Il “Panta rei” di Eraclito: accettare la vita in continuo mutamento

Il “Panta rei” di Eraclito: accettare la vita in continuo mutamento

C’è un’armonia nascosta, e ineffabile, nel rinnovarsi a ogni istante dell’esperienza, di ogni esperienza, mai uguale a se stessa. È il messaggio fondamentale del “Panta Rei“—”tutto scorre“—di Eraclito di Efeso. Il pensatore presocratico di cui, secondo Nietzsche, il mondo avrebbe “eternamente bisogno”, così come ha eternamente bisogno di verità. 

Eraclito, vissuto fra VI e V secolo a.C., era definito “oscuro” già anticamente. Mistico austero, aristocratico, polemico, molto probabilmente non pronunciò il motto “Panta rei”. Che infatti non si trova nel centinaio di frammenti suoi, giunti fino a noi attraverso vari autori. È stato Platone a tramandarlo, quale condensato dei pensieri di Eraclito sul perpetuo fluire. Pensieri che vale la pena ascoltare.

La fissità è un inganno: l’acqua del fiume non è mai la stessa

Il sole è nuovo ogni giorno [Fr. 27]

Come si può pensare il continuo mutamento della natura e delle cose, mutamento che non è possibile ingabbiare in sistemi? Così:

Entrano negli stessi fiumi, ma acque sempre diverse scorrono verso di loro [Fr. 28]

Ma se le acque che lo compongono non sono mai le stesse, anche il fiume—la realtà, come il sole—non è mai lo stesso fiume. E non è dato tuffarvisi più di una volta: la seconda volta, il fiume non sarà lo stesso della prima. Non si può rivivere ciò che è passato: bisogna accettare il divenire.

Nello stesso fiume non è possibile entrare due volte [Fr. 30]

Tutto ciò non riguarda solo “le cose”. Anche noi, che ci bagniamo nel fiume, col nostro perpetuo scorrere di impressioni, di pensieri, siamo persistenti solo in apparenza.

Negli stessi fiumi entriamo e non entriamo, siamo e non siamo [Fr. 31]

È il “cuore” di un pensiero, manifesto per brevi illuminazioni, che la tradizione vuole opposto a quello di Parmenide, filosofo dell’Essere immutabile, eterno.

Raffaello - Michelangelo come Eraclito, "Scuola di Atene". Via

Raffaello – Michelangelo come Eraclito, “Scuola di Atene”. Via

“Dai discordanti bellissima armonia”: la segreta unità del tutto

L’accettazione del dinamismo del divenire, in Eraclito si fissa nell’immagine del Fuoco, che richiama l’archè dei presocratici. “Regola” del divenire, il Fuoco brucia energia. Tramuta qualcosa in qualcosa d’altro. Mentre consuma e si consuma. Attraverso la metafora del Fuoco, il continuo mutare di tutte le cose si salda con un’altra idea forte di Eraclito, quella dell’attrazione degli opposti, che si rovesciano uno nell’altro. La più bella enunciazione dell’unità degli opposti è la seguente:

Ciò che si oppone converge, e dai discordanti bellissima armonia [Fr. 11]

Perché “armonia”? Il conflitto, Pòlemos, è “di tutte le cose il padre, di tutte le cose il re” [Fr. 22]. Provoca il cambiamento. Ma il gioco del continuo mutamento lascia intravedere uno “sfondo” unitario: il mistero della vita, che “mutando riposa” [Fr. 33]. Ha scritto Nietzsche:

Luce e ombra, amaro e dolce, sono in ogni momento vicini e avvinghiati l’uno all’altro come due lottatori, dei quali ora questo ora quello prende il sopravvento. Dalla guerra dei contrari nasce ogni divenire: le qualità determinate che ci appaiono come durevoli esprimono solo la momentanea preponderanza di un lottatore, con ciò tuttavia la guerra non è mai finita, questo lottare si protrae in eterno.

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La consapevolezza secondo Eraclito

Il concetto fondamentale in Eraclito, che richiama a sé le immagini del Fuoco e del dinamismo, è il Logos. Esso è come la trama di un arazzo, che unifica il gioco perpetuo degli opposti. Per gli uomini è difficile avere consapevolezza di questa trama. La conoscenza ordinaria ci permette di costruire un’opinione, individuale, relativa, sulle singole realtà [Fr. 86].

Per questo Eraclito paragona gli uomini ai sonnambuli, che dormendo non sanno quel che fanno [Fr. 70]. E, tuttalpiù, agguantano una sapienza “privata”, non comunicabile agli altri: come il sogno. Bisognerebbe invece, per il filosofo, saper ascoltare proprio il logos, che nella sua più essenziale sfumatura di significato è comunicazione verbale dotata di senso, che ci permetta di comunicare con i nostri simili senza chiuderci nelle nostre rappresentazioni private.

A questa sfida della conoscenza non possiamo sottrarci. Anche se è una sfida ardua, talmente ardua che perfino Omero, secondo il frammento eracliteo ripreso poi da Aristotele, ne uscì sconfitto. Si tratta dell’enigma dei pidocchi:

Riguardo alla conoscenza delle cose manifeste gli uomini vengono tratti in inganno allo stesso modo di Omero, che fu più sapiente di tutti i Greci. Lo ingannarono fanciulli che schiacciavano pidocchi e gli dissero: “Tutte le cose che abbiamo visto e preso, le lasciamo; quelle che non abbiamo visto né preso, le portiamo con noi” [Fr. 118].

A essere abbandonate sono le impressioni, le opinioni, le rappresentazioni private. Il dinamismo del divenire, invece, l’armonia degli opposti, sono sempre con noi. Anche se non sappiamo vederli né afferrarli.

I testi dei frammenti sono tratti da questa edizione del poema perduto “Sulla natura”, o “Dell’origine”. L’interpretazione dell’enigma dei pidocchi è tratta da La nascita della filosofia di Giorgio Colli. 

Immagini: Copertina