I pretesti dei prepotenti: la favola del lupo e dell'agnello di Fedro

I pretesti dei prepotenti: la favola del lupo e dell'agnello di Fedro

Presentare insegnamenti concretizzati in apologhi con protagonisti animali è, o è stato, tipico di tutte le culture: è la tradizione della favola.

L’uomo antico dava voce agli animali, poiché era con essi in stretto rapporto. Si formò un patrimonio di saggezza (inevitabilmente attraversato da alcuni pregiudizi sul comportamento animale), i cui campioni, nel mondo occidentale, sono Esopo e Fedro. La più famosa favola di Fedro è “Il lupo e l’agnello“.

Jean-Baptiste Oudry (1686-1755) - Il lupo e l'agnello. Via.

Jean-Baptiste Oudry (1686-1755) – Il lupo e l’agnello. Via

La “retorica” del più forte davanti al più debole: “Il lupo e l’agnello” di Fedro

Allo stesso rivo il lupo e l’agnello erano venuti, spinti dalla sete. Più in alto stava il lupo, molto più in basso l’agnello. D’un tratto, eccitato da voracità smodata, quel brigante accampò un pretesto di lite. “Perché”, disse, “mi hai intorbidato l’acqua proprio mentre bevevo?”

E il lanuto, tremante: “Come posso, di grazia, fare ciò che tu lamenti, o lupo? Da te scende giù ai miei sorsi la corrente”. Quello, rintuzzato dalla forza della verità: “Sei mesi fa”, disse, “parlasti male di me”. Rispose l’agnello: “Ma se non ero ancora nato”.

“Tuo padre, per Ercole, parlò male di me” e così lo ghermisce e lo dilania. Che morte ingiusta! Fu scritta per certi uomini, questa favola, che con falsi pretesti schiacciano gli innocenti.

Fedro contrappone le causae fictae, i pretesti del lupo, alla vir veritatis, la forza delle opinioni del tutto ragionevoli dell’agnello. Il predatore cerca solo una scusa per imporre la forza sul più debole. Dapprima lo accusa di sporcargli l’acqua, e l’agnello ribatte che ciò è impossibile. Sarà vero, se mai, il contrario: egli si trova a valle, il predatore a monte, e l’acqua scorre da monte a valle.

Il lupo, allora, ne prova un’altra: l’agnello l’avrebbe diffamato, sei mesi prima. Anche questa è un’invenzione, perché—gli fa notare l’agnello—al tempo ancora non era nato. Sicché il lupo, spazientito, rinuncia alla dignità: sarà stato il padre dell’agnello a parlar male di lui. E lo mangia.

Gustave Moreau - Il lupo e l'agnello, 1889. Via

Gustave Moreau – Il lupo e l’agnello, 1889. Via

Una favola che ci parla ancora oggi

Secondo Umberto Eco, la favola di Fedro è:

uno degli esempi classici della pseudo-retorica della prevaricazione.

Tendiamo a supporre che il più forte non abbia mai bisogno di chiedere consenso. Ma, ha scritto Eco in un lungo articolo del 2004:

Esiste una retorica della prevaricazione. Sovente chi prevarica vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino ottenere consenso da parte di chi soffre quell’abuso di potere.

Inoltre:

Per divorare l’agnello, [il lupo] cerca un ‘casus belli’, cerca cioè di convincere tutti, e forse persino se stesso, che egli mangia l’agnello perché gli ha fatto un torto.

A questi scopi il lupo esercita la sua forma di “retorica”: retorica ben poco accorta, dato che le argomentazioni sintetiche dell’agnello “smontano” immediatamente i suoi tentativi di mostrarsi come vittima per giustificarsi. Come persuasore infatti, il lupo di Fedro, fin troppo consapevole della propria forza maggiore, è blando. C’è chi si è impegnato di più. Umberto Eco snocciola esempi storici pesanti.

C’è chi si è impegnato molto a contrastare un forte argomento, quello dell’uguaglianza degli uomini. Per quanto riguarda poi la ricerca del casus bellil’attentato di Sarajevo del 1914 è per Eco un esempio perfetto: l’Impero Austro-Ungarico vi intravide una ghiotta occasione, un’ottima giustificazione per fare i conti con la Serbia.

Talvolta, ricorda Eco, “il casus belli viene inventato ex novo”, come nel caso della favola di Fedro. Più o meno quando Eco scriveva l’articolo, ce n’era stato un esempio eclatante: le prove “schiaccianti” contro Saddam Hussein portate da Colin Powell davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Certo, “Il lupo e l’agnello” ci colpisce ancora oggi per l’abilità con cui, in pochi versi, l’autore ha saputo comporre un quadro ineluttabile: in cui, per quanto umiliato dal punto di vista del pensiero, il più forte, se ha deciso di opprimere, opprime.

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Fedro e la vicinanza agli umili

Fedro (circa 20 a.C. – 50 d.C.) è un “caso” particolare di autore latino. Dedito a un genere fra i minori, la favola, seppe dargli, rielaborando la tradizione esopica, una veste poetica efficace—scegliendo il senario giambico, vicino alla prosa—che ha eternato sia le favole che il loro autore. Praticava un genere modesto, e modesto era egli stesso: uno dei pochi autori latini di nascita (greca) non libera, fu uno schiavo di Augusto, poi liberato.

Le sue favole hanno tutte una morale, da cui traspare il forte disincanto dell’autore nei confronti della natura umana, e la sua vicinanza agli oppressi. Nella prefazione al terzo libro delle favole, scrive:

Un uomo in schiavitù indifesa, poiché non osava dire ciò che voleva, traspose i propri sentimenti in favole con scherzi di fantasia si prese gioco di ogni accusa falsa. Io del suo sentiero feci una via…

Il riferimento è a Esopo. Insieme al suo successore, il più grande favolista dell’antichità.

L’edizione delle Favole di Fedro a cui abbiamo fatto riferimento è quella a cura di Fernando Solinas per Mondadori. 

Immagine di Copertina: 1 e 2