Questi esempi spiegano quanto è difficile tradurre un libro

Questi esempi spiegano quanto è difficile tradurre un libro

Quando apriamo un libro tradotto nella nostra lingua non pensiamo quasi mai a tutto il lavoro che c’è dietroLa traduzione parola per parola non funziona neanche nel parlato, figuriamoci quando dobbiamo tradurre un classico della letteratura.

Una buona traduzione non soltanto deve rispettare la lingua originale, ma allo stesso tempo, senza stravolgerla, deve riadattarla nella nostra e ricreare la stessa atmosfera, lo stesso “senso“. Le difficoltà, ovviamente, aumentano esponenzialmente quando la traduzione riguarda un libro scritto secoli fa.

Nell’inserto settimanale dedicato alla cultura del Corriere della SeraLa Lettura, è stato pubblicato qualche giorno fa un articolo molto interessante sulle “traduzione impossibili” con alcuni esempi che ci illustrano quanto sia arduo questo lavoro silenzioso. Vediamone alcuni riportati nell’articolo e aggiungiamone degli altri.

Partiamo da un grande classico della poesia: Giacomo Leopardi. L’incipit de “L’infinito” è tra i più famosi della nostra storia della letteratura, studiatissimo e imparato a memoria dai tempi della scuola. Ma la sua musicalità come risuona nelle altre lingue?

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Interessante vedere che nella traduzione francese del grande poeta Yves Bonnefoy ci si permette “una libertà” al primo verso che farebbe storcere il naso a un purista della lingua: un enjambement (il prolungamento del periodo logico oltre la fine del verso).

Al contrario, anche le traduzioni in italiano delle poesie straniere possono generare “license poetiche”. Tra le più interessanti c’è quella di Giorgio Caproni ne “I fiori del male” di Baudelaire. L’ultima poesia della raccolta termina con il verso: “Au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau!” che letteralmente sarebbe: “Sul fondo dell’Ignoto per trovare del nuovo!” Baudelaire voleva che il suo poema terminasse con questa parola, ma Caproni inverte l’ordine (la traduzione rimane corretta) e sceglie di chiudere il verso con “l’Ignoto”, secondo lui ancor più suggestivo. 

La traduzione della poesia è sicuramente più complicata rispetto alla prosa, vista la musicalità e la sillabazione delle parole. Ma pensiamo a un romanzo italiano di Camilleri. Ambientato in Sicilia, il ciclo di Montalbano adotta una lingua ibrida, tra l’italiano e il regionale siciliano. In Francia vanno matti per le vicende del commissario di Camilleri, ma come fanno a rivivere la suggestione della lingua originale? Il suo traduttore, Serge Quadruppani, ha confessato in un’intervista di aver ricreato il dialetto meridionale italiano usando quello che si parla nella Francia del sud. “Soltanto una frase”, ha detto: “l’ho lasciata così com’è: ‘Montalbano sono‘” tradotta letteralmente in: “Montalbano, je suis”.

Anche i titoli spesso vengono modificati nelle traduzioni: il caso più emblematico è sicuramente quello de “Il giovane Holden” di Salinger. L’originale recita infatti “The Catcher in the Rye”, che anche in inglese ha diverse sfumature di senso.

I modi di dire invece se da una parte stravolgono la traduzione, dall’altra ricreano “il senso” dell’originale. In Zazie nel metrò, romanzo di Raymond Queneau, si trova scritto “Un de perdu, dix de retrouvés” che il nostro Fortini traduce: “Uno di perso, dieci di trovati”, mentre più orecchiabile è la versione di Viola Cagninelli: “Morto un papa se ne fa un altro”.

Queneau è stato un “vero incubo” per i traduttori di mezzo mondo, soprattutto il suo capolavoro “Esercizi di stile”. Non è un caso infatti che quest’ultimo l’abbia tradotto il nostro geniale corrispettivoUmberto Eco.

Immagine via Flickr