il giusto punto di vista sulle cose. Considerando che il mondo esterno si manifesta per noi solo nelle rappresentazioni presenti alla coscienza. L’anima, dice Epitteto, è come una bacinella piena d’acqua, e le immagini del mondo sono raggi di luce. Questi sembrano muoversi quando l’acqua si increspa. Ma è solo un’illusione dovuta al movimento dell’acqua. Fuor di metafora, ecco l’incipit del manuale.

Tra le cose che esistono al mondo, alcune sono in nostro potere, altre no. Dipendono da noi un’opinione, un desiderio, un impulso, un rifiuto e, in una sola parola, quanti sono i nostri atti. Non sono invece in nostro potere il corpo, i beni, la reputazione, le cariche, e, per dirlo in una parola, quante non sono nostre azioni.

Le cose che dipendono da noi sono per natura libere, non impedite, limpide, quelle che invece non sono in nostro potere sono prive di forza, schiave, piene di ostacoli, estranee.

Ricorda, dunque, che qualora tu reputi libere le azioni schiave per natura, e tue proprie quelle che non ti appartengono, allora sarai ostacolato, piangerai, sarai sconvolto, incolperai dèi e uomini. Qualora, invece, consideri che è tuo soltanto ciò che ti appartiene, mentre giudichi estraneo, come è in realtà, ciò che è estraneo, nessuno ti costringerà mai. Nessuno ti ostacolerà. Non rimprovererai nessuno, non accuserai nessuno. Non compirai nulla contro la tua volontà. Nessuno ti danneggerà. Non avrai nemici. Infatti, non subirai nulla di dannoso.

Il Manuale di Epitteto contro la preoccupazione cronica

La “fisica” stoica è deterministica. Il mondo è una concatenazione di eventi soggetta al Fato. Perciò l’accento è posto da Epitteto sull’interiorità degli uomini. E qui introduciamo tre termini che non hanno, in questo contesto, il significato che nella lingua odierna comune li riveste: l’uomo esercita la sua libertà attraverso l’assenso al mondo. Per quanto a prima vista non lo sembri, l’assenso è un esercizio di libertà. Perché avviene in forza della distinzione fra ciò che è nostro e ciò che non lo è. Valutando secondo ragione, il soggetto può finalmente certificare l’indifferenza di fatti “esterni” della vita quotidiana. Indifferenza significa anche: irrilevanza sotto l’aspetto morale. 

La paura della morte, il giudizio e le aspettative degli altri, il dolore fisico, l’ansia di compiacere e molto altro acquistano carica neutra per chi vive secondo ragione. Questa impostazione è perciò il rovescio palmare della preoccupazione cronica. Una strategia per abolire l’ansia e per disinnescare gli eccessi emotivi.

Riguarda anche il bene e il male, riferiti non alle cose ma a noi. Infatti dipendono dalle nostre scelte, dai nostri gesti. Lo stoicismo di Epitteto, che talvolta converge con il cinismo, rivela in questo punto una matrice socratica: il male deriva dall’errore di giudizio.

Il bene e il male dipendono solo da noi

Vediamo perché. L’assenso, dicevamo, è libertà: e chi assente al male—poiché scegliamo solo ciò che riteniamo favorevole per noiha malinteso. Bisognerebbe dunque mostrare a chi fa il male, che non ha giudicato secondo ragione. Così come, scrive Epitteto nelle Diatribe, bisognerebbe mostrare a Medea—preda di un errore di giudizioche la vita dei suoi figli vale più della vendetta.

Leopardi trovava nel Manuale la “consolazione” per uno spirito stanco di “far guerra feroce e mortale al destino”. Il Manuale non è un libretto di self-help, ovviamente. Anche se non si deve dimenticare che, prima di essere bandito per decreto di Domiziano insieme a altri del suo genere, Epitteto, che era nato schiavo di un liberto, a sua volta liberato, faceva a Roma il predicatore girovago, l’eccentrico moralista che si applicava a convertire, partendo dai problemi pratici, non un pubblico scelto, ma, nelle piazze, un pubblico promiscuo.

E nella vita di tutti i giorni ancora Leopardi trovava esempi e similitudini per i suoi insegnamenti. Come si legge in questa nota dello Zibaldone (pag. 65).

Diceva una volta mia madre a Pietrino che piangeva per una cannuccia gittatagli per la finestra da Luigi: non piangere non piangere che a ogni modo ce l’avrei gittata io. E quegli si consolava perché anche in altro caso l’avrebbe perduta. Osservazioni intorno a questo effetto comunissimo negli uomini, e a quell’altro suo affine, cioè che noi ci consoliamo e ci diamo pace quando ci persuadiamo che quel bene non era in nostra balìa d’ottenerlo, né quel male di schivarlo. […] Vedi a questo proposito il Manuale di Epitteto.

Qui un’edizione del Manuale di Epitteto. Qui trovi la traduzione di Lepoardi, e qui quella di Poliziano, dedicata a Lorenzo de’ Medici. Abbiamo citato il Manuale di Epitteto nella traduzione di Monica Falco

Immagine: Copertina